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Asia

Giappone, Abenomics alla prova

31 Lug 2013 - Pietro Ginefra - Pietro Ginefra

A vincere è l’Abenomics, la politica economica del primo ministro Shinzo Abe che dopo le elezioni del 21 luglio ha in pugno la maggioranza in entrambi i rami del parlamento giapponese. Tutto pronto quindi per avviare la terza fase del suo programma volto ad attuare robuste riforme strutturali.

Le politiche fiscali e monetarie espansive, poste in essere nel primo semestre 2013, sono relativamente semplici da implementare. Più complessa invece, la realizzazione di riforme che mutano la struttura dell’economia e delle relazioni industriali e sanciscono la perdita di posizioni di vantaggio conseguite nel tempo da differenti classi sociali.

Relazioni industriali da rivoluzionare
Il Giappone è già passato attraverso un periodo di riforme del mercato del lavoro, volute dall’ex premier Jounichiro Koizumi. L’introduzione di maggiore flessibilità nella gestione della manodopera ha consentito di mantenere il tasso di disoccupazione su livelli relativamente contenuti, pari a circa il 4%, anche nel corso dell’ultimo quinquennio caratterizzato dalla grande recessione.

Da Abe, pertanto, si attendono politiche volte non tanto a ridurre il tasso di disoccupazione, quanto ad aumentare la produttività e il valore aggiunto creato dal sistema economico giapponese.

Negli ultimi venti anni, il Giappone ha registrato tassi di crescita del Pil pro-capite sostanzialmente in linea con quelli di paesi europei come Francia e Italia. La crescita è stata conseguita mediante la realizzazione di politiche fiscali espansive che hanno portato il rapporto debito pubblico/Pil su livelli pari a circa il 240%.

Ciò ha contribuito a ridurre la volatilità del ciclo economico. Tuttavia, come la letteratura economica suggerisce, la crescita del reddito pro-capite può essere conseguita solo con politiche dell’offerta che aumentino la produttività del lavoro e quella totale dei fattori.

Tra queste, accanto alle riforme istituzionali – liberalizzazioni e privatizzazioni – vi sono le politiche a favore dell’innovazione di processo e di prodotto, quelle energetiche e quelle demografiche.

Concorrente agguerrito
In un mondo competitivo, in cui l’Asia emergente svolge il ruolo del concorrente più agguerrito, in quanto ancora poco strutturato sotto il profilo delle normative di sicurezza sul lavoro, delle infrastrutture previdenziali e sanitarie e delle relazioni industriali, gli elettori giapponesi si attendono dal governo Abe politiche che aumentino, nel medio periodo, la competitività e la produttività del sistema economico, affrontando, tra l’altro, il problema della scarsa disponibilità di fonti energetiche (riducendo l’utilizzo di energia nucleare) e il basso tasso di natalità (che mette a repentaglio la sostenibilità del sistema nel medio periodo).

A ben vedere, la situazione politico-economica non è tanto diversa da quella europea e italiana dove la popolazione invecchia (in particolare, in Italia e in Germania) e la produttività ristagna (in particolare, in Francia e nei paesi dell’Europa meridionale). D’altronde, il Giappone è un’economia post-industriale con i problemi tipici delle economie avanzate.

Il processo di sviluppo che ha portato la manodopera agricola a migrare nelle fabbriche e quella operaia nel settore dei servizi via via che aumentava la produttività nell’agroindustria e nella manifattura, impone alle economie capitalistiche avanzate di aumentare la produttività del lavoro nel settore dei servizi in modo da soddisfare le aspettative di reddito di coloro che vi sono occupati.

Classe dirigente davanti alla sfida
Il problema è di natura soprattuto distributiva e geo-politica: la presenza dell’Asia emergente costringe le imprese giapponesi esportatrici – insieme a quelle europee – ad essere competitive sui mercati internazionali grazie anche a una manodopera ad alta produttività e livelli salariali elevati.

Sono i lavoratori espulsi dai settori a più alto valore aggiunto ad essere penalizzati. Impiegati nei servizi, con tassi di crescita della produttività più bassa, questi devono accontentarsi di salari più contenuti.

La sfida è complessa, la stabilità politica conseguita con le recenti elezioni è condizione necessaria per accettarla, ma la capacità di elaborare politiche credibili ed efficaci dipende dalla qualità della classe dirigente giapponese.

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