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Difesa

F35, il beneficio del dubbio

31 Lug 2013 - Giovanni Faleg - Giovanni Faleg

Se il Parlamento avesse approvato la mozione del Movimento 5 stelle, M5S, e Sinistra Ecologia e Libertà, Sel, contro la partecipazione dell’Italia dal programma Joint Strike Fighter, F35 – il velivolo multiruolo realizzato grazie alla cooperazione tra gli Stati Uniti e diversi paesi europei – il nostro paese avrebbe buttato al vento quindici anni di investimenti. L’Italia si sarebbe privata di importanti ritorni nel medio-lungo periodo, non solo dal punto di vista della difesa, ma anche da quello economico ed industriale.

Tuttavia, la spesa avviene a fronte di una delle peggiori congiunture economiche che il Paese ricordi dall’inizio del secolo scorso. Il “sì” agli F35 è, e continuerà ad essere, altamente impopolare. Sarebbe stato quindi opportuno, in sede parlamentare, prendere maggiormente in considerazione le ragioni politiche di un “no” al programma.

Numeri oltre l’ideologia
I “numeri” e le considerazioni tecniche, riassunti anche da precedenti articoli su “AffarInternazionali”, aiutano a comprendere la bocciatura della mozione presentata dal M5S e Sel. Il programma JSF è un investimento pluridecennale e non una “semplice” spesa di tipo corrente. Nel commentare e analizzare il progetto è quindi fondamentale considerare la struttura e il ritorno dell’investimento e non unicamente l’ammontare del costo totale, com’è accaduto durante il dibattito politico.

Se, infatti, il costo complessivo è pari a circa 14 miliardi di euro, per il 2012 i costi stimati erano pari “solamente” al 3% di tale somma (ovvero 548.7 milioni). Questo 3% è stato destinato alla conclusione della fase di progettazione del programma e alla realizzazione, presso la base dell’Aeronautica militare di Cameri, di una linea di assemblaggio finale, manutenzione e aggiornamento, l’unica al di fuori degli Stati Uniti.

La rinuncia al finanziamento del progetto JSF in questa fase avrebbe pertanto vanificato i passati sforzi e risorse (circa 1 miliardo) impiegati nella lunga fase di progettazione e sviluppo, rendendo potenzialmente inutile un sito di 124 mila metri quadrati appena costruito (e costato 800 milioni), che darà lavoro a 1.816 dipendenti. Avrebbe inoltre portato all’interruzione di ogni attività produttiva sui velivoli militari entro fine decennio, senza risolvere il problema della sostituzione dei vecchi AV8B con nuovi caccia.

La maggior parte dei costi (circa 10 miliardi) saranno sostenuti in futuro per l’acquisizione dei velivoli e per il supporto logistico. Si tratta di circa 900 milioni l’anno, un ammontare che rende più che lecita la persistenza di forti dubbi da parte dei contribuenti.

Il fronte del “no” all’arrembaggio
A fronte di questi dubbi legittimi, il dibattito politico ha clamorosamente fallito. Non è entrato nei dettagli della partecipazione italiana al programma, le cui ricadute industriali ed economiche sono molto complesse. La mozione sugli F35 mostra anzi la voragine che continua a separare i cittadini dai rappresentanti in Parlamento.

Il “fronte del no” ha cavalcato in tono populista i dubbi dei contribuenti, paragonando in modo inesatto il costo complessivo dell’investimento con le manovre fiscali improntate all’austerità di questi ultimi anni. Si è perso in proposte marziane di disarmo del Paese e folate di anti-americanismo hippie. Il risultato è stata quindi la strumentalizzazione di un dibattito che doveva analizzare cautamente l’interesse industriale e le implicazioni tecniche per le forze armate.

Chi si è espresso in favore della partecipazione italiana al programma ha invece addotto motivazioni convincenti, ma limitate a una visione troppo settoriale dell’interesse nazionale. La difesa è, senza dubbio, il cuore della sovranità statale e l’industria che la sorregge uno dei settori più forti della nostra economia.

Tuttavia ogni scelta può essere rivista alla luce delle priorità che si vogliono affermare. Un dibattito più completo avrebbe dovuto affrontare non solo le eventuali alternative (ove esse esistano) sia in termini di costo che di efficacia, ma anche le conseguenze – politiche e strategiche – di una eventuale rinuncia a qualsiasi ammodernamento (ove, come è probabile, le alternative si rivelassero inefficaci e altrettanto se non più costose) e il reale impatto – positivo e negativo – in termini economici ed industriali, delle scelte possibili.

In altri termini sarebbe stato forse utile un dibattito serio e approfondito, a partire dalla valutazione dello stesso modello di difesa italiano, senza il quale le attuali polemiche e prese di posizione appaiono piuttosto appese in aria.

Politica non all’altezza delle sfide
Il problema della decisione politica sugli F35 non è quindi nella scelta in sé, quanto piuttosto nel modo in cui si è sviluppato il dibattito che ha condotto a tale decisione, sintomo preoccupante dell’immaturità politica del nostro paese.

Nessun paese europeo, a fronte della crisi finanziaria, potrebbe affrontare spese di questo tipo senza far fronte a un’inevitabile e legittima levata di scudi da parte dei cittadini. È responsabilità dei rappresentanti in Parlamento contenere lo scontento e prendere decisioni nell’interesse generale.

L’assenza di un ragionato e non-ideologico “no”, capace di tutelare l’industria aerospaziale e della difesa, sia sotto il profilo occupazionale che tecnologico, deve fare riflettere. La difesa italiana è a rischio di perdere le necessarie capacità operative nei prossimi anni. Se dal dibattito politico non emerge una visione di lungo periodo, le conseguenze negative socio-economiche potrebbero andare ben oltre quelle legate agli F35.

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