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Convenzione di Istanbul

Europa e Italia contro la violenza sulle donne

19 Lug 2013 - Antonio Bultrini - Antonio Bultrini

Il Parlamento italiano ha autorizzato la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e domestica, adottata a Istanbul l’11 maggio 2011 e già nota come “Convenzione di Istanbul”. È significativo che entrambi i rami del Parlamento abbiano approvato all’unanimità la legge di ratifica (n. 77 del 27 giugno 2013).

Non meno degna di nota è la rapidità dell’iter di ratifica, se si pensa che quello della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, ad esempio, si trascina ormai da varie legislature. Va detto che tale celerità si spiega certamente con l’urgenza del problema, dettata dal crescente numero di donne vittima di violenza (spesso mortale) in Italia. La ratifica di un trattato del genere, tuttavia, non è che il primo – e meno impegnativo – passo, al di là della sua portata simbolica.

Lo strumento più completo
Va detto che la Convenzione di Istanbul viene – per così dire – da lontano, in quanto costituisce lo sviluppo di una serie di testi precedentemente adottati a livello internazionale, in particolare nell’ambito delle Nazioni Unite.

Peraltro, l’assenza di una normativa e di una prassi nazionali in grado di prevenire e contrastare la violenza nei confronti delle donne era già stata considerata una violazione dei diritti fondamentali dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, in particolare in un caso riguardante proprio la Turchia (Opuz, sentenza del 9 giugno 2009).

In tali circostanze entra in gioco il c.d. duty of due diligence, un principio ormai fondamentale in materia di tutela dei diritti umani e che implica l’obbligo, per le autorità statali, di adottare e far applicare le misure (normative, amministrative e pratiche) necessarie a prevenire e reprimere (anche in un’ottica di deterrenza) le violazioni dei diritti umani.

Qual è allora il valore aggiunto della Convenzione di Istanbul? Innanzitutto si tratta non solo della prima convenzione europea in materia ma anche dello strumento più completo e avanzato ad oggi esistente. È sufficiente consultare il relativo sito internet per rendersene conto.

La Convenzione di Istanbul comprende dunque la violenza domestica e potenzialmente tutte le sue vittime (compresi i minori, spesso vittime e testimoni delle violenze). È possibile estendere la protezione alle straniere residenti. Inoltre il grande pregio, tipico dei trattati specializzati sui diritti umani, è quello di prevedere specifici obblighi positivi “di fare” a carico degli Stati, che non necessariamente è possibile ricavare in modo così preciso da norme di carattere più generale.

Tra l’altro, gli Stati parti della Convenzione di Istanbul saranno tenuti a: sanzionare penalmente i responsabili di violenze (è peraltro espressamente previsto il divieto di imporre alle vittime metodi alternativi di risoluzione dei conflitti) e prevedere anche la procedibilità d’ufficio (sebbene nel caso del reato di stalking gli Stati ne abbiano solo la facoltà); predisporre centri di assistenza alle vittime e un numero telefonico unico su scala nazionale (in Italia è già attivo); formare gli operatori, forze di polizia comprese; assicurare una riparazione a favore delle vittime e prevedere strumenti di tutela preventiva a fronte di minacce.

Va aggiunto che la Convenzione prevede un meccanismo di monitoraggio, imperniato innanzitutto sul lavoro di un gruppo di esperti indipendenti (denominato GREVIO), e completato sia dalla classica valutazione conclusiva di carattere politico da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, sia da un’originale partecipazione dei parlamenti nazionali. La Convenzione è applicabile tanto in tempo di pace quanto nell’ambito dei conflitti armati.

Violenza e cultura
La Convenzione di Istanbul entrerà in vigore quando avrà raggiunto il numero minimo di 10 ratifiche.

Naturalmente non ci si può accontentare della sola ratifica, memori anche del fatto che la storia dei trattati sui diritti umani ratificati dall’Italia è costellata di serie inadempienze (basti pensare che manca tuttora, nel Codice penale, il reato di tortura richiesto dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, che l’Italia ratificò nel 1989).

Nonostante la legge di ratifica della Convenzione di Istanbul contenga un classico “ordine di esecuzione”, la sua effettiva applicazione richiederà ulteriori aggiustamenti normativi interni, che lo stesso meccanismo di monitoraggio potrebbe sollecitare una volta che sarà entrato in funzione. Basti pensare che salvo alcune eccezioni, i reati di violenza sessuale sono ancora punibili a querela di parte.

Nulla, peraltro, impedirebbe alle autorità italiane di procedere ad altre importanti modifiche normative, ancorché non imposte dalla Convenzione, come il passaggio alla procedibilità d’ufficio anche per il reato di stalking. Inoltre, tutta una serie di disposizioni della Convenzione esigono incisivi interventi a livello amministrativo, formativo e operativo.

L’articolo 3 della Legge 77/2013, che contiene una clausola di “neutralità finanziaria” laddove l’articolo 8 della Convenzione obbliga gli Stati a stanziare risorse finanziarie e umane appropriate, lascia dunque perplessi.

La Convenzione prevede difatti l’obbligo degli Stati di adottare le misure necessarie a promuovere un’evoluzione dei “comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini” (art. 12 c. 1).

Si tratta di una delle disposizioni più impegnative, dato che richiede investimenti di lungo termine in materia di politiche educative e di comunicazione. È una disposizione che coglie però nel segno: specialmente la violenza nei confronti delle donne germina dalla mancata educazione di molti uomini (e non solo) al rispetto, nonché da tutta una serie di comportamenti di prevaricazione e di scherno tollerati, se non addirittura assecondati, da atteggiamenti “culturali” diffusi e molto presenti anche nel linguaggio pubblico.

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