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Governo e Parlamento

Chi decide sugli F35

10 Lug 2013 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

Hanno suscitato un vivace dibattito i contenuti del comunicato stampa della riunione del Consiglio Supremo di Difesa del 3 luglio scorso, a valle della risoluzione approvata dalla Camera il 26 giugno, con la quale,tra l’altro, si vincolava il governo a non procedere con ulteriori atti contrattuali nel programma F35 prima di un’indagine conoscitiva parlamentare.

Qualcuno vi ha voluto vedere una sorta di espropriazione delle facoltà di controllo del Parlamento sulle attività di governo, facoltà che, secondo questi analisti, sono state reiterate e rafforzate dalla legge delega sulla riforma delle Forze armate recentemente approvata (L. 244/12) che affiderebbe alle Camere l’ultima parola in merito alle acquisizioni di nuovi sistemi d’arma.

In realtà questo potere il Parlamento già l’ha, ma non nei termini prospettati in questa circostanza, e le critiche al Consiglio supremo sono sostanzialmente infondate.

Parlamento chiave
Osserviamo innanzitutto che in linea generale il controllo del Parlamento sul governo si estrinseca nell’istituto della fiducia, accordata, rifiutata o revocata.

Pertanto gli atti dell’esecutivo sono per loro natura soggetti ad un’implicita approvazione parlamentare; ma un’altra forma di controllo, ben più puntuale, che si esercita con molta più facilità anche nel dettaglio, risiede nell’annuale approvazione del bilancio e degli atti collegati: nulla infatti vieta al Parlamento di intervenire su singole voci, soprattutto in sede di esame nelle Commissioni, facendo quindi mancare la copertura finanziaria a specifici programmi che il Parlamento, nella sua maggioranza, non condivida, senza con ciò giungere alla caduta di un esecutivo.

Quando poi si parla di programmi di acquisizioni della difesa volti a aumentare le capacità operative (sono infatti esclusi da questa procedura i provvedimenti volti al mantenimento delle dotazioni o al ripianamento delle scorte), già prima dell’approvazione della L. 244/12, il quadro normativo prevedeva il coinvolgimento preventivo delle commissioni difesa per un parere, obbligatorio, ma non vincolante, circa l’avvio del programma in esame.

Nel passato non si ricordano pareri negativi delle commissioni. Al più si possono citare pareri positivi con specifiche raccomandazioni, come fu nel caso del JSF, per il quale si raccomandava, tra l’altro, una particolare vigilanza sui ritorni industriali connessi.

La nuova legge rinforza i poteri delle commissioni, secondo procedure definite nel minimo dettaglio al comma 2 dell’art. 4, che prevede una sorta di procedimento aggravato, con un eventuale parere negativo obbligatorio in seconda lettura, a maggioranza assoluta dei componenti la Commissione. Si tratta, ovviamente di un’ipotesi quasi accademica, in quanto di per sé prefigura la rottura del rapporto di fiducia tra Parlamento e governo.

Potere di veto
Il quadro sopra descritto, dunque, ben giustifica quanto si legge nel comunicato finale del Consiglio Supremo: “tale facoltà del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”.

Nel caso F35, in passato più volte le commissioni difesa si sono espresse in modo favorevole, più volte il Parlamento ha approvato bilanci ove il programma era esplicitamente citato con i relativi finanziamenti.

In questo quadro, come si può proceduralmente e giuridicamente giustificare una moratoria che di per sé rischia di avere conseguenze negative per la prontezza operativa delle nostre Forze armate e per le prospettive industriali, e quindi occupazionali, per il nostro complesso industriale?

Pare dunque ben giustificata la puntualizzazione del Consiglio supremo, in una visione specificamente finalizzata al conseguimento degli obiettivi politici del governo. Nessuna obiezione, dunque, ad un’indagine conoscitiva che faccia chiarezza sul programma, sul suo sviluppo, sui costi connessi e sulla sua importanza per il nostro paese.

Ma altrettanta chiarezza si deve esigere sulle modalità di controllo parlamentare: una mozione, per quanto approvata con una solida maggioranza, non può cancellare con un colpo di spugna un iter rigoroso, formalmente ineccepibile, che ha visto la convergenza di volontà politica di almeno cinque governi, di vario colore e di almeno quattro assise parlamentari.

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