IAI
Ritardi dell’Italia

Attacco alla difesa

9 Lug 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

La Difesa italiana è ormai abituata ai tagli, visto che la morsa delle ristrutturazioni dal 1975 ad oggi non si è mai allentata. È un processo permanente, vera e propria colonna sonora che da quarant’anni accompagna le attività del dicastero. Oggi, con la legge 31 dicembre 2012, n. 244, un nuovo strumento di riforma è disponibile. Spiace però vedere come, anche in quest’occasione, si sia voluta forzare attraverso uno strumento meramente contabile, una soluzione che per la Difesa ha un impatto esistenziale, senza averla prima fatto maturare attraverso almeno un tentativo di dibattito politico-strategico.

Certo, ci sono state delle audizioni nel corso delle quali gli stessi Capi di Stato Maggiore hanno ammesso che, entro certi limiti, si può ancora risparmiare, comprimere e ridurre. Ma l’occasione di un dibattito vero tra le forze politiche nazionali, ancora una volta sembra essere stata sciupata.

Chiarimento politico
Prima di mettere nuovamente mano alla forbice, però, le cose da chiarire a livello politico sarebbero state ancora tante, a partire dalla definizione esatta dello strumento militare del quale il paese si deve dotare, e con quali obiettivi. È un discorso che andrebbe affrontato sistematicamente, una volta per tutte e non solo episodicamente, per discutere il rinnovo per le missioni internazionali o criticare la partecipazione italiana al programma F-35.

Ma, soprattutto, anche in questi casi le discussioni dovrebbero essere non già di tipo ideologico, o populistico-elettorale, bensì di carattere politico-strategico, tecnico-operativo, militare e politico-industriale, costituzionale. Anche il rapporto tra il vero significato dell’Art. 11 della nostra Costituzione e l’impiego delle Forze armate andrebbe precisato una volta per tutte, al fine di evitare gli ostacoli e le perdite di tempo che ricorrentemente pregiudicano il sereno andamento dei rari dibattiti.

Prima di mettere mano ai tagli, ad esempio, sarebbe stato interessante valutare politicamente la posizione e la forza della Nato, che – è inutile girarci attorno – oggi è erosa dalla lenta deriva statunitense. Oppure, la riluttanza dell’Unione europea ad organizzarsi credibilmente in termini di sicurezza e difesa, aggravata dalla sempre più evidente tendenza britannica a defilarsi da ogni impegno comunitario.

Anche la sicurezza delle fonti energetiche meriterebbe un pensiero, mentre in proposito assistiamo a un continuo palleggio di responsabilità tra l’Unione e la Nato. Non parliamo dei fumosi concetti su cui si impernia la cosiddetta “responsabilità di proteggere”, che rischia di rimanere una foglia di fico a disposizione di chiunque ne voglia approfittarne. Tutti potenzialmente eccellenti argomenti di dibattito politico, che eviterebbero all’Italia di andare sempre a rimorchio di altri.

Le idee non mancano
L’Istituto affari internazionali ha offerto e continua ad offrire il suo contributo: ricordiamo solo le recenti conferenze sulle missioni internazionali, sull’articolo 11, le attività a favore degli Uffici parlamentari, il progetto di ricerca Defense Matters e tanti altri. Ma la vera occasione da non perdere per le forze politiche si sta avvicinando rapidamente: nel prossimo dicembre si riunirà a Bruxelles il Consiglio europeo, per la prima volta anche in formato “Ministri della Difesa”.

È d’obbligo arrivarci preparati, dopo un dibattito interno che tolga ogni dubbio e faccia cadere ogni velo. Qualcosa pare si stia muovendo. A maggio, il ministro della difesa Mario Mauro aveva illustrato in Parlamento le sue linee guida, riconoscendo ampiamente questa esigenza. Non molto dopo il presidente della Commissione difesa del Senato, Nicola La Torre, sottolineava la particolare rilevanza dell’appuntamento di dicembre sia in relazione alla definizione di un efficace sistema di difesa europeo, sia in considerazione dei processi di riforma che coinvolgono lo strumento militare nazionale.

È dei giorni scorsi la presa di posizione del Consiglio supremo di difesa, presieduto da Giorgio Napolitano, sul rapporto governo-parlamento in termini di armamenti. L’auspicio è ora che le due commissioni, esteri e difesa, possano procedere all’elaborazione di una posizione nazionale condivisa dal governo, che la dovrà sostenere a Bruxelles.

Piede giusto
Questa volta l’Italia è obbligata a partire con il piede giusto. Una nuova legge-quadro di riforma c’è e, nel bene e nel male, è necessario che Stati maggiori, ministero, governo e forze politiche collaborino lealmente per poter disporre in tempi brevi dei decreti legislativi necessari per l’attuazione. E, soprattutto, il lavoro va fatto con reciproca solidarietà e senza tradire lo spirito che ha informato la stesura della legge.

Siamo in emergenza, e purtroppo questa nuova operazione di riforma dovrà essere ancora una volta condotta invertendo il metodo classico della pianificazione strategica, che dovrà comunque essere messa “a monte”, ma solo dopo. Ciò significa che dalle risorse finanziarie prevedibilmente disponibili discendono a cascata i volumi organici, le strutture e i mezzi, e, di conseguenza, quello che si usa definire il “livello di ambizione sostenibile”. Prima operazione, quindi, deve essere quella di ridurre ancora volumi e strutture. In questo processo, Spending review e riforma del settore vanno letti assieme, in quanto l’una anticipa l’altra.

Il discorso sui decreti sarebbe ancora lungo, ma in questa sede non può e non deve diventare analitico. Bisognerebbe, ad esempio, introdurre il concetto di manutenzione unificata – laddove compatibile – dei mezzi omogenei; recepire o meno, ma ufficialmente, i concetti di Smart Defense, Smart Procurement e Pooling and Sharing, affrontando le conseguenti rilocazioni anche nel settore industriale.

Anche qui, qualche indicazione in sede di decreto può essere data, visto che nel settore il termine “specializzazione” equivale, più o meno, a quello di “rivoluzione”. I principali programmi in corso sono già stati pensati per soddisfare questi concetti, ma devono continuamente attraversare campi minati ideologici – per non dire settari – prima ancora che finanziari. Infine – i tempi non sono affatto prematuri – andrebbe fatta una riflessione sul futuro duale della componente “spazio”, prima che l’expertise militare pazientemente conseguita vada dispersa.

Non illudiamoci che tutto questo possa portare a risparmi immediati: dopo tanti anni, abbiamo imparato che ogni ristrutturazione all’inizio è un costo. Questo va accettato, ma non deve scoraggiare.