IAI
Mozione Cinque Stelle e Sel

Se il Parlamento blocca gli F35

14 Giu 2013 - Valerio Briani - Valerio Briani

A fine maggio il Movimento 5 stelle e Sinistra, ecologia e libertà hanno presentato alla Camera dei Deputati la mozione 1-00051, firmata anche da 14 deputati del Partito democratico, che chiede l’uscita dell’Italia dal programma Joint Strike Fighter (JSF) e la destinazione della somma risparmiata ad investimenti pubblici di vario tipo.

Le argomentazioni a sostegno della mozione sembrano motivate più da una visione ideologica dei programmi di sviluppo di armamenti che da una valutazione pragmatica dei termini della questione. Questo approccio finisce per focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su questioni di natura tecnica a scapito di temi di interesse generale, alcuni dei quali menzionati nel testo, che meriterebbero una pubblica discussione informata.

Costoso, inefficace e inutile… o no
Secondo i firmatari della mozione il cacciabombardiere multiruolo F 35 sarebbe un velivolo dal costo elevato ma dalle prestazioni incerte e non corrispondente alle necessità del paese. Il programma avrebbe inoltre scarse ricadute industriali ed occupazionali per l’Italia, e rischierebbe di compromettere le politiche di disarmo. Queste critiche sono talmente generiche che potrebbero essere rivolte a qualunque programma di sviluppo di alto profilo tecnologico.

Si parla, ad esempio, di costi in continua ascesa e di ritardi nello sviluppo del velivolo, e questo è vero: ma non si considera che questo è un fenomeno normale per un programma di sviluppo aerospaziale o militare. L’ultimo rapporto annuale del Government Accountability Office, sorta di equivalente statunitense della Corte dei Conti, ha evidenziato come i 72 maggiori programmi di sviluppo delle forze armate Usa abbiano accumulato un ritardo medio di due anni.

Per citare esempi più paragonabili all’F 35, uno studio britannico ha calcolato che ogni velivolo Eurofighter Typhoon britannico è costato il 75% in più del previsto, ed è entrato in servizio con un ritardo di quattro anni. L’A400M, anch’esso frutto di una cooperazione internazionale come F 35 e Typhoon, ha subito un aumento di costi da 17 a 22 miliardi di euro e quattro anni di ritardo – e si tratta di un aereo da trasporto, non da combattimento.

La mozione si riferisce poi a prestazioni incerte, a problematiche tecniche legate al funzionamento del casco dei piloti, al motore, eccetera. Non prende però in considerazione un dato banale ma cruciale: cioè che il JSF è un programma di sviluppo che prevede una capacità operativa iniziale tra la fine del 2015 e il 2019. Le unità già prodotte e in corso di produzione servono anche a testare il velivolo, secondo la metodologia di “concomitanza” (concurrency) tra fasi iniziali di sviluppo, produzione e test che serve a diminuire i tempi e quindi i costi di sviluppo. L’emergere di problemi tecnici nei primi cinque lotti della fase di produzione iniziale a basso rateo è quindi fisiologico, del tutto prevedibile e di fatto previsto da chi si è interessato costantemente del programma.

Ricadute industriali
Il discorso delle ricadute industriali è parzialmente diverso. È vero che governi italiani di diverso colore politico e ambienti imprenditoriali hanno espresso preoccupazione per questioni attinenti le ricadute industriali, quali il trasferimento di tecnologie o il ruolo di personale e industrie italiane nel progetto. Ex ingegneri aerospaziali hanno lamentato che l’industria italiana sia stata retrocessa, in seno al JSF, ad un ruolo di subcontractor invece che di integratore di sistema come era successo con Eurofighter Thypoon.

Putroppo, però, questa riduzione del ruolo era inevitabile se si considera che l’Italia era uno dei principali paesi contributori in Eurofighter, mentre è solamente partner di secondo livello in JSF con una partecipazione finanziaria pari a circa il 5%. Sarebbe illogico attendersi di ottenere un ruolo industriale di primo piano con una partecipazione tanto esigua. Le commesse che arriveranno saranno quelle che l’industria nazionale, auspicabilmente appoggiata dalle istituzioni, sarà in grado di vincere concorrendo con gli altri partner.

Esaurite le questioni relative a JSF, la mozione procede poi a menzionare il programma statunitense per l’ammodernamento delle bombe atomiche, chiedendone la rimozione dal territorio italiano. Il senso dell’inserimento di questo tema all’interno della mozione è di difficile comprensione. Vengono infine elencati vari dati sulle criticità strutturali delle scuole italiane e sul dissesto idrogeologico dei comuni, per dimostrare l’esistenza di altre priorità rispetto all’acquisizione di nuovi velivoli per l’Aeronautica militare.

Si tratta di un artificio retorico utile per guadagnare visibilità, ma controproducente dal punto di vista di un corretto equilibrio della spesa. Implica infatti che il mancato reperimento di risorse per scuole e territorio sia legato ad una spesa eccessiva per l’acquisizione di materiali di difesa, quando tale spesa incide complessivamente per meno dello 0,5% sulla spesa totale annua dello Stato. Ridurre ulteriormente un capitolo di spesa già così esiguo non consentirebbe evidentemente di migliorare la tenuta idrogeologica del territorio, e avrebbe in cambio conseguenze disastrose sul dispositivo di difesa nazionale.

Per un dibattito più efficace
La mozione si fonda quindi su una valutazione superficiale della partecipazione italiana al JSF. Il programma è valutato come se si trattasse di una qualunque produzione industriale senza tenere in conto le specificità del settore aerospaziale militare. Progettare un velivolo è un’impresa complessa e farne uno da combattimento è ancora più difficile, perché richiede prestazioni più elevate e specializzate. Ancor di più se si tratta di un velivolo di nuova generazione, con tecnologie innovative, e soprattutto nel caso di una cooperazione internazionale, che impone difficoltà addizionali per via del carico amministrativo e dei requisiti diversi richiesti da ogni partecipante. L’F 35 è, appunto, un velivolo da combattimento di nuova generazione frutto di una cooperazione multinazionale: il suo andamento andrebbe valutato tenendo conto di ciò.

La mozione risente poi di una pregiudiziale ideologica, che emerge chiaramente dalla menzione del fatto che JSF rischierebbe di “compromettere le politiche di disarmo” – sarebbe interessante sapere quale programma di sviluppo militare sia compatibile con il disarmo. Se i parlamentari firmatari volessero realmente sostenere il disarmo dell’Italia dovrebbero forse proporre lo smantellamento delle forze armate, e non la cancellazione di uno dei programmi di acquisizione.

Incoerenza a parte, è chiaro che l’intima convinzione dell’immoralità del possesso di materiali di difesa non permette una valutazione oggettiva dell’opportunità di aderire a un programma. La mozione infatti dipinge un quadro irrealisticamente negativo dell’andamento di JSF, accumulando elementi che non rispecchiano la realtà delle cose.

Nel complesso la posizione assunta dai parlamentari firmatari della mozione deve essere valutata come poco produttiva, perché privilegia la discussione di questioni di alto valore simbolico ma di respiro relativamente limitato, di natura quasi tecnica. Così facendo distoglie l’attenzione del Parlamento dalle tematiche di più ampio valore politico-strategico che sarebbero di competenza specifica dell’aula.

L’adesione al programma F35 è stara decisa a metà degli anni ’90 e formalizzata ai primi del 2000. Uscirne ora significa gettare al vento quasi 10 anni di impegno e circa 3 miliardi già investiti, perdere i ricavi futuri generati dal trasferimento di tecnologia e dalle commesse industriali, e dover poi sborsare cifre analoghe per comprare un altro modello di cacciabombardiere. Sarebbe un po’ come prendere un costoso treno ad alta velocità, scendere poco prima della destinazione, e prendere il treno successivo pagando di nuovo. Davvero non ci sono metodi più efficaci per risparmiare risorse preziose?

Ad esempio, la stessa mozione 1-00051 invita il governo a “procedere in tempi rapidi ad una attenta ridefinizione del modello di difesa italiano..”. Non si tratta di una questione ben più importante che avrebbe potuto, si auspica, raccogliere vasto consenso in Parlamento se non fosse stata seppellita all’interno di un provvedimento di chiara natura strumentale? Lo stesso discorso vale per la spinosa questione delle bombe atomiche americane in Italia: non si tratta di un tema che meriterebbe ben altra attenzione e ben più serio trattamento?

Dobbiamo ricordare che lo squilibrio tra l’attuale taglia delle forze armate e i fondi ad esse destinati è talmente ampio da non permettere adeguate attività di addestramento. La riforma impostata dall’ex Ministro della Difesa Di Paola, analizzata anche in un documento dello IAI, non è ancora stata avviata. Varrebbe forse la pena porvi mano. La difesa italiana è in grave sofferenza e risollevarla richiederebbe un dibattito più serio, informato e produttivo in sede parlamentare.

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