IAI
Nuovo presidente

Rouhani e la fata Morgana dell’Iran

17 Giu 2013 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

“Aref e Rouhani prenderanno i voti che il sistema deciderà possano prendere”, aveva predetto uno scettico Khatami. E invece si è sbagliato, e con lui si sono sbagliati quasi tutti gli osservatori stranieri che, a parte qualche voce isolata, avevano puntato sulla vittoria del conservatore Jalili, magari a seguito di un testa a testa tutto interno al suo fronte. Rouhani non ha neanche avuto bisogno del ballottaggio e questa, fra le tante, è stata una delle sorprese maggiori.

Eccezionalismo iraniano
Le ragioni del successo appaiono diverse e in parte contraddittorie; col passare dei giorni se ne potranno capire meglio la portata e i limiti. Rouhani potrebbe aver tratto vantaggio dalla litigiosità del campo conservatore: pasdaran e clero sciita non sono riusciti a superare le loro divisioni interne e a presentare un candidato unico, come invece Rafsanjani ha indotto con successo a fare ai moderati. Ahmadinejad ha inseguito con Mashai il miraggio del modello “Medvedev-Putin” ed è andato a sua volta incontro ad una sonora sconfitta.

La Guida Suprema potrebbe aver sottovalutato l’entità dello scontento popolare, che dalla borghesia urbana potrebbe aver tracimato in provincia e nelle zone rurali. Sull’efficacia delle sanzioni le opinioni sono discordi – e sono in diversi a sostenere che, lungi dall’indebolirlo, esse hanno aumentato sia pure in negativo il consenso per il regime – ma la crisi economica e l’inflazione hanno cominciato a mordere con durezza.

Ahmadinehad, preso atto della sconfitta del suo piano, aveva pubblicamente dichiarato che questa volta non avrebbe tollerato brogli e anche questo potrebbe aver favorito un candidato, di cui alla vigilia si criticava lo scarso appeal popolare.

Infine, non si può escludere del tutto che una soluzione così apparentemente imprevista, non sia giunta sgradita allo stesso Khamenei, il quale potrebbe ora sfruttarla per cercare un alleggerimento delle sanzioni senza sbilanciarsi in aperture eccessive, contando sull’effetto di annuncio che la vittoria di Rouhani potrebbe produrre nelle cancellerie occidentali.

L’esito del voto sembra confermare che, se è vero che le elezioni in Iran si svolgono secondo regole tutt’affatto singolari e il campo dei contendenti è circoscritto d’autorità, non è meno vero che – una volta definito il campo ristretto – la competizione al suo interno è autentica e, quando non entra in gioco l’eccesso di brogli, può portare a risultati che rispecchiano la volontà popolare più di quella del regime. Un dato questo su cui varrebbe la pena di riflettere più a fondo e che costituisce un altro aspetto dell’ eccezionalismo iraniano.

Opportunità
Quanti pensano che Rouhani possa imprimere in tempi brevi una decisa sterzata al paese, a partire dal fondamentale dossier nucleare, farebbero bene a ricordare che il potere reale continua a risiedere nelle mani della Guida Suprema, in particolare per quanto riguarda la politica estera. Resta ancora da capire, come si è accennato, se la sua vittoria possa indebolire Khamenei o se non gli offra, invece, l’opportunità di recuperare margini negoziali nei confronti dell’Occidente.

Il fronte moderato rimane tutto sommato debole, molti dei suoi esponenti sono agli arresti (e vedremo presto se il nuovo presidente sarà davvero in grado di liberare tutti i prigionieri politici, come pare abbia annunciato).

Rouhani sa bene che qualsiasi apertura nei confronti degli Usa dovrà necessariamente passare da una moratoria nucleare, riannodando i fili del rapporto con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e recuperando i tentativi di mediazione falliti, ultimo quello tripartito di Istanbul.

Egli conosce bene la natura del problema e i margini che gli si presentano; la sua flessibilità in passato è stata spesso temperata da ambiguità e marce indietro che hanno confermato come, prima di ogni altra cosa, egli rimanga all’interno della struttura del potere e sia attento a non superare la linea rossa del confronto aperto con il fronte conservatore.

Certo, se sull’onda di questo risultato dovesse di nuovo partire un movimento popolare come quello dell’ Onda Verde, i dati potrebbero cambiare. Ma per ora non sembra se ne vedano le premesse e Rouhani, oltretutto, non è un trascinatore di folle. O perlomeno, non lo è stato fino ad ora.

Il fatto che l’unico religioso in corsa fosse allo stesso tempo il solo rappresentante del fronte moderato, fa capire come il clero sciita sia assai più variegato nelle sue posizioni di quanto il mantra di molte analisi tradizionali lasci pensare.

Come che sia, il risultato costituisce un’opportunità per Usa e paesi europei che sarebbe autolesionista non cogliere: le prime prese di posizione del presidente Obama e del segretario Usa alla difesa Hagel lasciano ben sperare. Al di là del nucleare, che pure continua ad essere la pietra angolare della stabilità nell’area, specie in relazione ad Israele, l’Iran gioca un ruolo cruciale nello scacchiere siriano e in quello iracheno, i due più critici della regione.

Rischio chimera
A Baghdad è chiaro da tempo che, senza l’accordo con Teheran, qualsiasi stabilizzazione resta una chimera. Quanto alla Siria, il cerino iraniano è fin troppo visibile, ivi compresa la sua coda libanese. Ma c’è un altro aspetto tutt’altro che marginale: l’Iran ha da qualche tempo riorientato i suoi rapporti commerciali in direzione della Turchia, dell’ India e della Cina. Fin qui, si tratterebbe di un dato tutto sommato accettabile, che non sconvolge l’interesse fondamentale di sicurezza energetica dell’Occidente.

Ma la Cina non si limita a commerciare con l’Iran; da molti segnali emerge come essa stia puntando a fare di quel paese il suo riferimento politico-strategico nei confronti della regione che chiama Asia Occidentale. Si tratta di un teatro dal quale Pechino si è tenuta sinora ai margini ma che, nel suo percorso sempre più accelerato verso il rango di grande potenza globale, sta entrando nel suo spazio di attenzione.

Un asse Pechino-Teheran avrebbe ripercussioni imprevedibili sull’intero scacchiere regionale, e non solo. Ragione in più per agganciare Rouhani, e con lui Khamenei, se quanto si intravvede ne offrirà la possibilità e non si trasformerà in una, ennesima, fata Morgana.

.