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Verso le europee 2014

L’onda lunga degli euroscettici

19 Giu 2013 - Dario Sabbioni - Dario Sabbioni

L’euroscetticismo è un fenomeno relativamente recente che sta trovando un terreno di coltura fertile per espandersi e raggiungere ampie fasce della società. Come concetto fu proposto da Paul Taggart dell’Università del Sussex nel 1998 per identificare la linea di divisione (cleavage) presente in tutti i partiti europei tra il supporto e l’opposizione nei confronti dell’integrazione europea.

La storia del termine è in realtà riconducibile all’inizio dell’integrazione europea: secondo un articolo pubblicato sul prestigioso Journal of Common Market Studies, si può suddividere la storia dell’euroscetticismo in tre fasi: la prima, dall’inizio dell’integrazione in Europa fino alla fine degli anni’80, termina con la fine della Guerra Fredda e la “rivincita” dell’Unione europea con il Trattato di Maastricht, che dà invece inizio alla seconda fase. La terza inizia con il dibattito attorno al Trattato di Lisbona nel 2009, ed è la più breve, ma forse anche la più ricca di implicazioni sull’opinione pubblica europea.

Trasversalità
All’inizio l’euroscetticismo si basava su linee di divisione nazionali ed era sostanzialmente guidato da élites politiche, con scarso interesse popolare. La “massificazione” del fenomeno è intervenuta con Maastricht, non appena si è cominciato a toccare con mano il deficit democratico che inficiava le decisioni nelle istituzioni europee.

L’ultima fase, quella attuale, è rappresentata dalla ramificazione del fenomeno non soltanto nella popolazione attraverso le proteste di massa, ma anche da una resilienza verso l’Europa manifestata in alcune classi politiche nazionali. I due tratti distintivi dei primi decenni di integrazione, quindi, si sono fusi nello stesso fenomeno.

Per lungo tempo (almeno negli ultimi dieci anni) l’euroscetticismo è stato trattato come una variabile dipendente: all’aumento della sfiducia nei confronti dell’Europa (misurato periodicamente dall’Eurobarometro della Commissione europea e saltuariamente nelle consultazioni referendarie sui Trattati, come quelle in Francia e Olanda del 2005) corrispondeva un aumento dell’euroscetticismo nel continente.

Oggi il fenomeno si è approfondito. Gli sviluppi sono quelli più recenti, dalla disaffezione verso il Parlamento europeo (solo il 43,24% degli aventi diritto ha votato alle ultime elezioni del 2009 e le intenzioni di voto per quelle del 2014 non sono più incoraggianti) alle manifestazioni di piazza, a partire dalla mobilitazione del 15 ottobre 2011.

Secondo l’ultima rilevazione, la sfiducia nell’Europa come istituzione in Germania, Regno Unito e Spagna era pari rispettivamente al 59%, 69%, 72%. Due caratteristiche del “nuovo euroscetticismo” sono rilevanti per una riflessione più approfondita.

Da un lato, la sua natura interpartitica, ovvero la penetrazione ormai avvenuta in larghi settori della scena partitica europea. Il cleavage anzidetto sembra quindi essere stato superato in favore di una più capillare distribuzione socio-politica.

Alcuni recenti studi provenienti dall’intero spazio politico (uno dello European Council of Foreign Relations, uno del think tank progressista Policy Network ed uno del centro di ricerca popolare paneuropeo Thinking Europe) sottolineano come l’euroscetticismo sia diventato un tema da tenere in stretta considerazione per i decisori pubblici europei, data la sua presenza trasversale tra i partiti.

Il fattore tempo in questo caso è interessante: negli anni’80, i socialisti spagnoli, ad esempio, erano contrari all’integrazione, salvo poi ricredersi per rientrare nella più ampia famiglia del socialismo europeo successivamente. Il Front National francese, dall’altra parte, era politicamente tiepido ma culturalmente a favore di una maggiore integrazione negli anni ’80, spostandosi poi su una critica feroce negli anni successivi.

Non solo crisi
Secondariamente, la critica alle istituzioni rimane fortemente influenzata dalla crisi economica, anche se in un modo ambivalente. Ad esempio, in un altro articolo apparso sempre sul Journal of Common Market Studies nel 2012 si può leggere uno studio effettuato incrociando dati dell’Eurobarometro, di Transparency International ed Eurostat: la conclusione a cui giungono gli autori è che il potere esplicativo della variabile economica è inferiore a quanto comunemente si può pensare.

Anzi, sempre secondo questo studio le due variabili principali in grado di spiegare la crescita dell’euroscetticismo in Europa rimangono le identità nazionali e le istituzioni politiche, la cui rilevanza è in costante crescita dal 1992.

In particolare, la questione dell’identità nazionale vista come esclusiva ha una correlazione diretta con la crescita dell’Euroscetticismo per tutto il periodo 2007-2010. La fiducia nelle istituzioni nazionali ha invece debole potere esplicativo, mentre è alto quello della fiducia nelle istituzioni europee. Insomma, pare proprio che l’austerity spaventi il popolo europeo meno di quanto sembri.

Resta comunque l’indubbia influenza della crisi dei debiti sovrani sulla percezione dell’Unione. Soprattutto con l’interventismo della Commissione europea degli ultimi due anni le opinioni sono molto cambiate, ma è ancora presto per trovare dati empirici da verificare.

Infine, un caso particolare per la diffusione dell’euroscetticismo montante è l’Inghilterra. Qui durante l’ultimo anno e a partire dalle ultime elezioni europee, si è assistito ad una crescita esponenziale dello United Kingdom Independence Party (UKIP), partito euroscettico che al momento siede al Parlamento europeo nel gruppo “Europa della Libertà e della Democrazia”. Dato nei sondaggi al terzo posto e in grado di insidiare il Partito conservatore, l’impatto più forte avuto finora è stato quello “ideologico” sul Partito conservatore stesso.

La promessa di indire un referendum nel 2017 sulla permanenza nell’Ue ed il referendum in Scozia del 2014 (anche se non influenzato dall’UKIP) sono due elementi di debolezza mostrati dal primo partito della Coalizione di governo nel Regno Unito.

Il rischio, corroborato anche da una stampa non benevola verso l’Unione che annovera tra le sue fila lo storico Times, il Daily Mail, il Daily Telegraph e il tabloid Sun, è che una critica radicale anti-europea vittoriosa nel 2014 possa riuscire a rendere ancora più instabile il quadro politico del 2015, anno delle prossime elezioni politiche nel Regno Unito. Gli effetti di un’ondata di euroscetticismo vincente alle prossime elezioni europee sarebbero difficili da prevedere, almeno nell’Europa occidentale.

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