IAI
Missioni internazionali

L’Italia oltre l’Afghanistan

14 Giu 2013 - Federica Mogherini - Federica Mogherini

Come spesso succede in Italia – e non solo, a dire il vero – un titolo ad effetto può nascondere la profondità di fatti che sono, nella realtà delle cose, decisamente più rilevanti. Guardiamo il dito, e non la luna. In questi giorni questo rischio lo stiamo correndo con il dibattito sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Centrare il problema
Il titolo è sull’aula parlamentare semivuota nel momento in cui il ministro Mauro relaziona sulla morte del Maggiore La Rosa – disdicevole, concordo, ma sottolinearlo non fa che amplificare il problema, spostando ancora una volta l’attenzione su altro, mentre lo si sarebbe potuto risolvere semplicemente con una diversa pianificazione dei lavori d’aula.

Il titolo è sugli attentati in Afghanistan, sull’età degli attentatori, sulla storia delle vittime – se sono italiane, quasi che quelle di altra nazionalità fossero figlie di una contabilità minore. Il titolo, ancora, è sul “ritiro” del contingente italiano, sulle richieste di “riportare subito a casa i nostri ragazzi” o sulle conferme di “lealtà agli alleati”.

Come se davvero il problema fosse questo. Come se la fine della missione Isaf non fosse già decisa (un anno fa, al vertice Nato di Chicago, da tutta l’Alleanza) ed il rientro dei contingenti già in corso: sono quasi mille i militari italiani che stanno tornando in Italia, nel corso di quest’anno, ed i tempi del rientro degli altri è legato più alla definizione tecnica delle modalità di trasferimento (complicate, come è facile immaginare) che non ad una decisione politica che, ripeto, è stata già presa.

D’altra parte, che il tema del “ritiro anticipato” sia fittizio lo mostra bene il caso francese, visto che anche dopo aver deciso e realizzato, l’anno scorso, il “ritiro immediato” del proprio contingente, la Francia ha ancora in Afghanistan 1.400 militari. Il punto non è quindi “se” porre fine ad una missione che sta già finendo. Il punto è cosa fare dopo la fine della missione Isaf, per fare in modo che i progressi in corso in Afghanistan – pur lenti e parziali, ma innegabili – non siano cancellati da un ritorno al passato che renderebbe – questo sì – privi di senso i 12 anni trascorsi dall’avvio della missione – le vite perse, i soldi spesi.

La Nato sta già discutendo i tratti della missione che seguirà, che di definito al momento sembra avere solo il nome, “Resolute support”. Sembra anche chiaro quello che non sarà: non sarà “combat” (ma di “consulenza, assistenza e formazione” delle forze di sicurezza afghane); non sarà consistente in termini numerici (si parla di 10.000 uomini in tutto, mentre oggi sono più di 90.000); non sarà decisa se non in stretta relazione con gli afghani – che nell’anno della fine di Isaf, il 2014, vanno anche ad importantissime elezioni presidenziali, le prime in cui non sarà e non potrà essere candidato Karzai.

È su questo, su quel che faremo dopo il 2014, che il Parlamento e le forze politiche dovrebbero oggi e nei mesi che verranno concentrarsi, perché parlare ora di quel che è già stato deciso un anno fa è il modo migliore per far decidere altri al per noi.

Pensieri lunghi
Ma la partecipazione italiana alla gestione collettiva della sicurezza globale e regionale non inizia e non finisce con l’Afghanistan, e neanche con le missioni internazionali – che siano Onu, Nato o Ue. Perché a ben vedere sono le aree di crisi che ad oggi non sono teatri importanti di intervento ad essere cruciali per gli anni che verranno, a partire da quelli che ci circondano: la Siria, il Libano, la Libia, l’Africa Sub-Sahariana, i Balcani. Aree di conflitto aperto o carsico, inserite in contesti regionali tanto complessi da rendere del tutto impossibile né immaginabile un intervento internazionale di tipo “classico”, militare, e che pure non possiamo guardare indifferenti, aspettando che si risolvano da sé.

Più di due anni di crisi siriana ci dimostrano che una situazione di cancrena, ignorata, non fa che peggiorare. Allora quello che dovremmo fare, subito, è un ragionamento serio e complessivo del modo in cui preveniamo e gestiamo i conflitti, le crisi; quali terreni d’azione sono per noi prioritari, nel medio e nel lungo periodo (perché i tempi della storia sono lunghi, i conflitti se si vuole li si vede arrivare per tempo, e li si accompagna ad una soluzione nel tempo); quali strumenti sono più efficaci, quali sinergie internazionali sono necessarie.

Quel che ci serve è un lavoro serio ed onesto su una “Strategia di Sicurezza Nazionale” – quel che tutti i paesi con cui ci relazioniamo hanno fatto, in questi anni, tranne noi. È importante per assumere le decisioni con consapevolezza e razionalità; per investire sui percorsi più lungimiranti, a partire da quello dell’integrazione europea della difesa (e della politica estera, che l’una senza l’altra ha poco senso), prospettiva sulla quale il Consiglio europeo di dicembre lavorerà e su cui sarebbe bene che governo e parlamento trovassero il modo di contribuire insieme.

Ed è importante, last but not least, per coniugare le nostre esigenze di sicurezza e di interesse nazionale con le necessità di bilancio di un paese che sta attraversando la più profonda crisi economica della sua storia.

La sensazione è che siamo – non solo noi italiani, ma l’Europa tutta insieme, e forse anche gli Stati Uniti con la loro “attrazione” verso il Pacifico – ad un punto di passaggio fondamentale. Sarebbe sbagliato pensare di affrontarlo in modo ordinario, business as usual: serve invece un “atto fondativo” della nostra politica estera e di difesa, un punto di ripartenza che metta in ordine le priorità e tracci strategie comuni, condivise. Può essere una grande occasione, se saremo in grado di coglierla.

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