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Golfo

La lenta ascesa dell’Oman

20 Giu 2013 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Lo scorso dicembre si sono svolte le prime elezioni municipali nella storia del sultanato (affluenza del 50%). I 192 membri del Consiglio municipale dell’Oman – fra cui quattro donne – non dispongono di poteri esecutivi ma avranno il compito di formulare proposte relative al miglioramento dei servizi locali. Soprattutto, la funzione strategica dei consiglieri – eletti e non più nominati – è provare a filtrare il malcontento latente in ogni wilayat (provincia), prima che questo si trasformi in conclamati fenomeni di protesta.

Lavoro
Il Consiglio della Shura, la Camera bassa eletta dell’Oman -cui si affianca un Majlis al-Daulah di nominati- ha appena approvato l’innalzamento del salario minimo (fino al 60%) per i lavoratori nazionali del settore privato. Il provvedimento, teso a incrementare il potere d’acquisto degli omaniti, comporta due rischi: la riduzione degli investimenti delle compagnie straniere nel sultanato, insieme all’acuirsi del malessere degli expatriates (circa 600mila, soprattutto indiani e pachistani), maggioritari nel settore privato perché più qualificati degli omaniti.

Con l’obiettivo di ridurre la platea dei disoccupati nazionali (circa il 20%), la Shura ha deciso di porre un tetto alla presenza di lavoratori stranieri nel paese: essi costituiranno il 33% della popolazione (contro l’attuale 40%), anche se mancano dettagli sulle modalità di attuazione del progetto. Proprio la crescente disoccupazione giovanile (stimata al 25%), unita alla corruzione dilagante, è la scintilla che, nel 2011, ha provocato le manifestazioni di protesta nei grandi centri urbani: Sohar e Sur nel nord industriale, Salalah nell’inquieta regione meridionale del Dhofar e, in misura minore, a Muscat.

Quasi il 50% dei 2.7 milioni di omaniti ha meno di vent’anni e ciò rende ancora più difficile soddisfare la crescente domanda di lavoro. E il disegno di “omanizzazione” del lavoro nel settore privato non ha finora dato i risultati sperati, anche a causa dell’inadeguatezza del sistema di formazione. In un’ottica di diversificazione economica, il fondo sovrano del sultanato ha di recente comunicato la volontà di aumentare gli investimenti interni dall’attuale 50% al 70% della liquidità totale, focalizzandosi sullo sviluppo di tre asset: turismo, pesca, risorse minerarie.

Dopo aver annunciato per quest’anno un incremento della spesa pubblica del 30%, il ministero delle finanze di Muscat ha diffuso roboanti previsioni di crescita per l’economia: già nel 2012, il Pil nazionale si sarebbe attestato sopra l’8% (il Fondo monetario internazionale, Fmi, lo stimava al 5%). Mediante nuovi e costosi metodi estrattivi, l’Oman sta infatti aumentando la produzione giornaliera di barili di petrolio (da 714.000 barili al giorno nel 2007 a 889.000 nel 2011), rallentando così il declino di un’industria petrolifera comunque in sofferenza.

Coscienza nazionale in erba
Le proteste del 2011, incentrandosi sulla lotta alla corruzione e la responsabilità democratica, hanno prodotto un risultato irreversibile: l’articolazione di una nascente coscienza pubblica all’interno della società omanita. In un paese d’impianto neo-tribale come l’Oman, dove è vietato dar vita a partiti politici, il rapporto fra il sultano e il popolo non ha finora conosciuto altre mediazioni che quelle delle tribù; le stesse che partecipano alla gestione, centralizzata e oligarchica, del potere.

Scagliandosi contro il sottopotere del sultano – dove stanno emergendo numerosi casi di corruzione e privilegi – i manifestanti hanno rivendicato il diritto di partecipare più attivamente al processo decisionale, in quanto loro “dovere nazionale”: sono le parole scandite dalla folla, per esempio, nel febbraio 2011, durante un sit-in di fronte agli uffici del governatore del Dhofar.

A riguardo, il sultano ha cercato di inviare messaggi d’immediato impatto mediatico. Mentre numerosi funzionari e uomini di governo vengono indagati per abuso di potere e appropriazione indebita, le prerogative della State Audit Institution sono state rafforzate, nell’intento di identificare e ridurre i crimini contro la pubblica amministrazione.

Tra febbraio e marzo, frequenti scioperi del personale giudiziario hanno paralizzato la giustizia omanita: gli scioperanti hanno domandato, oltre che aumenti salariali, l’applicazione del decreto reale n°10/2012, relativo all’indipendenza della magistratura dall’esecutivo. Infatti, solo dal marzo 2011, il Consiglio Supremo dell’Oman non è più vicepresieduto dal ministro della giustizia; ma con la riforma, esso è stato posto sotto la guida diretta del sultano.

Un uomo solo al comando
Qaboos bin Sa’id, sultano dell’Oman dal 1970, ricopre tutte le principali cariche del paese: capo dello stato, premier, ministro della difesa e degli affari esteri, capo delle Forze armate e della Banca centrale. Nato nel 1940, egli non ha eredi in linea diretta, né ha finora indicato un possibile successore. Nonostante rimanga amatissimo dal suo popolo, proprio il tradizionale accentramento di potere rischia – dato il momento di disagio economico e sociale – di trasformare il sultano in bersaglio del malcontento.

Infatti, se nella fase calda delle proteste del 2011, i dimostranti sfilavano addirittura mostrando le immagini del sovrano, pregandolo di porsi alla guida del processo di auto-riforma, alcuni di essi cominciano ora ad additarlo come responsabile del mancato rinnovamento interno; infatti, gli emendamenti alla Basic Law e alla legge sul lavoro sono stati percepiti come interventi cosmetici di conservazione dell’esistente.

La delusione diviene poi rabbia dinnanzi ai numerosi arresti di attivisti e blogger: lo scorso marzo, il sultano ne ha perdonati una cinquantina (di cui una ventina in sciopero della fame), arrestati, processati e condannati con le accuse di diffamazione, cyber-crime, assemblea illegale. Alla repressione del dissenso è così seguito il “beau geste” di Qaboos: un epilogo classico per la vicenda omanita, ma che pare oggi sempre meno efficace.

Le proteste – in larga parte giovanili – iniziate nel 2011 hanno però innescato un processo di spersonalizzazione della nazione: a differenza dei decenni passati, l’Oman – in quanto stato – non si esaurisce più, a livello di percezione popolare, nella sola figura del sultano. Si tratta dunque di un tornante storico non scontato, in un paese dove il potere è gestito sulla base della compartecipazione tribale.

Il confine con lo Yemen permane inquieto ma per motivi diversi dal passato: l’80% circa della popolazione omanita è nata dopo il 1970. Infatti, se negli anni settanta lo scontro verteva sull’appoggio della Repubblica Popolare yemenita del Sud (Pdry) alla ribellione della regione del Dhofar, la preoccupazione del sultanato si concentra ora sull’inarrestabile erosione interna della sovranità dello Yemen.

In tale contesto l’immigrazione illegale – insieme al crescente anti-americanismo in entrambi i paesi – offre molte opportunità di reclutamento per la galassia jihadista e/o qaedista. Non è dunque un caso che da anni le forze di sicurezza dell’Oman controllino il poroso confine occidentale del paese, soprattutto a seguito della caduta di Ali Abdullah Saleh a Sana’a.

Dando credito alle previsioni economiche, la tenuta sociale del paese sembra, nel medio periodo, garantita: ed è una buona notizia per gli Stati Uniti, firmatari di un accordo di difesa dal 1980. Muscat, base logistica per la Nato in Afghanistan, è inoltre un ponte di dialogo con Teheran: Oman e Iran hanno siglato un patto di sicurezza nel 2010.

Nonostante la disponibilità di risorse economiche funzionali ad assorbire il malcontento, il sultano non può però sottovalutare i cambiamenti profondi in atto e le nuove aspirazioni della società omanita.

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