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Iran

Il gradualismo del nuovo presidente

17 Giu 2013 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

Con l’elezione di Hassan Rowhani a undicesimo presidente della Repubblica Islamica l’Iran non smentisce la sua proverbiale fama di imprevedibilità. I due grandi favoriti delle elezioni presidenziali, l’ex sindaco di Tehran Mohammad Baqer Qalibaf e l’ex capo negoziatore Saeed Jalili, hanno ottenuto un risultato più che modesto se comparato a quello dell’hojjatoleslam Hassan Rowhani, dimostrando ancora una volta come le non poche variabili di un sistema politico e sociale così complesso possano determinare risultati a sorpresa o mutamenti repentini.

Non ultimo, per tutti quelli che avevano predetto una tornata elettorale dominata dal diktat della Guida Suprema e che si sarebbe conclusa con l’elezione di un suo fedele delfino dell’area conservatrice, il risultato elettorale ha dimostrato ancora una volta come gli equilibri politici della Repubblica Islamica non siano dominati dal volere di Khamenei, ma al contrario da una complessa pluralità di interessi di cui la Guida è arbitro e garante. E ai quali deve sottostare, come evidentemente dimostrato dal risultato uscito dalle urne.

Grande affluenza
Il ministero degli interni ha diramato domenica scorsa i risultati ufficiali dello spoglio, confermando un’affluenza alle urne pari al 72,70% degli aventi diritto (36.704.156 su 50.483.192 elettori), e confermando altresì la vittoria di Hassan Rowhani con il 50,71% delle preferenze (18.613.329 voti).

Gli altri sette candidati, ridottisi poi a cinque negli ultimi giorni per l’abbandono di Haddad-Adel e Aref, si sono spartiti la restante parte dei voti con misure nettamente inferiori a quelle del vincitore. Mohammad Baqer Qalibaf, grande favorito della vigilia, segue nella graduatoria a grande distanza con 6.077.292 voti, pari al 16.56% del totale. Poi Saeed Jalili con 4.168.946 (11,36%), Mohsen Rezaie con 3.884.412 (10,58%), Ali Akbar Velayati con 2.268.753 (6,18%), Mohammad Gharazi con 446.015 (1,22%).

Una prima analisi evidenzia alcuni elementi di particolare importanza. Il primo è senza dubbio relativo alla grande affluenza, elemento determinante per la vittoria di Rowhani. Molti esponenti della diaspora iraniana avevano incitato all’astensionismo, costringendo la stessa Guida in più occasioni a pronunciarsi personalmente per invitare tutti gli aventi diritto ad esprimere il proprio voto il 14 giugno. Grazie alla sua massiccia influenza, quindi, Rowhani ha potuto trionfare alle elezioni, sbaragliando peraltro i due candidati sino all’ultimo momento considerati favoriti: Mohammad Baqer Qalibaf e Saeed Jalili.

Anche per questo, molti sostenitori del presidente Rowhani e del riformismo, hanno apertamente accusato la diaspora di essere distante dalla realtà nazionale, continuando a proporre modelli ed interpretazioni della politica iraniana distanti e funzionali ad interessi che non trovano riscontro nella società locale.

Un ulteriore elemento di interesse deriva dalla constatazione che tra i voti espressi in favore dei candidati non vincitori, circa il 30% è riconducibile a candidati dichiaratamente moderati. Questo evidenzia un quadro complessivo della realtà iraniana nettamente orientato a sostenere un radicale processo di cambiamento, determinando la fine del radicalismo di Ahmadinejad, e potenzialmente avviando il paese verso una nuova fase di stabilità e integrazione nella comunità internazionale.

Questo vuol dire anche, tuttavia, che gran parte degli appartenenti all’establishment politico e militare del paese, e più specificamente l’Iranian Revolutionary Guard Corps (Irgc, i tanto temuti quanto genericamente definiti Pasdaran) hanno espresso la propria preferenza in direzione del cambiamento, esattamente come fu ai tempi di Khatami.

Questi elementi dovrebbero indurre la comunità internazionale a maturare le proprie scelte di politica estera con l’Iran alla luce di fattori obiettivi e certamente più aderenti alla realtà, cancellando l’anacronistico stereotipo che per oltre trent’anni ha caratterizzato l’immagine di Tehran nel mondo.

Cosa cambia
Chi si aspetta mutamenti epocali e repentini della politica domestica ed estera di Tehran, resterà probabilmente deluso. La prima considerazione riguarda infatti proprio la connotazione ideologica del nuovo presidente. Hassan Rowhani, classe 1948, originario della provincia del Semnan, è stato da giovane un esponente del clero molto attivo politicamente, distinguendosi nell’opposizione alla monarchia e successivamente nel contributo alla rivoluzione, al fianco dell’Ayatollah Khomeini.

La sua carriera politica nella Repubblica Islamica è stata costruita nell’ambito degli apparati militari e della sicurezza, che ha progressivamente coordinato sin dai primi giorni, e poi durante gli otto anni della guerra con l’Iraq. Diventando quindi l’uomo di riferimento per le questioni strategiche e militari, e gestendo per sedici anni il controllo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale.

Per circa cinque anni è stato anche coordinatore del processo di dialogo con l’allora EU-3 sul programma nucleare, gestendo in prima persona le fasi più delicate del rapporto con gli Stati Uniti e gli europei. È stato parlamentare dal 1980 al 2000, per poi dirigere il Centro per le ricerche strategiche di Tehran, dove negli ultimi otto anni ha difeso la carriera e la reputazione di molti intellettuali messi al bando dal governo di Ahmadinejad.

È stato un collaboratore fidato e prezioso per due presidenti, Rafsanjani e Khatami, distinguendosi per le sue posizioni moderate, per la sua simpatia nei confronti del riformismo, e più in generale per l’impegno in funzione dei diritti umani e della libertà. Chi, tuttavia, ritiene che i riformisti iraniani propugnino la fina della Repubblica Islamica – come purtroppo spesso accaduto ai tempi di Khatami – commette un grave errore di interpretazione del’ambito politico del nuovo presidente e dei suoi sostenitori.

I riformisti sono portatori di un messaggio politico e sociale di cambiamento, funzionale ad una evoluzione del sistema e non già ad un suo sradicamento. Rowhani è in sintesi una “cerniera generazionale” nell’Iran contemporaneo, portando con sé i valori sia della prima generazione rivoluzionaria che creò la Repubblica Islamica, sia della seconda e terza, che pretende a gran voce di adattare il sistema politico e sociale alla realtà dei tempi, scardinandolo definitivamente dai rischi connessi alla visione della componente radicale, che di tanto in tanto torna a scuotere l’Iran nella sua storia.

Il programma di Rowhani è quindi quello di una progressiva crescita attraverso il cambiamento, ma non di una radicale metamorfosi dell’impianto ideologico dello Stato. In funzione di un nuovo ruolo per il paese, costruito nel rispetto dei suoi cardini storici.

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