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Di vertice in vertice

I piccoli passi di Letta in Europa

1 Giu 2013 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

L’Unione europea non è più una nave fuori controllo, in balia della crisi. Ma non è ancora in grado di affrontare il mare aperto dei grandi progetti. E viaggia di cabotaggio, di porto in porto. Il che, adeguando il gergo, vuol dire di vertice in vertice: da quello chissà perché straordinario del 22 maggio, che, a non farlo, non cambiava nulla, a un altro pure straordinario, ma subito declassato a riunione dei ministri del lavoro, ai primi di luglio, passando per il Consiglio europeo di routine di fine giugno. Appuntamenti serrati sull’agenda dei leader dei 27, che mascherano, con la frequenza delle riunioni, la rarefazione e l’inconsistenza delle loro decisioni.

Il vertice europeo dell’esordio del premier italiano Enrico Letta è stato poco più che acqua fresca, anche se tutti i leader sono stati concordi nel darne giudizi positivi, visto che non avevano litigato. Letta ha ammesso “l’emozione del battesimo” e s’è pure promosso: “Un buon debutto”.

Senza procedura
Nell’Unione che traccheggia nell’attesa delle elezioni tedesche, l’Italia del governo delle larghe intese fa melina e prende tempo. Tanto l’Europa, di questi tempi, non le scappa via: fa già surplace, una cosa alla Maspes, se deve durare fino al 22 settembre.

Il team Letta ci ha messo tre settimane per produrre un decreto legge a costo quasi zero e ad effetto quasi nullo sull’economia del paese che non esce dalla recessione: il rinvio a settembre della rata Imu sulla prima casa e un miliardo d’euro per la Cassa integrazione sono state giudicate non solo dal Financial Times “misure modeste”, che “riflettono il margine di manovra limitato dell’esecutivo”. Un parere condiviso dal Wall Street Journal: i provvedimenti varati rappresentano un “minimo sindacale”.

Non che ci fosse bisogno della stampa estera per arrivare a simili conclusioni. Lo stesso premier, del resto, ha ammesso che si trattava di guadagnare tempo, quei cento giorni che dovrebbero servire, di qui alla fine di agosto, per mettere insieme qualcosa di consistente. Anche se un dubbio resta: quella scadenza di fine agosto sembra già precostituire un alibi per un ulteriore slittamento.

La prudenza di Letta e la circospezione dei leader dell’Ue non hanno però distolto la Commissione di Bruxelles dal chiudere la procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo: l’Italia esce da dietro la lavagna dei somari dell’Ue e torna fra i banchi con i buoni allievi della classe europea. La sentenza dell’esecutivo comunitario deve essere avallata dall’Ecofin, il Consiglio dei ministri delle Finanze dei 27, e benedetta dal vertice europeo, a fine giugno: passerà di certo i controlli, ma è accompagnata da commenti cauti e qualche riserva.

La procedura contro l’Italia risaliva al 2009, quando i conti pubblici avevano sforato il tetto del 3% del rapporto deficit/pil previsto dai parametri di Maastricht. La chiusura avviene perché il deficit, secondo le attuali previsioni macroeconomiche, dovrebbe rimanere – pur se di poco – sotto la soglia del 3% quest’anno e pure il prossimo. Nel 2014, il disavanzo dovrebbe oscillare tra l’1,8 e il 2,5%, lasciando, quindi, margini di manovra maggiori.

L’Italia resta, del resto, una ‘sorvegliata speciale’. La Commissione rivolge precise raccomandazioni a Roma: andare avanti sulla strada delle riforme strutturali, migliorare il sistema bancario, rendere più flessibile il mercato del lavoro, spingere sulle liberalizzazioni, snellire la burocrazia e riformare la giustizia civile per dare più certezza agli investitori. Quanto al tesoretto da spendere per crescita e occupazione, quest’anno se lo sono già mangiato i pagamenti degli arretrati della pubblica amministrazione alle imprese; nel 2014, si vedrà, sempre d’intesa con le autorità comunitarie; e sempre nell’attesa e nella speranza d’una qualche grande iniziativa europea.

Attese e speranze che, navigando di cabotaggio, si spostano in avanti di riunione in riunione. Prima del vertice del 22 maggio, Enrico Letta, parlando in Parlamento, aveva spiegato che l’incontro prossimo venturo contava poco o punto, malgrado le conclusioni già pronte su energia e lotta contro l’evasione (buone in vista del G8 di Belfast di giugno). Quello che conta – avvertiva il premier – sarà il vertice di fine giugno, dove l’Unione dovrà passare dalle parole ai fatti su crescita e occupazione.

Oltre le ortodossie
Dunque, il 22 è stato solo un antipasto, una sorta di sessione di riscaldamento. Le conclusioni, che dovevano solo essere approvate, indicano l’intenzione d’accelerare la lotta all’evasione, adottando “entro la fine dell’anno” una direttiva sui risparmi, finora frenata da Austria e Lussemburgo, e avviando “il prima possibile” negoziati con la Svizzera: l’obiettivo è quello di condividere le informazioni sui depositi bancari e di fare emergere evasione, o elusione, fiscale che fonti di stampa stimano fino a 500 miliardi di euro. Il presidente della Commissione europea Manuel Barroso giudica gli impegni “poco espliciti”, mentre il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz crede possibile dimezzare l’evasione entro il 2020.

Sull’energia, i 27 hanno confermato l’impegno, già preso nel 2011, di completare entro il 2014 il mercato unico del settore; e hanno pure fatto una cauta apertura allo sfruttamento del gas di scisto nell’Ue, chiedendo all’esecutivo comunitario di “valutare un ricorso più sistematico” alle “risorse energetiche locali”, verso uno “sfruttamento sicuro, sostenibile e redditizio nel rispetto delle scelte di mix energetico degli Stati membri”.

Ai partner, Letta dice che la priorità dell’Ue deve essere il lavoro ai giovani. Ed ai giornalisti riferisce che la linea italiana “è stata accolta”, perché l’occupazione giovanile sarà al centro – ma poteva essere diversamente? – del Vertice di fine giugno. E mentre negli Stati Uniti il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke afferma che “la ripresa va aiutata” e s’impegna a non ridurre gli stimoli, a Bruxelles i leader dell’Ue s’accontentano di mettere a punto un calendario. E s’inventano, già al di là del loro prossimo appuntamento, una riunione dei ministri del lavoro dei 27 a Berlino, il 3 luglio, al di fuori di tutte le ortodossie comunitarie – la Germania non ha la presidenza di turno del Consiglio dei ministri dell’Ue: servirà a confrontare le pratiche migliori per favorire l’occupazione giovanile (e di sicuro molte saranno tedesche).

Il surplace dell’Europa scoraggia il potenziale ventinovesimo membro dell’Unione: l’Islanda, che s’è appena data un governo euro-scettico, decide lo stop ai negoziati per l’adesione e annuncia “un referendum sull’ingresso nell’Unione”.

A dirvela tutta, a me pare fortemente probabile che, il 27 e 28 giugno, ci sentiremo spiegare che non si può mettere la Germania nell’angolo sulle risorse per la crescita e l’occupazione a neppure tre mesi dalle elezioni politiche tedesche, tanto più che il presidente francese François Hollande ha già sotterrato l’ascia di guerra e fumato il calumet della pace con la cancelliera Angela Merkel, avallandone la spinta – o vedendone il bluf f- per una maggiore integrazione politica, almeno dell’eurozona, con un governo europeo dell’economia.

E, così, da giugno si finirà all’autunno, con belle parole, tanti impegni e poche decisioni concrete, ma di sicuro richieste “precise” e “ferme” da parte dell’Italia e non solo. L’Ue resterà in surplace; e l’Italia continuerà a fare melina. Fino al 31 agosto, che lì Letta tirerà finalmente in porta. Farà gol?, o, nel frattempo, sarà finito fuori gioco?

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