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Aspetti militari e politici

Proposta Bonino per una no-fly zone in Siria

19 Mag 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

“Sulla Siria Emma Bonino ha compiuto un’ammissione che altri suoi colleghi ministri degli esteri sono restii a pronunciare in pubblico”. Lo riporta il Corriere della Sera di venerdì 17 maggio. Il fatto si riferisce all’audizione alle Commissioni esteri di Camera e Senato, riunite il giorno precedente, quando il ministro, invitata da un deputato ad esprimere un giudizio sull’eventuale imposizione di una no-fly zone, con grande franchezza aveva risposto: “Credo si debba arrivare lì, e arrivare molto presto”. Ha poi aggiunto che si tratta “proprio di una di quelle proposte che altri devono avanzare, anche se sostenerlo è un po’ un armiamoci e partite”.

Responsabilità della politica
Quando si inizia con questo tipo di operazioni si sa come si comincia, ma non dove si finisce. O, meglio, se si pensa all’evoluzione dei casi precedenti – ricordiamo Iraq, Bosnia, Kosovo e Libia – il “dove si finisce” non lascia molto spazio all’immaginazione. In Iraq dopo 12 anni, in Bosnia e Kosovo dopo molti mesi, in Libia – ma solo per la fuga in avanti francese – solo dopo poche ore, la conclusione è stata la guerra. Emma Bonino se ne rende ben conto, lo si comprende dal tono delle sue parole.

È molto positivo che queste dichiarazioni, una volta tanto, siano state esplicite, e ne rendiamo merito al ministro. Nessuno potrà nascondersi quando dalla conferenza degli “Amici della Siria”, il 22 maggio ad Amman sortirà una pressione sul Consiglio di sicurezza a passare a vie di fatto, come per la Libia. O quando il tentativo di colloquio tra le parti, scaturito come ultima spiaggia dal recente incontro tra Erdogan e Obama a Washington – entrambi desidererebbero anche la partecipazione del regime siriano – fallirà miseramente per l’opposizione o la non partecipazione dei ribelli. Ovviamente, assieme a Emma Bonino, noi ci auguriamo che le cose non vadano proprio così.

Cosa è una no-fly zone
Attivare una no fly zone – in italiano “zona di interdizione al volo” – nella pratica significa pattugliare con caccia-intercettori il cielo sovrastante una determinata regione, nonché gli adiacenti margini di sicurezza, al fine di impedire ogni qualsivoglia attività di volo non preventivamente nota ed autorizzata. È ovvio che, con un provvedimento di questo tipo, la “sovranità territoriale” dello Stato interessato – nonché la pratica possibilità di esercitarla – viene decisamente annullata. È un provvedimento grave, per la cui attuazione la Comunità internazionale, prima di muoversi, ha sempre preferito attendere l’avallo dell’Onu.

È agitare la foglia di fico della tanto politicamente corretta responsibility to protect. Ma i massacri in Siria non sono compiuti solamente dagli aerei di al-Assad, il cui regime ha ben altri mezzi a disposizione, probabilmente più feroci e cruenti. Poi, anche una parte delle milizie ribelli – quelle parte dei gruppi salafiti e qaedisti – non va troppo per il sottile quando si tratta di uccidere siriani. Per loro, ovviamente, la “responsabilità di proteggere” è obiettivo del tutto secondario, a meno che non si tratti dei propri obiettivi nella regione. Ma allora, chi vuole davvero la no-fly zone?

A chi conviene
Sicuramente Arabia Saudita e Qatar, che avrebbero così modo di coinvolgere in quella che si delinea sempre di più come uno scontro mortale tra mondo sciita e mondo sunnita, un Occidente che vorrebbe invece rimanere estraneo. Sicuramente anche i veri patrioti, d’ispirazione democratica. Probabilmente, con più di una riserva anche la Turchia, che già ha teatralmente preteso i Patriot che la Nato, sperando di chiamarsi così fuori da altre incombenze, si è trovata obtorto collo a concedere. L’Europa, Italia inclusa (a meno di direttive superiori, come per la Libia), dopo una risoluzione del Consiglio di sicurezza qualche supporto “non letale” sarebbe presumibilmente disposta a concederlo.

La Cina non sembra interessata – all’Onu si asterrebbe o si opporrebbe – mentre la Russia, che ha appena venduto alla Siria i missili antinave Yakhnot (150 miglia di raggio) e sta completando la fornitura dei micidiali missili antiaerei A-300, sta perseguendo, come si è visto, un’utopica soluzione diplomatica. Obama, tirato per la giacca da una parte dai russi e dall’altra dalla necessità di non lasciare tutta l’iniziativa ai gruppi salafiti, sente di dover fare qualcosa, ma non sa cosa. “Resta aperta ogni opzione”. Questo è ormai diventato il suo mantra. Però, è chiaro che una no-fly zone sopra la Siria senza il contributo americano non si può fare. E nemmeno senza la Nato e l’Europa.

Coalizione aerea inter-araba con supporto europeo
Certo, per quanto riguarda il pattugliamento degli spazi aerei – si tratta di cica 200 mila kilometri quadrati di cielo sopra il territorio, circa quattro volte la Bosnia e metà dell’Iraq – teoricamente Turchia, Giordania ed Egitto potrebbero fornire i caccia F-16, l’Arabia Saudita gli F-15 ed il Qatar con gli Emirati qualche Mirage 2000. I sauditi possiedono anche alcuni radar volanti Awacs. Ma, a parte i problemi di addestramento e di amalgama, una coalizione aerea del mondo sunnita non sarebbe comunque sufficiente.

Escludendo gli americani e – per ovvi motivi – gli israeliani, mancherebbe un numero sufficiente di radar volanti e di aero-rifornitori. In Europa, i primi sono assetti Nato ed i secondi, pur in numero limitato, fanno parte di un pool europeo. Ma anche se tutto ciò fosse disponibile tra Europa e Medioriente, è stato ormai ampiamente dimostrato che una no-fly zone senza aver preventivamente distrutto difese aeree, aeroporti, depositi di missili, centri radar e di Comando e Controllo non si può fare. In Libia lo avevano fatto gli americani, attaccando a fondo sin dai primi giorni. L’esperienza ci dice che per ogni ora di volo di pattugliamento sicuro (missione principale) mediamente ci vogliono almeno altre due ore tra caccia-bombardieri, Awacs e aero-rifornimento.

Serve chiarezza
C’è chi sostiene che, se i caccia-bombardieri israeliani hanno potuto violare in più occasioni lo spazio aereo siriano, questo non è proprio impenetrabile. Ma non si possono paragonare i rischi di uno sporadico attacco a sorpresa di notte a bassissima quota, con quelli in cui invece incorrerebbe un sistema aereo di sorveglianza ed intervento che, per forza di cose, deve operare in quota, rimanendo permanentemente esposto alle difese contraeree.

Ma, al di là della disponibilità di mezzi e risorse, al punto in cui siamo è necessaria estrema chiarezza. Vogliamo solo accelerare la caduta di al-Assad, o anche fare in modo che, alla fine, sia la componente democratica delle forze siriane anti-regime a prevalere? Urge una risposta sincera. Da soli, è assai difficile che possano farlo. Perché questo possa avverarsi, non ci sono no-fly zones o aiuti occidentali “non letali” che tengano. Occorre vincere la guerra combattuta sul terreno, con le immaginabili conseguenze “collaterali”.

Certamente accettando alti rischi politici, ma soprattutto mettendo in conto costi umani assai dolorosi. Oppure, se questi rischi non li vogliamo correre, l’Occidente può anche continuare così. Ma senza fingere indignazione ogni giorno che passa.