IAI
Speciale giovani e rivoluzioni

Libano, fra vecchie politiche e aspirazioni incompiute

22 Mag 2013 - Marco Di Donato - Marco Di Donato

Mentre gran parte del mondo arabo è impegnato in un profondo processo di transizione prodotto dalle componenti più giovani delle sue società, i ragazzi libanesi restano imbrigliati in un pericoloso immobilismo. Nonostante il ritiro delle truppe siriane in seguito a quella che il segretario generale del 14 Marzo, Fares Soueid, ha definito l’inizio di tutte le “primavere arabe”, la gran parte dei libanesi rimane del tutto consapevole che oggi il destino del Paese è legato a doppio filo a quello della Siria. La spinta verso il cambiamento che con tanta forza si era espressa nel 2005 attraverso movimenti di piazza simili a quelli di Avenue Habib Bourghiba e Piazza Tahrir, sembra essersi ormai esaurita.

Una primavera ormai passata
La mobilitazione giovanile libanese nel 2011 non è nemmeno lontanamente comparabile con quella del 2005. Eppure nel 2011 sono nati movimenti di protesta. Campagne come “ll popolo libanese contro il confessionalismo” o la “Campagna nazionale per l’eliminazione del sistema confessionale” e nuovi blog come ad esempio “A separate state of mind”. In più di un’occasione migliaia di giovani libanesi hanno marciato contro la rappresentanza politica su base confessionale.

In aggiunta, all’inizio del 2013, il primo matrimonio inter-confessionale celebrato su suolo libanese, e riconosciuto dallo Stato, sembrava aver dato nuovo impulso per la creazione di un movimento di coscienza sociale soprattutto fra le componenti più giovani della società che avevano salutato con favore l’apertura alle unioni civili.

Tuttavia queste forme di protesta, oltre che numericamente esigue, restano a tutt’oggi politicamente isolate poiché prive di un referente politico che si faccia carico delle loro richieste. Guardando al 2005 e alla potentissima esperienza della Rivoluzione dei Cedri, è come se i giovani libanesi abbiano vissuto una primavera individuale, esclusivamente libanese, all’interno di un contesto regionale che non era pronto -come potrebbe forse esserlo oggi- ad accogliere le istanze di cambiamento.

Quasi come se gli – ragazzi – libanesi avessero affrontato la questione in un momento storico inadatto ad ascoltare le loro richieste. Richieste che fin dal 2005 reclamavano riforme di carattere strutturale tese ad affrontare le crescenti tensioni sociali: il problema della disoccupazione giovanile -attualmente al 19% – e l’emigrazione dei laureati. Il 44% dei libanesi che espatria è composto da giovani.

Poco o nulla è cambiato in Libano in seguito alle rivolte di Avenue Habib Bourghiba e Piazza Tahrir. Anche dopo le dimissioni dell’ex premier sunnita Najib Miqati, i partiti si sono mostrati incapaci di trovare un punto di incontro in merito alla futura legge elettorale. Le logiche e i giochi di potere di ieri continuano a escludere oggi i giovani dalla vita politica.

Inoltre i movimenti e le organizzazioni giovanili non appaiono, almeno al momento, così ben strutturati da poter influenzare in maniera effettiva le politiche locali ancora del tutto dominate dagli storici rappresentanti delle singole confessioni.

Il vecchio confessionalismo
Nonostante un crescente malessere sociale e una situazione economica non delle più floride, nel paese non sembra essersi ancora sviluppata una coscienza inter-confessionale che permetta di porre realmente sotto pressione l’attuale sistema egemonico il quale continua ad avvalersi, giovandosene, della collaudata categoria del conflitto siriano per dividere lo scenario libanese secondo parametri e logiche ben conosciute.

Questo atteggiamento si è espresso durante il dibattito sulla legge elettorale poiché, come scrive la rivista al-Majalla, “la politica confessionale libanese sta concependo leggi nate già morte che impediscono alle generazioni future di sviluppare una coscienza nazionale”.

In Libano l’identità confessionale, o di gruppo, appare ancora del tutto preponderante rispetto a quella nazionale che è per larghi tratti praticamente assente. I giovani, giocoforza, restano dipendenti dalla dialettica confessionale, ricorrendo al proprio leader politico di riferimento per ottenere lavoro, protezione ed assistenza sociale.

La pur presente mobilitazione giovanile indipendente, intesa qui come non direttamente cooptata dai partiti dell’8 o del 14 Marzo, coinvolge numericamente pochi soggetti che non riescono effettivamente ad influire all’interno del processo di decision-making.

Ciò che sembra mancare in Libano non è la volontà di cambiamento, ma la possibilità per quei diversi segmenti della società che condividono tale aspirazione di agire come corpo sociale unito e compatto: in primis i giovani. Le loro pur presenti aspirazioni sembrano essere frenate dall’impossibilità di influire fattivamente sul sistema politico confessionale. È dunque proprio l’immutato conservarsi di quest’ultimo a rendere vane le speranze di un cambiamento strutturale.

Per quanto tempo questo immobilismo potrà perdurare mantenendo inalterata tale architettura?

La risposta è forse nelle parole dell’ex ministro del Lavoro Charbel Nahas: “moltissimi libanesi continueranno a sostenere tale sistema fino a quando non ne sarà proposto uno alternativo.” La vera sfida per i giovani libanesi, come per tutta la società, non sembra essere dunque quella di distruggere l’attuale sistema confessionale, ma di immaginarne uno nuovo, di fornire ai propri concittadini un’alternativa credibile per il futuro del proprio paese.

.