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Speciale giovani e rivoluzioni

La Tunisia e la gioventù perduta

16 Mag 2013 - Stefano M. Torelli - Stefano M. Torelli

A distanza di due anni dalla ribellione popolare che ha portato alla caduta di Ben Ali, la Tunisia vive una controversa fase di transizione democratica. Se da un lato si parla del Paese che sta realizzando la miglior performance post-ribellione, dall’altra le fasce di popolazione più giovani fanno fatica a gioire dell’attuale condizione politica. Nel corso di questi due anni in cui tante cose sono cambiate, alcune dinamiche sembrano essere addirittura peggiorate.

Dalla speranza alla disillusione
Ciò che colpisce è la mancanza di fiducia dei giovani tunisini nella possibilità che la politica possa davvero contribuire a un reale cambiamento della vita e delle condizioni socio-economiche del Paese. Al momento della speranza è progressivamente seguita una fase di disillusione difficile da superare.

Un dato su tutti può riassumere questo passaggio: al momento delle prime elezioni democratiche, che rappresentavano il momento più importante della transizione da un regime autoritario a uno pluralistico, solo il 17% degli aventi diritto al voto tra i 18 e i 35 anni si è registrato presso gli uffici elettorali. Ciò vuol dire che i ragazzi tunisini che si erano resi protagonisti delle rivolte nel gennaio 2011, dopo meno di un anno avevano già perso la speranza di cambiare il Paese attraverso la partecipazione attiva al processo politico.

Con l’avvicinarsi delle nuove elezioni – quelle che dovranno sancire i nuovi equilibri politici e di governo dopo l’approvazione della nuova costituzione – il trend non sembra essere migliorato. Si potrebbe infatti registrare una nuova ondata di astensionismo giovanile, il che sancirebbe un preoccupante allontanamento della classe giovane dalla politica e, ancora più preoccupante, una sostanziale rinuncia a contribuire al cambiamento.

Perché sembra esserci questa distanza tra giovani e politica? Il momento di protesta e ribellione del 2011 che ha visto i giovani protagonisti aveva le sue basi in condizioni economiche molto difficili, a fronte delle quali si riscontrava una disuguaglianza di fondo nelle opportunità di migliorare la propria condizione. Ciò vuol dire che, nel momento della transizione, ciò a cui i giovani guardano con maggiore attenzione nel valutare i nuovi politici, è proprio il livello di apertura politica che si registra e, dall’altro lato, la performance macro-economica. Se questi sono gli indicatori da controllare per giudicare l’azione di governo, è facile intuire il perché del malcontento delle giovani classi tunisine.

La politica ancora solo per grandi
Per ciò che concerne la liberalizzazione politica, è innegabile che vi sia stata un’apertura rispetto al monopartitismo dei decenni precedenti. Ciò che si nota, però, è la relativa assenza dei giovani, almeno dai posti governativi. L’attuale esecutivo, infatti, ha una media di 55 anni di età, in un Paese in cui l’età media della popolazione è di appena sotto i trent’anni.

Sin dalla prima campagna elettorale dell’ottobre 2011, si registra una sorta di scollamento tra le istituzioni e le reali esigenze e istanze della popolazione giovane. Tra i temi trattati dalle varie forze politiche in campo, non sono rientrati – se non raramente e in maniera molto marginale – quelli che i ragazzi percepivano come i più urgenti da affrontare: riforma del settore educativo, del lavoro e della giustizia. Al di là di questo aspetto politico, i ragazzi tunisini vivono la preoccupazione per un futuro che non appare roseo e che non sembra dare molte possibilità di emancipazione economica e sociale.

Se nell’ultimo anno di presidenza di Ben Ali il tasso di disoccupazione era circa il 14%, dopo due anni la situazione è sensibilmente peggiorata. Il mix esplosivo di crisi economica internazionale e regionale da un lato e, dall’altro, un’improvvisa instabilità politica e un governo che fa fatica ad affrontare le tematiche del lavoro, hanno portato la disoccupazione a crescere al 18%. Tale cifra raggiunge livelli ancora più alti nelle aree interne, dove si sfiora il 30%, rendendo ancora più evidente la discrepanza tra regione costiera – più sviluppata, avviata all’industrializzazione e beneficiaria del settore turistico – e interno del Paese.

Inoltre, il tasso di povertà ha ormai toccato il 20% dell’intera popolazione. Di fronte a tale situazione, la risposta dei giovani tunisini non sempre riesce a tramutarsi in proposte politiche costruttive. Si nota piuttosto una sorta di apatia politica, che contribuisce al malessere del Paese. Secondo alcune stime, dal gennaio del 2011 ad oggi sono stati più di 400 i suicidi legati alle misere condizioni economiche. Nel 53% dei casi si tratta di giovani sotto i trent’anni.

Le alternative future
Non sarebbe corretto affermare che non vi siano movimenti che continuano a lottare per ottenere condizioni migliori. Organizzazioni per la promozione dei diritti umani e delle libertà politiche sono attive soprattutto nei centri urbani. Le università sono diventate nuovamente un luogo di intensa attività politica dal basso e di confronto – a volte persino scontro – ideologico.

Siamo di fronte a una popolazione giovane che, pur trovando difficoltà ad avere sbocchi nella vita politico-istituzionale, rimane comunque attiva a livello sociale, sfruttando gli spazi pubblici per manifestare il proprio disagio e le proprie idee.

Tra questi, vanno annoverati anche tutti quei ragazzi – spesso giovanissimi, tra i 18 e i 25 anni – che si stanno avvicinando alla galassia del cosiddetto salafismo, come movimento di rottura e protesta contro un sistema che fatica a dare le risposte alla crisi attuale. Seppure possa sembrare normale che emergano movimenti anti-sistemici in fasi di crisi, una delle sfide della Tunisia sarà quella di convogliare queste tendenze verso una maggiore partecipazione alla vita politica del Paese.

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