IAI
Politica estera e di difesa

La stella polare del governo Letta

17 Mag 2013 - Federica Mogherini - Federica Mogherini

Le audizioni che i ministri degli esteri e della difesa hanno tenuto questa settimana nelle rispettive commissioni del Parlamento sulle linee programmatiche del governo, hanno offerto alcuni interessanti spunti di riflessione. In Italia, purtroppo, né la politica estera né quella di difesa sono oggetto di grande attenzione mediatica: fanno eccezione solo i dossier sui costi e le notizie tragiche di rapimenti o perdite umane in zone di conflitto, ma anche queste, solo se coinvolgono cittadini italiani, come se il valore di una vita fosse legato alla nazionalità.

Se si vogliono capire e, possibilmente, prevenire questi eventi drammatici, si deve invece guardare alle politiche per come si sviluppano, al di là ed al di fuori delle “emergenze”. Si possono accostare, in questo contesto, esteri e difesa, che pure nelle competenze di governo e parlamentari restano separate – anche se tra le proposte di riforme istituzionali dei “saggi” compariva, con un qualche fondamento, l’idea di accorpare le due commissioni. Esiste infatti una crescente zona di sovrapposizione, intersezione delle politiche, che purtroppo a volte si fa fatica a riconoscere e quindi anche a frequentare, limitando così la capacità di azione e di relazione in entrambi gli ambiti.

Scenari
Nel delineare le linee programmatiche della loro azione di governo, sia il ministro Mauro che la ministra Bonino hanno fatto ampi riferimenti a questa intersezione, indicando alcuni scenari su cui è utile soffermarsi.

Innanzitutto, la dimensione europea, intesa non come “luogo” di relazioni internazionali ma come ambito di piena realizzazione della nostra sovranità nazionale. La storia recente ed il buon senso – in tempi di globalizzazione – ci dicono che dovrebbe essere un elemento acquisito, il considerare l’Europa non l'”oggetto”, il campo, della politica nazionale, bensì il “soggetto” di cui far parte in modo pieno e completamente integrato. Non è cessione di sovranità, ma al contrario l’unica vera forma di realizzazione piena di sovranità: lavorare perché la nostra Europa sia soggetto e non oggetto di politica estera e di difesa.

Anche se può apparire un elemento scontato, su questo terreno è in corso una forte regressione culturale e politica, e quel che solo fino a qualche anno fa appariva patrimonio comune, oggi è tema di discussione anche accesa, divisiva. Il circolo vizioso della mancata gestione della crisi economica da parte di un’Europa chiusa nella miopia del solo rigore, del deficit democratico e dell’assenza di processi di integrazione politica, hanno allontanato l’orizzonte degli Stati Uniti d’Europa non solo dalla realtà, ma anche dai sogni dei suoi cittadini.

Uno dei banchi di prova decisivi del rilancio o del fallimento del progetto di integrazione europea sarà senza dubbio la sua capacità (al momento quasi inesistente) di fare politica estera e di difesa comune. Il Trattato di Lisbona offre delle possibilità non sfruttate, in questo campo, frustrate da divisioni e miopie che indeboliscono non solo il progetto europeo, ma anche i singoli paesi membri che si illudono di trarne benefici nell’immediato. Oltretutto, l’annosa questione del coordinamento con la Nato appare ormai del tutto superata, dal momento che oggi tutti riconoscono che un’Europa con migliori capacità militari sarebbe un più utile interlocutore per l’Alleanza Atlantica.

Intersezioni
C’è, forse, l’occasione per un’inversione di tendenza: il Consiglio europeo di dicembre avrà il compito di tracciare una strada comune per la realizzazione di un sistema di difesa europea, e da qui ad allora governi e parlamenti dei paesi membri potranno e dovranno fare la loro parte per contribuire al processo.

Non è solo questione di razionalizzazione dei bilanci (elemento comunque non secondario), ma innanzitutto di efficacia delle politiche: o l’analisi del quadro internazionale delle minacce globali, l’indicazione delle strategie utili a prevenire e gestire le crisi, e gli strumenti per farlo, saranno comuni, europee, o saremo condannati alla frammentarietà della visione e dell’azione, con un grado di confusione e di inefficacia che già abbiamo sperimentato in anni recenti, con danni per tutti. Non è tempo di ordinaria amministrazione nel piccolo dei nostri confini nazionali, ma piuttosto di slanci coraggiosi di integrazione e visione ampia: o si pedala veloce, o si cade rovinosamente.

Il secondo ambito di intersezione è quello, più ampio, di ridefinizione del concetto stesso di “interesse nazionale” e di “minaccia alla sicurezza”. L’Italia sconta, su questo terreno, un ritardo culturale di anni – se non decenni – che ci vede fermi a categorie concettuali del secolo scorso.

Vedere che il mondo presenta, anche per l’Italia, opportunità, sfide e rischi ben più complessi e articolati di quanto le dinamiche post-guerra fredda ci abbiano consegnato, consentirebbe di arginare i pericoli e cogliere le occasioni – che siano nel campo del commercio o del partenariato economico, in quello della ricerca o dell’industria, della promozione dei diritti umani, fino ad arrivare ai terreni “classici” della diplomazia e della sicurezza (che di tradizionale ha ormai ben poco, perché accanto alla dimensione strettamente militare si fanno sempre più forti quella cibernetica, ambientale, umana).

È un mondo che richiede di essere letto tutto insieme, nella sua complessità, senza i compartimenti stagni del passato (anche recente). Si “fa” sicurezza anche con la cooperazione, come si “fa” diplomazia anche con la ricerca. Ho l’impressione che questa consapevolezza stia iniziando a farsi strada, e sarebbe anche questo un piccolo grande risultato, se questa strana stagione di “governo di servizio” si accompagnasse anche ad un tale cambio di visione strategica.

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