IAI
Velivoli senza pilota

La spina dei droni nel fianco di Obama

14 Mag 2013 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il massiccio utilizzo di velivoli senza pilota da parte dell’amministrazione americana inizia a suscitare critiche e dubbi negli Stati Uniti, dove recentemente gruppi di attivisti “no-drones” hanno organizzato diverse manifestazioni pubbliche. Il problema non è la tecnologia, ma la decisione politica sul suo uso strategico.

Raid di Obama
Secondo le stime pubblicate dal londinese Bureau of Investigative Journalism, il vincitore del premio nobel per la Pace Barack Obama ha ordinato dal 2009 al 2013 circa 316 attacchi mirati da parte di Unmanned Aerial Vehicles (Uav), contro i 52 autorizzati dal suo predecessore George W. Bush.

Gli attacchi sono dunque sestuplicati, in base ad una strategia che vuole evitare il dispiegamento di truppe americane in operazioni di contro-guerriglia – come testimoniato dall’avvenuto ritiro dall’Iraq, dalla riduzione dell’impegno in Afghanistan, e dal sostegno solamente esterno all’intervento in Libia – e predilige attacchi mirati contro sospetti terroristi in paesi quali Pakistan, Yemen e Somalia.

La strategia democratica ha trovato il sostegno di buona parte dei repubblicani, come sottolineato dall’articolo di Foreign Policy “Barack O’Romney”, che ha utilizzato l’espressione “kill the bad guys before they can kill us” (Uccidi i cattivi prima che loro possano uccidere noi) per definire questo approccio bipartisan. Critici sono invece gli ambienti liberal dei democratici americani e quelli repubblicani vicini ai libertari di Rand Paul.

L’idea che la minaccia terroristica vada combattuta attraverso una combinazione di intelligence, forze speciali, e attacchi condotti a distanza tramite velivoli senza pilota, sembra aver messo radici nel mainstream politico americano – e anche nella cultura popolare, se si prende come sintomo della percezione odierna la trilogia cinematografica di Iron Man.

Cambia la tecnologia, non l’operazione
Il problema, come sempre, non è la tecnologia ma l’uso strategico che se ne fa. In altre parole, è una questione politica. Un Uav non è un robot stile Star Wars, capace di prendere decisioni autonome, ma un velivolo pilotato in remoto da personale inserito nella catena di comando delle forze armate – o nell’intelligence come nel caso della CIA.

L’identificazione dell’obiettivo e il piano di azione vengono dunque sempre definiti dall’uomo, e la missione viene poi tele-guidata dall’operatore oppure condotta in automatico dal velivolo sotto supervisione umana a seconda del tipo di operazione e del livello di automazione dell’Uav.

Si tratta di automazione e non di autonomia, perché l’autonomia richiederebbe una forma di intelligenza artificiale che l’attuale progresso tecnologico – in particolare rispetto a software e micro-processori – non è in grado di raggiungere nel breve-medio periodo. Infatti, i velivoli senza pilota sono in realtà velivoli a pilotaggio remoto. Tale elemento dovrebbe essere preso in considerazione nell’ambito della riflessione giuridica sull’uso dei velivoli a pilotaggio remoto nella direzione di un applicazione completa del diritto internazionale vigente – incluso ius ad bellum – verso l’utilizzo di tali nuovi mezzi.

Chiarito il punto che un’azione militare condotta da un Uav non è concettualmente diversa da quella condotta da un caccia o da un elicottero militari con il pilota a bordo, occorre riconoscere i vantaggi operativi dell’utilizzo di un velivolo a pilotaggio remoto. Ad esempio, un Uav può restare nell’area delle operazioni per un tempo molto prolungato perché non risente dei limiti umani del pilota, con operatori diversi che si alternano alla guida in remoto dalla base di controllo. Un altro vantaggio è l’abbattimento dei costi necessari per ospitare il pilota a bordo, sebbene il costo dei sistemi di telecomunicazione e delle basi di controllo a terra per operare gli Uav non sia comunque marginale.

Lungo periodo
Il crescente impiego degli Uav dipende non solo da valutazioni operative, ma anche e soprattutto da valutazioni politiche fatte dall’amministrazione Obama – e che potrebbero essere condivise da paesi europei come Gran Bretagna e Francia che stanno investendo sull’acquisizione di velivoli senza pilota.

L’uso degli Uav, rispetto al dispiegamento di truppe sul terreno e di velivoli con piloti a bordo, ha un costo politico drasticamente inferiore perché non mette a rischio la vita di militari americani – niente scenari alla Black Hawk Down – e perché ha una copertura mediatica minima rispetto a campagne militari quali quelle afgana e irachena. Non richiede quindi di giustificare politicamente né la perdita di vite umane né il costo economico dell’operazione.

Se queste valutazioni politiche valgono nel breve periodo, non è detto che funzionino nel lungo. In primo luogo, l’uso massiccio di Uav per attacchi mirati contro sospetti terroristi da parte dell’amministrazione Usa rischia di creare in Pakistan, Yemen e altrove, un odio nei confronti dell’America, specialmente a causa delle inevitabili vittime anche tra i civili, che a sua volta alimenta il terrorismo internazionale nonché il rafforzamento nella regione di forze e governi anti-occidentali.

In secondo luogo, minacce alla sicurezza e crisi regionali – come quella che coinvolge Pakistan e Afghanistan – non possono essere risolte dagli Uav: serve un impegno politico, diplomatico e militare a 360 gradi, che rischia di essere sottovalutato ed anzi danneggiato dall’attuale uso americano dei velivoli senza pilota.

Inoltre, i gli Uav non rimarranno a lungo un monopolio statunitense, vista la diffusione mondiale della relativa tecnologia – rudimentali velivoli senza pilota sono già stati usati da Hamas contro Israele – e la crescita della spesa militare in tutto il mondo ad eccezione dell’Europa. È facile prevedere che potenze regionali e anche piccoli stati in Asia, Medio Oriente e altrove presto avranno a disposizione Uav: se lo standard per il suo uso strategico è quello attualmente fissato dall’amministrazione Obama, è lecito aspettarsi un utilizzo simile ed anzi più spregiudicato contro sospetti terroristi, ad esempio ceceni o del Kashmir.

Infine, la suddetta riflessione giuridica è ovviamente collegata a importanti questioni etiche che si pongono per gli americani ed in prospettiva per gli europei: gli Uav rappresentano infatti l’attuale frontiera dell’eterna dialettica tra le possibilità di azione militare offerte dal progresso tecnologico e la volontà politica della civiltà occidentale di auto-limitarsi al riguardo.

Una tensione che non si è mai risolta, e non potrà risolversi neanche in questo caso, con un divieto alla tecnologia di progredire. Il problema non sono gli Uav, che porteranno vantaggi strategici alle forze armate americane ed europee e che inevitabilmente diverranno uno strumento ampiamente usato da stati e attori non statuali. Il problema sta nella definizione di linee guida per il loro uso strategico. La politica degli Uav non è un film di fantascienza.

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