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Verso Ginevra II

La soluzione sulla Siria passa per Teheran

30 Mag 2013 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

A distanza di un anno dalla Conferenza di Ginevra sulla Siria del giugno 2012, si riaffaccia l’ipotesi di mettere intorno a un tavolo le parti in conflitto ed avviare l’attuazione del cosiddetto Piano Annan. Nel frattempo lo stesso Annan, preso atto che il cruciale avvallo del Consiglio di sicurezza (Cds) sarebbe venuto a mancare, si è dimesso e l’incarico è passato a Lakdar Brahimi.

Il numero di vittime è intanto drammaticamente salito ad oltre 80.000, quello dei rifugiati a 1,5 milioni e dei profughi interni ad oltre 4 milioni: una vera catastrofe umanitaria. Mentre le forze lealiste hanno sostanzialmente mantenuto la capacità di contrasto e le diserzioni dall’esercito non si sono verificate se non sporadicamente e Hezbollah è entrato in campo al fianco dei lealisti.

Sul fronte opposto, sono massicciamente presenti nuovi combattenti stranieri, più o meno affiliati alla galassia di Al Qaida. Da ultimo, si è aggiunto l’inquietante sospetto sull’uso di armi chimiche. Per molto meno, a suo tempo l’Occidente intervenne a sostegno del Kosovo contro la Serbia.

Circolo vizioso
Contro ogni mal riposta aspettativa, risulta oggi chiaro che il massacro in corso non condurrà alla fine del conflitto ma ad ulteriori massacri. E al rischio di frantumazione del paese per linee etniche, settarie, confessionali. Una terra di nessuno, sottratta ai siriani, e preda di una spietata concorrenza tra le diverse influenze regionali e internazionali.

Con effetto di trascinamento nel conflitto dei paesi confinanti più vulnerabili, a partire dal Libano. Si intersecano nella crisi vecchie e nuove ambizioni di dominio dell’area, l’atavico contrasto tra sunniti e sciiti, l’inquietudine di Israele per l’incalzare dell’Iran e dell’arco di alleanze sciite, e i timori di tutti per il diffondersi dell’estremismo islamista e del terrorismo.

È sullo sfondo di questo scenario che si è materializzata l’intesa tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov. Che apre la strada ad una “Ginevra 2”. Tutti dicono di volerla. Tutti si appellano alla fine dei combattimenti e a una soluzione politica. Ma subito emergono i contrasti: chi invitare? E con quale agenda?

Quali gli interessi in causa, al di là delle considerazioni umanitarie? La Russia, che da sempre considera gli Amici della Siria inquinati da un approccio pregiudiziale, preme per una agenda “aperta” che non scarti a priori il regime, e per un “equilibrio” dei partecipanti che riconosca il ruolo dell’Iran nella soluzione della crisi.

Se per Mosca è essenziale mantenere il processo nei binari della “legalità” per non creare precedenti di sovversioni pilotate o monopolizzate dall’esterno, lo è ancor di più contrastare l’avanzata di correnti islamiste alla luce dei noti problemi nel proprio territorio; e, al contempo, preservare la presenza nel Mediterraneo che Assad ha garantito a Tartus e, più in generale, accreditare un proprio status di potenza internazionale. Nella sua perseveranza Mosca ha guadagnato molti punti alle proprie posizioni.

Ambizioni turche
Sul fronte opposto arabi e Turchia, ma con importanti differenze. L’attivismo del Qatar, già manifestatosi in relazione ad altre “primavere arabe”, conferma l’ambizione di un piccolo ma ricchissimo Stato di ritagliarsi un marcato profilo di influenza nella regione, e non solo (pensando ai fruttuosi investimenti della famiglia Al-Thani anche in Europa, ivi inclusa l’Italia).

Sostenendo militarmente una pluralità di gruppi e affiliazioni (“Qatar funnels billions of dollars to Syria rebellion” titola un recente accuratissimo articolo del Financial Times), Doha rischia addirittura di entrare in rotta di collisione con Riad, che privilegia le tendenze salafite. In entrambi i casi, comunque, l’obiettivo fondamentale è contrastare l’arco delle alleanze sciite e respingere l’avanzata dell’Iran.

La Turchia di Erdoğan, avendo anch’essa a mente il contenimento dell’Iran sciita, scorge tuttavia l’occasione per tradurre nel concreto un preciso disegno di egemonia regionale e rilancio economico.

In tal senso, vanno la generosa ospitalità offerta, a proprio rischio, ad oltre 100.000 rifugiati e l’intensa collaborazione economica ed energetica instaurata con i curdi iracheni, corredata da una politica di appeasement con i curdi interni (una strategia di cui Baghdad, già alle prese con una guerra civile strisciante con la componente sunnita, rischia di fare le spese). In qualche modo, una versione spregiudicata del principio enunciato a suo tempo “zero problems with the neighbourood”: se non è stato possibile con Assad, sarà possibile con i siriani sunniti.

Del resto, sarebbero state proprio le resistenze del regime ad aprire ai sunniti a determinare il cambio di rotta della politica turca verso Damasco. Per gli altri arabi, ivi incluso l’Egitto, alle prese con problemi interni e precarietà, si tratta soprattutto di non consentire la disgregazione di un paese vicino, disastrosa per assetti interni e regionali, e di assicurare al più presto una transizione che alleggerisca – è certo il caso di Libano e Giordania – la pressione delle masse di rifugiati (stimati dall’Unhcr in oltre 470.000 in ciascun paese e in continuo aumento). “Ginevra 2” dovrebbe sancire il definitivo primato dell’opposizione, con una dose di tolleranza circa la partecipazione di esponenti del regime nella transizione.

L’Iran, infine. Capofila dell’arco sciita che ha il suo terminale negli Hezbollah libanesi, militarmente attivo a fianco del regime siriano, Teheran è la preoccupazione prioritaria di tutto il vicinato, ed oltre. Introduce nel conflitto, esasperandolo, il contrasto storico tra sciiti e sunniti, ma soprattutto un potenziale dirompente nella competizione sulle sfere di influenza, non domato dalle pur incalzanti sanzioni imposte dall’Occidente.

Se Israele muove per tre volte in profondità nel territorio siriano, non è solo per bloccare i trasferimenti di armi lealiste a Hezbollah, ma per segnalare la propria “linea rossa” in ordine al potenziale bellico, nucleare, e in definitiva politico, iraniano. In qualche modo, in questa crisi, la chiave di volta è l’Iran.

Realismo occidentale
L’Occidente non è incerto o passivo, come spesso viene descritto. È alla ricerca del metodo. È realistico fermare il conflitto senza intervenire militarmente? È opportuno agire per interposta persona fornendo armi, e non solo aiuti umanitari, all’opposizione? E a “quale” opposizione? Chi dovrà condurre in porto il processo di transizione? È cruciale evitare errori.

Pesano gli esiti clamorosi dell’intervento in Iraq del 2003, che ha sovvertito gli equilibri tra sciiti e sunniti nell’area, consegnando l’Iraq ai primi (e all’influenza iraniana); i problematici riscontri dell’intervento in Libia; le difficoltà nel disimpegno dall’Afghanistan.

Nonostante la spinta interventista di Francia e Regno Unito – secondo alcuni, una sorta di riflesso dell’ordine post-ottomano che condusse a suo tempo alle intese di Sykes-Picot – e la recente revoca dell’embargo di armi all’opposizione siriana, l’Unione europea è ancora titubante e gli Stati Uniti cercano di affidare le responsabilità di sicurezza nel Mediterraneo agli europei. Per ora, vale la sospensiva posta sulla verifica dell’uso di armi chimiche.

In sintesi, l’Occidente deve reperire una formula che, dietro l’etichetta di un processo “inclusivo” di tutte le componenti, favorisca di fatto i settori moderati, e un equilibrio accettabile per tutti i protagonisti islamici e per Israele, oltre che il necessario raccordo con la Russia. Una matassa dai cento fili, che il frenetico lavorio diplomatico di questi giorni sta cercando di dipanare. Idealmente, da “Ginevra 2” dovrebbe emergere una piattaforma consensuale per una transizione pacifica, da registrare questa volta in una risoluzione del Cds.

Nel contesto, una novità di rilievo potrebbe rivelarsi la ripresa del negoziato nucleare 5+1 con l’Iran. Non è pensabile un cambiamento di rotta da parte di Teheran, per di più alla vigilia di elezioni presidenziali (il 14 giugno). Ma ove si riuscisse per ipotesi ad impostare un percorso costruttivo sul nucleare da parte dell’Iran, un buon tratto di strada sarebbe stato fatto anche per la crisi siriana (ed oltre).

Senza arrivare a prefigurare un ristrutturazione delle alleanze dell’Occidente, allo stato improponibile, si potrebbe immaginare un riconoscimento “condizionato” del ruolo dell’Iran nella regione nel contesto di un più ampio accordo. E avviare così un processo transitorio per la Siria, escludendo dal tavolo Assad e recuperando interlocutori del regime non coinvolti in violenze ed eccidi.

Uno scenario che milita per uno slittamento della Conferenza a dopo le elezioni iraniane. In ogni caso, a poco servirebbe questa o altra Conferenza se non emergesse un consenso tra i protagonisti interni ed esterni per una rigorosa vigilanza sui comportamenti di tutte le parti in causa e una condizionalità degli aiuti a misura di un rigoroso rispetto dei diritti umani. Senza il quale, il rischio di una annosa spirale di faide e vendette sarebbe reale, e la costruzione di uno Stato in pace con se stesso e promotore di pace con tutti i propri vicini, incluso Israele, altamente improbabile.

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