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Speciale giovani e rivoluzioni

Golfo, l’evoluzione giovanile attende la rivoluzione

23 Mag 2013 - Pietro Longo - Pietro Longo

I giovani che sono stati il motore delle cosiddette Primavere arabe nascono in Nord Africa, ma arrivano a mobilitarsi anche nei paesi del Golfo. È qui che si registra il più alto numero di fruitori di Internet del mondo arabo, con una percentuale di utenti di social network che si aggira intorno al 70%, la maggior parte dei quali giovani.

Le piattaforme virtuali temute dai regimi regionali svolgono un ruolo chiave per l’aggregazione e lo scambio di idee e consentono di creare spazi informali di incontro e discussione come il Dialogue Cafe di Doha.

Cambiamenti radicali più che riforme cosmetiche
I giovani del Golfo rivolgono la propria attenzione alle questioni politiche quasi esclusivamente in prossimità delle elezioni parlamentari. Ciò è dovuto alla natura di rentier state delle monarchie della regione – stati che si basano su una rendita petrolifera – e alla società del benessere che le caratterizza. Una partecipazione più attiva e costante varia ed è legata a fattori quali la stabilità politica, il benessere economico e la composizione etnico-religiosa del tessuto sociale.

Il primo fattore d’instabilità che mobilita i ragazzi è la disoccupazione giovanile che oscilla tra il 17 e il 24%. Di fronte al crescente malcontento, i governi del Golfo hanno creato posti di lavoro nel settore pubblico, incoraggiando anche l’assunzione dei lavoratori immigrati. Tali rimedi si sono però rivelati insufficienti dato che i giovani, in gran parte laureati, ambiscono a posizioni lavorative remunerative e coerenti con i loro studi. Diversamente da altri gruppi di opposizione i giovani chiedono cambiamenti radicali piuttosto che riforme cosmetiche.

In Oman i giovani manifestanti sono stati accusati di bloccare qualsiasi concessione da parte del Sultano Qabus ibn Said Al Said a causa delle loro rivendicazioni giudicate troppo ambiziose. Le richieste di riforme politiche ed economiche più insistenti nel Golfo sono però giunte dal Kuwait e dal Bahrein.

Qui, i ragazzi di piazza della Perla, a Manama, continuano a organizzare da più di due anni azioni di disobbedienza civile, anche con gesti eclatanti come le manifestazioni in occasione del Gran Premio di Formula 1.

La Coalizione del 14 Febbraio, così nominata dal giorno di inizio delle proteste, ha acquistato forte popolarità, legittimandosi come la vera voce critica nei confronti del regime e dialogando con il maggior fronte di opposizione, al-Wifaq. Sono nati inoltre numerosi movimenti non ufficiali, come Haqq, al-Wafa, o il movimento di liberazione del Bahrain.

Kuwait, una costellazione di movimenti
In Kuwait i gruppi di opposizione giovanili si sono formati già in occasione delle elezioni del 2006, anno in cui le donne hanno ottenuto il diritto di voto e si è imposto il Movimento Arancione. Da allora sono nate diverse iniziative politiche giovanili. Si va dalla campagna Nabiha Khamsa nata per chiedere che il paese venga suddiviso in cinque distretti elettorali in modo da facilitare le operazioni di voto, a Irhal, l’iniziativa che già nel 2009 domandava le dimissioni del primo ministro Shaykh Nasser Al Mohammad.

Più recentemente, il gruppo al-Sur al-Khamis ha chiesto le dimissioni del Primo Ministro Shaykh Nasser Muhammad al-Sabah, accusato di corruzione. A completare la lista è il movimento Kafa, fondato nel 28 febbraio 2011, che ha preceduto di un anno la formazione del Movimento civile democratico, Mcd, quale fronte comune.

Le proteste contro la famiglia reale al-Sabah si sono riaccese il 16 ottobre scorso, quando il movimento di opposizione Nahj, composto principalmente da giovani, ha lanciato lo slogan “Basta assurdità”, riferito ai tentativi di riforma del sistema di voto che avrebbero alterato la composizione dell’Assemblea nazionale dopo che l’opposizione aveva conquistato la maggioranza dei seggi – 34 su 50 – alle elezioni del febbraio 2012. La manifestazione, degenerata nella violenza, ha portato all’arresto di diversi attivisti mentre giungevano ferme condanne da parte della Associazione del Kuwait per i diritti umani.

Oman, Emirati e Qatar dormono ancora
L’attivismo giovanile è meno forte in Oman, negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar non solo a causa della mancanza di esperienza, organizzazione e cultura politica, ma anche per le migliori condizioni di vita. Secondo un sondaggio del 2012 a cura dell’Arab Youth Survey, i giovani qatarensi sono stati i meno attivi del Golfo: l’83% ha affermato che il paese sta andando nella “direzione giusta” e non ha avvertito l’esigenza di scendere in piazza.

Alcuni attivisti hanno aperto pagine Facebook sulla rivoluzione del Qatar, ma non si è costituito un gruppo forte e coeso. I giovani di Doha, inoltre, sembrano mostrare uno scarso interesse verso la politica a causa della diffidenza verso il sistema elettorale, come dimostrano i dati dell’affluenza alle elezioni municipali, in declino dal 1999.

Importante anche il ruolo giocato da al-Jazeera, la televisione satellitare nata a Doha che oltre ad aver sostenuto i giovani nelle rivolte nel Nord Africa, nel maggio 2011 ha ospitato un forum tematico su giovani e cambiamento. Tra gli invitati più di 80 attivisti provenienti da 18 paesi arabi, inclusi i leader dei movimenti giovanili protagonisti delle rivolte.

Nel Golfo, l’opposizione giovanile sembra aver incontrato un problema principale: la frammentazione dei movimenti, dovuta probabilmente alla limitata esperienza politica. Anche se nella regione si intreccino interessi economici e geopolitici di portata mondiale che hanno ostacolato la svolta democratica, i movimenti giovanili sono stati attori del cambiamento politico e portavoce di istanze di “evoluzione” quando non proprio di “rivoluzione”.

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