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Dopo le elezioni provinciali

Spettro Siria sull’Iraq

30 Apr 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

Se limitassimo la nostra attenzione alle cronache correnti, potremmo rimanere con l’impressione che, dopo dieci anni dalla caduta di Saddam Hussein, in Iraq l’unica vernice di democrazia – chiamiamola, se ci piace di più, “l’unico simbolo esteriore della democrazia” – sia l’indubbia frequenza delle elezioni. Di tutti i tipi. Costituzionali, provinciali, parlamentari, poi ancora provinciali e, nel 2014, di nuovo elezioni politiche.

Per il resto, sempre stando a quanto ci raccontano anche in questi giorni le cronache, l’immagine immediata rimane quella di un popolo di “bombaroli”. Ma, nonostante quest’impressione possa sembrare più che giustificata, le cose non sono esattamente così.

La grande massa dei cittadini vorrebbe vivere in pace e dedicarsi agli affari, il cui sviluppo ha nel paese un potenziale molto elevato. Sebbene , come abbiamo visto, i pericoli ai seggi elettorali e lungo la strada non siano affatto trascurabili, agli iracheni piace andare a votare, e ci vanno volentieri. Lo dimostrano le percentuali di votanti, che, sebbene in calo – nelle provinciali del 2009 l’indice era stato di circa il 70 per cento, contro un 52 per cento di quest’anno – superano quelle di diversi paesi occidentali.

Test per il 2014
In realtà, la situazione è assai più complessa ed ogni tentativo di semplificazione – come sempre avviene per gli accadimenti che si sviluppano in medio-oriente – ha un valore che si avvicina allo zero. Poniamo il caso emblematico delle elezioni provinciali “parziali” che si sono tenute il 20 e 21 aprile per rinnovare i Consigli, precedute e seguite da una serie impressionante di attentati e di intimidazioni: le vittime, tutte irachene, si contano a centinaia, a tutt’oggi in quotidiano incremento.

C’è chi paragona questo periodo ai tempi di maggior buio del 2006 e del 2007, quando gli obiettivi erano quasi esclusivamente i militari americani. Secondo il sito “Iraq Body Count”, nel 2012 si erano contati 4.571 civili morti, un dato inferiore solo alle 5.102 vittime del 2009.

Se per il 2013 sarà confermato il trend di violenze di questi primi quattro mesi, c’è buona possibilità di oscurare ogni record precedente. Questa tornata elettorale era caratterizzata dal fatto che l’esito – che è stato largamente favorevole ai candidati della coalizione “Stato di Diritto” guidata dal premier – avrebbe dato la misura della possibilità di Nuri al-Maliki di ricandidarsi per un consecutivo terzo mandato, previe modifiche costituzionali, alle elezioni politiche del 2014.

Malgrado una recente legge che lo vieta, è evidente come i deputati del suo schieramento politico si preparino a dar battaglia per sostenerlo, senza esclusione di colpi. E questo sarà un problema nel problema, visto che il premier è ritenuto dagli oppositori settario, autoritario, filoiraniano e incurante dei diritti delle minoranze.

Clima da guerra civile
Sono proprio queste che, sia pure in modo disordinato, indistinto e confuso, si apprestano a fargli fallire con ogni mezzo un’eventuale riconferma, tanto che alcuni analisti – a nostro avviso ottimisti – non escludono in Iraq un colpo di coda della “primavera” araba condotto dai benpensanti. Esistono, infatti, com’era all’inizio in Siria, masse interconfessionali moderate, ma la loro voce è destinata molto presto ad affievolirsi di fonte alla sopraffazione ed al terrore. Operata da parte del governo in carica, dagli sciiti di Moqtada al-Sadr e dai sunniti qaedisti e salafiti.

Il voto, che risulta a favore di al-Maliki, non può che avere, al momento, un significato parziale. Non si è infatti votato nelle tre province curde di Dohuk, Arbil e Suleymaniya – che, per marcare la loro voglia di indipendenza – andranno a votare a settembre, nella provincia contesa di Kirkuk e nelle province sunnite di Ninive e al-Anbar (prospicienti i confini con Siria e Giordania), dove il voto è stato posticipato a data da definirsi “per motivi di sicurezza”.

Ma questo è solo un eufemismo per dire che in tutte queste province il governo centrale, la polizia e le forze armate – composte in prevalenza da elementi sciiti – hanno scarsissima capacità di controllo. In queste condizioni, è evidente che, se la possibilità del premier di tenere unito un Paese dilaniato non è affatto scontata, un suo tentativo di “forzare” le prossime elezioni politiche potrebbe finire in un bagno di sangue ed in uno smembramento territoriale che già si va evidenziando nei fatti.

Se, solo per elezioni di secondo livello, in pochi giorni sono stati uccisi 14 candidati sunniti per i Consigli provinciali – non importa in questa sede sapere se i responsabili siano forze politiche e religiose rivali o integralisti sunniti militanti – è sin d’ora prevedibile ciò che potrebbe accadere per siffatte elezioni politiche.

Ombre siriane
L’accentuarsi della commistione della situazione irachena con quella siriana è l’evenienza che potrebbe condurre all’ipotesi peggiore: lo scorporamento della porzione della Siria attualmente “liberata” dalle forze ribelli e la sua integrazione con le province irachene prospicenti, per lo più controllate da forze sunnite integraliste.

L’ipotesi non è peregrina se è vero che, come sostengono alcuni analisti, più dell’ottanta per cento dei successi ottenuti dai ribelli in Siria sono attribuibili alle brigate internazionali qaediste e salafite, che traggono alimento e ricambio oltre confine. Esattamente ciò che all’inizio della rivolta sosteneva – certamente ai propri fini – un Bashar al-Assad mai ascoltato e mai creduto.

Ora anche al-Maliki, preoccupato del conflitto interconfessionale che è tornato ad investire l’Iraq, non esita ad affermare – e questo gli fa gioco – che l’ondata di violenze in varie province “… è arrivata d’oltre frontiera, dopo essere cominciata altrove nella regione”. A dire il vero, che questo processo fosse già in corso era ampiamente noto. Solo che l’Occidente, valutando pragmaticamente che era suo interesse chiudere un occhio sull’estremismo sunnita pur di combattere la montante arroganza iraniana, fingeva di non accorgersene.

Già nel 2006 era nata la fantomatica organizzazione Islamic State of Iraq (Isi), temporaneamente neutralizzata con l’aiuto dei sunniti ex baathisti arruolati da Petraeus, quelli che poi al-Maliki ha trascurato e deluso. Organizzazione ben presto risorta subito dopo l’uscita degli americani, con la più recente – anche se contestata – denominazione di Islamic State of Iraq and Greater Syria.

Una ingenua prova di califfato regionale, cui aggiungerne altri (Somalia, Nord-Africa, Nigeria, Cecenia, ecc.) per conseguire, con il tempo e la pazienza, l’utopia del califfato globale? Può darsi. Ma, per fortuna, le utopie sono tali proprio perché non si realizzano mai.

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