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Medioriente

Silenziosa competizione tra Golfo e Maghreb

29 Apr 2013 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

A ventiquattro anni dalla sua istituzione, l’Unione del Maghreb arabo (Uma) mostra segni di risveglio: i cinque paesi membri (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Mauritania) hanno infatti deciso di finanziare la Banca maghrebina per gli investimenti e il commercio con l’estero, organismo creato dal trattato dell’Uma, ma non ancora operativo. La capitalizzazione iniziale dell’istituto di credito dovrebbe aggirarsi intorno ai 100 milioni di dollari, cui ogni stato contribuirebbe per una quota del 20%.

Dopo le rivolte del 2011 l’Unione del Maghreb arabo, esperimento di regionalismo fin qui deludente, è riemersa nel discorso pubblico nordafricano, incrociandosi con la necessità politica, sempre più impellente, di fornire risposte rapide ma sostenibili in termini di occupazione e salari. In questo senso, aumentare la percentuale, bassissima, di commercio intra-maghrebino (che non raggiunge il 2% del totale) e attrarre investimenti diretti esteri (Ide) oltre che d’area (questi ultimi inferiori all’1% dell’intera percentuale di Ide) rappresentano due strade quasi obbligate.

Mentre le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), grazie ai vettori della liquidità finanziaria e della predicazione salafita, incrementano il proprio soft-power nella zona, c’è un fattore nuovo che potrebbe indebolire il rilancio dell’Unione maghrebina: il possibile ingresso del Marocco nel Ccg. Ipotesi che depotenzierebbe politicamente l’intero progetto dell’Uma.

Vent’anni di insuccessi
Già nel 1989, il trattato costitutivo dell’Uma – che ha sempre guardato al modello dell’Unione europea – si prefiggeva la graduale realizzazione di obiettivi economici assai ambiziosi: area di libero scambio, unione doganale, mercato comune. Ma il progetto di regionalismo maghrebino si è scontrato, da subito, con fortissime resistenze politiche causate, in primo luogo, dall’irrisolta questione dello status del Sahara occidentale, che continua a dividere il Marocco e l’Algeria (sostenitrice del Fronte Polisario).

Negli anni, l’instabilità istituzionale e sociale di alcuni paesi del quadrante ha bloccato l’evoluzione dell’organizzazione regionale: si pensi, per esempio, alla proliferazione cross-nazionale dei gruppi jihadisti e/o qaedisti (come al-Qaeda nel Maghreb islamico) e alla fragilità delle istituzioni statuali della Mauritania, minate dal persistere delle tensioni interne fra mauri bianchi (arabo-berberi), mauri neri arabofoni e africani neri del sud. Gli ostacoli all’integrazione maghrebina non sono, tuttavia, solo di natura politica.

I cinque paesi aderenti all’Uma hanno infatti una struttura economica tra loro differente: rispetto ad Algeria e Libia, dipendenti largamente da petrolio e gas, Marocco e Tunisia hanno sistemi economico-industriali più differenziati (produzione agricola, manifatturiera, fosfati) nonché integrati nel circuito commerciale internazionale, in quanto membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

La Mauritania, seppur membro dell’Omc, è periferica rispetto al sistema d’interscambio mondiale: l’economia nazionale si basa sull’esportazione di risorse petrolifere e minerarie. In tale quadro, i margini di interdipendenza economico-commerciale dell’Ovest arabo si riducono: Algeri e Tripoli, privilegiando la vocazione di redditieri, hanno fin qui trascurato lo sviluppo del settore manifatturiero (è il fenomeno del “Dutch disease”). Rabat e Tunisi, dedicandosi a produzioni agricole e manifatturiere simili, mostrano invece uno scarso livello di complementarietà commerciale, che va così ad annullare la possibilità di vantaggi comparati. Non è dunque un caso che il Maghreb soffra di una cronica carenza infrastrutturale: le insufficienti reti di collegamento fra i cinque paesi dell’Uma sono lo specchio della separatezza delle loro economie.

Risveglio del Maghreb
In un recente vertice, il Segretario generale dell’Unione del Maghreb arabo, Said Mekedem, ha proposto la costituzione di un parlamento unito del Maghreb, eletto direttamente dai cittadini. In concreto, le possibilità di rivitalizzare il progetto dell’Uma passano però attraverso gli strumenti dell’integrazione economica; e anche qui vi sono posizioni divergenti.

Mentre il presidente tunisino Marzouki sostiene la creazione di uno spazio nordafricano basato sulle “cinque libertà” (di movimento, di residenza, di impiego, di investimento e proprietà, di voto nelle consultazioni locali), la leadership del Marocco sottolinea invece la volontà di rafforzare la cooperazione bilaterale, prima di approfondire un’unione di tipo regionale.

In più, da un punto di vista identitario e linguistico, a produrre divisioni è la stessa denominazione del progetto: se Tunisi insiste sul mantenimento dell’aggettivo “arabo” come dato culturale unificante, Rabat preferirebbe la ridenominazione “Unione maghrebina”, al fine di includere le comunità berbere e sahrawi, ora riconosciute nella costituzione nazionale emendata nel luglio 2011.

Nonostante le resistenze reciproche, la spinta all’integrazione maghrebina sembra però provenire dalle medesime urgenze economico-sociali: creazione di posti di lavoro, aumento dei salari, riduzione delle diseguaglianze. E proprio sull’agenda economica i governi in carica saranno valutati da un elettorato sempre più consapevole e impaziente.

L’apertura dello spazio economico e occupazionale genera tuttavia preoccupazione nei governi nordafricani: il rischio è che, in assenza di adeguate misure di tutela, i lavoratori nazionali soffrano la concorrenza intra-regionale, innescando così ulteriore disoccupazione interna.

Golfo nel Maghreb
Dopo l’assassinio del leader dell’opposizione tunisina Chokri Belaid, lo scorso 6 febbraio, il paese rischia un ripiegamento, accantonando l’attivismo diplomatico pro-Uma che l’ha caratterizzata nell’ultimo anno. E l’altro stato-guida dell’area, il Marocco, sembra avere un’interessante carta di riserva all’opzione di regionalismo maghrebino: l’ingresso nel Consiglio di cooperazione del Golfo.

Nonostante permanga scetticismo sulle reali possibilità di adesione di Rabat al Ccg, il negoziato ha già prodotto un risultato utile: un pacchetto di investimenti per lo sviluppo (da condividere con Amman, l’altra candidata) pari a cinque bilioni di dollari per cinque anni. D’altronde, la penetrazione economica delle monarchie arabiche nel Maghreb è in costante crescita.

Gli Ide del Golfo si indirizzano sia nell’Ovest arabo che nel Levante (con un picco raggiunto fra il 2003-2008, complice la rendita petrolifera): di recente, fondi sovrani del Qatar e del Kuwait hanno siglato accordi d’investimento in Tunisia, mentre l’Arabia Saudita ha annunciato progetti di cooperazione petrolifera con la Libia, interessandosi inoltre alle potenzialità della zona franca di Misurata, ponte per il commercio verso l’Europa.

A livello di volumi commerciali, solo l’1% dell’export e il 2,5% dell’import della zona Uma coinvolge i paesi della Penisola arabica, che privilegiano l’interscambio con Egitto, Libano, Giordania.

L’Unione del Maghreb arabo e il Consiglio di cooperazione del Golfo devono fronteggiare, al loro interno, problemi simili: basso interscambio commerciale, mancata differenziazione economica, scarsità di infrastrutture di collegamento. Guardando a queste criticità comuni, Uma e Ccg hanno firmato, nel 2010, un memorandum di cooperazione, incentrato sulla lotta alla disoccupazione giovanile e agli effetti del cambiamento climatico.

Di fatto, l’aiuto finanziario delle monarchie del Golfo nei confronti del Maghreb, privo di condizionalità politica, sta spostando il baricentro mediterraneo verso est, allontanando la costa nordafricana dall’orbita europea. Il tramonto dell’idea di panarabismo istituzionale sta dunque incoraggiando l’affermazione di sub-sistemi arabi fondati sull’identità regionale. Organismi cooperativi ma anche competitivi.

L’ipotetico ingresso del Marocco nel Ccg porrebbe (oltre che incognite sulla mobilità dei lavoratori) interrogativi circa la difesa collettiva, per esempio in merito all’atteggiamento arabico nei confronti della questione del Sahara occidentale. E ancora prima, tramite il coinvolgimento di Rabat, potrebbe far appassire le ultime chances di integrazione maghrebina.

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