IAI
Corea del Nord

L’azzardo di Kim Jong-un

4 Apr 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

Nel tentare di dare un peso specifico al comportamento delle due Coree, va ricordato che la guerra bloccata al 38° parallelo nel 1953 dai colloqui di Pan Mun-jom di fatto non si è mai conclusa, ma solamente “sospesa”. Dopo il congelamento territoriale seguito all’intervento dell’Onu, il Nord aveva conservato ed incrementato una superiorità militare quantitativa, mentre il Sud era ed è molto più avanzato sotto l’aspetto qualitativo, tecnologico e di flessibilità operativa.

Nonostante alzassero la voce in maniera ricorrente, da anni a Pyongyang era chiaro che un’altra invasione sul modello del 1950 – anche se teoricamente fattibile – non sarebbe stata sostenibile nel tempo. Per colmare il divario il Caro Leader, seguito poi sulla medesima strada dal giovane figlio Kim, pensò bene di iniziare un programma nucleare militare, dando l’avvio allo sviluppo di un arsenale atomico e dei relativi vettori di lancio.

Nucleare e convenzionale
Allo stato attuale, gli esperti stimano che la Corea del Nord possieda tra i 20 e i 40 chili di plutonio idoneo alla fabbricazione di armi, sufficiente a realizzare un numero di testate variabile da sei a dieci. In effetti, il test del febbraio scorso – il terzo, essendo i primi due datati 2006 e 2009 – è stato condotto con una carica miniaturizzata ad alto potenziale, valutato in circa 8-10 kiloton.

In quanto allo sviluppo del vettore, all’inizio dello scorso dicembre, dopo numerosi insuccessi i nordcoreani erano finalmente riusciti a lanciare un missile in grado di portare in orbita un “satellite meteorologico” di dubbia natura, ma comunque assimilabile, in termini di peso e dimensioni, a un ordigno nucleare miniaturizzato. Si tratta ovviamente di attività prototipiche, ma pur sempre dimostrazione che il giovane dittatore sta procedendo sulla propria strada, incurante del contesto internazionale.

Ciò gli permette di fare l’arrogante, visto che l’eredità paterna consiste anche in un esercito di un milione di uomini e altri tre milioni da mobilitare. Si contano in inventario – ma non se ne conosce lo stato di efficienza – circa 1.600 aerei di fabbricazione ex-sovietica, 5.000 carri armati ed una Marina giudicata di non molto rilievo.

La linea di confine smilitarizzata che taglia in due la penisola coreana è lunga 241 Km e larga quattro, con gran parte delle forze permanentemente schierate a ridosso. A queste, secondo gli analisti, si opporrebbero forze della Corea del Sud stimate in misura pari al 50 per cento di quelle del Nord, ma qualitativamente superiori sia in termini di efficienza, sia di addestramento e flessibilità. Infine si devono sommare le forze stanziali degli Stati Uniti, presenti sul territorio sin dal 1953. Un tentativo di invasione, quindi, se effettuato contemporaneamente, improvvisamente ed in modo massiccio su tutta la linea, potrebbe anche avere qualche possibilità di iniziale successo.

Scenario strategico
Quello che abbiamo cercato succintamente di descrivere, anche senza tenere conto dell’eventuale potenziale nucleare – che probabilmente ancora non c’è – è lo scenario peggiore. Ma è anche quello che, razionalmente, non dovrebbe né potrebbe manifestarsi. Se Cina, Russia, Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone manterranno i nervi saldi di fronte alle provocazioni del giovane Kim, non accadrà nulla, come al solito. Certo, ci può sempre essere il pericolo di un incidente fortuito – le armi, i timori e le menti esaltate nell’area cominciano ad essere davvero troppe – in grado di scatenare l’irreparabile.

Ma in questo momento nessuno, neppure Kim Jong-un ha interesse ad alterare questo precario equilibrio. Sa che senza il supporto di Russia e Cina, che ormai cominciano a dare segni di stanchezza per le sue intemperanze verbali, un “colpo di testa”, dopo aver provocato qualche danno all’odiata Seoul, porterebbe alla fine sua, del regime e, probabilmente, anche allo smembramento del territorio.

Il fatto è che, per il momento, le due Coree stanno bene a tutti così come sono, ben divise da quel 38° parallelo di tragica memoria. Gli americani, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, certamente non cercano altri guai. Ogni tanto “battono un colpo”, come è successo nei giorni scorsi, ma più che altro per ricordare agli alleati e al mondo che ancora ci sono.

Evidentemente anche a Russia e Cina le cose stanno bene così, seppure l’una finga di indignarsi e l’altra si affanni a raccomandare la calma. Per loro, questa situazione è sempre preferibile ad una Corea unificata, ma nell’orbita di un’alleanza con il Giappone e gli Stati Uniti.

Cosa vuole il leader
Ciò detto, resta da capire il vero motivo di queste periodiche violenze verbali dell’inesperto Kim Jon-un, crescenti in frequenza ed intensità. Controlla davvero il partito ed i militari, o sono questi ultimi a controllare lui? Normalmente, quando un dittatore alza la voce lo fa per tener buoni i militari e farsi seguire dal popolo. Suo padre, per anni, era riuscito a fare entrambe le cose. Kim potrebbe invece cominciare ad essere in difficoltà, accorgendosi che la corda, sia all’interno, sia all’esterno, non potrà rimanere ancora a lungo così tesa. Potrebbe spezzarsi.

Probabilmente la cosa che il figlio del Caro Leader teme di più, ora che la protezione cinese e russa vanno affievolendosi, sono ulteriori sanzioni economiche. Sa che le spese militari hanno depauperato ogni risorsa, e che due terzi della popolazione combatte con la difficoltà di procurarsi di che vivere. Ricorda anche gli oltre due milioni e più di morti per carestia in quattro anni ai tempi del primo sforzo missilistico e nucleare del padre. Sa poi che, per procedere, è necessario ricercare soluzioni e relazioni esterne che favoriscano in qualche modo l’economia.

Un ragionamento da parte di Kim Jon-un potrebbe essere stato il seguente: “Entro di prepotenza nel club nucleare, come hanno fatto India, Pakistan e forse farà l’Iran. Mi faccio riconoscere come paese nucleare, ed aderisco poi a tutte le iniziative di moratoria. Accettandole, avrò il vantaggio di rompere lo stallo con il mondo esterno, attenuare le sanzioni e ripristinare gli aiuti economici. All’interno, potrò così cominciare a distogliere risorse dagli armamenti e dedicarle all’economia. I militari non mi contesteranno perché, mantenendo un minimo di nucleare, resteranno in una posizione di forza. Il popolo, cominciando a godere di un po’di benessere, accentuerà il suo consenso. Avrò così salvato il paese, il regime e me stesso”.

Fantasticherie? Può darsi. Ma forse anche no…

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