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Nuovo governo italiano

La scommessa europea di Enrico Letta

30 Apr 2013 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

La scommessa di Letta è di innescare nell’Ue un circolo virtuoso, facendo perno su un cambio di rotta che lui e i suoi ministri chiederanno con forza ai partner europei. Il rischio è d’avvitarsi, per compiacere gli alleati più attenti ai calcoli elettorali, in una spirale ‘meno ricavi – più spese’ che già mette sul chi vive le istituzioni comunitarie e soprattutto la Germania e i falchi a guardia dell’euro.

Sull’orizzonte immediato ci sono gli adempimenti obbligati del ‘semestre europeo’ ed il rischio di spingere la Commissione europea a mantenere la procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, impedendo l’innesco di investimenti produttivi.

Il postulato del premier, formulato nel chiedere la fiducia al parlamento, è che i conti dell’Italia sono in ordine e che si può dunque procedere ora con le politiche di crescita. E a conferma del dichiarato impegno europeo e pure europeista del suo governo, Letta, appena incassata la fiducia del Senato, dopo quella della Camera, ha avviato una serie di contatti nelle capitali chiave dell’Unione europea: Berlino, Parigi, Bruxelles. Qualcosa di analogo aveva fatto il suo predecessore Mario Monti.

Alla cui azione, Letta intende agganciare la propria. Dopo l’impegno per il risanamento dei conti dell’esecutivo Monti, l’Italia vuole mantenere la rotta del contenimento del deficit e della riduzione del debito. Ma il nuovo governo, che è politico, ha più forza e le sue richieste in sede bilaterale e multilaterale potranno essere più pressanti. La partita è quella di uno sfondamento del deficit senza subirne le conseguenze.

Ventata d’aria fresca, ma senza garanzie
I primi commenti dei partner europei e della stampa estera oscillano tra lo scontato ottimismo ufficiale e una diffusa diffidenza: per i media francesi e tedeschi, bene Letta, ma a vincere è stato Silvio Berlusconi – e si può legittimamente dubitare dell’europeismo del programma di governo, se Angelino Alfano dice che lui e il Pdl ci si riconoscono a pieno.

La stampa anglosassone, cui dell’europeismo poco importa, si chiede prosaicamente dove il premier prenderà i soldi. Fuori gioco Beppe Grillo e l’M5S: The Times e Time li giudicano sconfitti, una bolla sul punto di scoppiare.

Il tedesco Der Spiegel sintetizza così il nuovo esecutivo: “una ventata d’aria fresca, ma nessuna garanzia”, perché donne e giovani non bastano a fare primavera; e neppure la presenza di ‘punte di diamante’ europee capaci e affidabili, come Emma Bonino agli esteri ed Enzo Moavero agli Affari europei, senza contare Mario Mauro alla difesa, a lungo luogotenente di Berlusconi nel Parlamento europeo, prima di lasciare il posto e il Pdl giusto in tempo per transitare nelle liste elettorali di Scelta Civica.

Il programma europeo del governo Letta ricalca, in buona parte, quello indicato dai Saggi incaricati da Giorgio Napolitano di tratteggiare le linee guida del nuovo esecutivo, quando non si sapeva come le cose sarebbero andate a finire tra Quirinale e Palazzo Chigi. Il percorso è uno slalom stretto tra scadenze serrate nei prossimi due mesi, dal G8 nell’Ulster ai due vertici europei a Bruxelles, oltre a riunioni a maggio e a giugno dell’Eurogruppo e dell’Ecofin.

Slalom stretto nell’Ue
L’esordio europeo di Letta nel nuovo ruolo a un Consiglio europeo avverrà il 22 maggio: l’incontro è centrato sulla lotta contro l’evasione. Poi, dopo il G8 del 17 e 18 giugno, l’altro appuntamento europeo del premier prima dell’estate è il Vertice del 27 giugno.

È probabile che l’Italia si coordini con Francia e Spagna, due paesi i cui governi, pur senza rinnegare il rigore, condividono quelle che dovrebbero essere priorità italiane, più crescita e più occupazione, in dialettica con la Germania. Ma nessuno vorrà provocare strappi nei rapporti con Berlino, almeno fino alle elezioni politiche tedesche del 22 settembre.

La fiducia a Letta è stata accolta nelle sedi europee con un sospiro di sollievo: tutte le Istituzioni chiedevano all’Italia un governo “stabile e forte” che “continuasse le riforme”. Ma la vicepresidente del Parlamento Anni Podimata, greca, socialista, è una voce fuori del coro e ammonisce: “L’esito (della crisi di governo italiana, ndr) non deve tradire il messaggio degli elettori”. Pena, il montare dell’onda euro-scettica.

Il programma del governo prevede, fra l’altro, la sospensione del pagamento della rata di giugno dell’Imu; il reddito minimo per le famiglie in difficoltà; l’impegno per una soluzione del problema degli esodati; il superamento del’emergenza lavoro. Ai mugugni di chi nota come non ci sia copertura delle uscite, o delle minori entrate, Letta risponde: “Non farò debiti, come un buon padre di famiglia”. Ma c’è chi gli presenta un conto di sette miliardi di euro.

Il contagio delle larghe intese
Invece che il tanto temuto ‘contagio della crisi’, l’Italia sembra trasmettere all’Europa il contagio della voglia di larghe intese: persino nella Francia dell’antitesi tra Gauche e Droite, quattro cittadini su cinque auspicano una grande coalizione e uno su due non è contrario neanche al coinvolgimento del Front National di Marine Le Pen – fonte: un sondaggio del Journal du Dimanche.

Molti partner della Germania vedrebbero bene una grande coalizione tedesca dopo le elezioni politiche, così d’allungare il vino del rigore della Merkel con l’acqua della crescita socialdemocratica, invece d’inasprirlo con l’aceto dell’austerità liberale.

Il rischio di questa voglia di larghe intese è quello di non interpretare, ed anzi di deludere, l’istanza di rinnovamento che anima i cittadini (europei, non solo italiani) e di intercettare unicamente l’ansia di rassicurazione e il senso di sollievo che emerge dai messaggi di congratulazione al premier Letta del presidente Usa Barack Obama e di molti leader europei, fra cui i presidenti delle istituzioni Ue.

Pure i fantomatici ‘mercati’ appaiono succubi di questa fascinazione, della medusa della normalità: lo spread scende solo perché c’è un governo, non importa quale e non importa se esposto ai calcoli di Berlusconi, che può farlo cadere quando gli aggrada; e l’asta dei btp va bene, nonostante l’Istat certifichi che la fiducia delle imprese continua a scendere – è al punto più basso dal 2003, 74,6 in aprile rispetto al 78,5 di marzo. D’altronde, lo scoramento imprenditoriale è diffuso in tutta l’Eurozona, a testimoniare lo iato ormai palese tra finanza ed economia.

L’effetto boomerang di una politica disattenta alle istanze dei cittadini per placare le proprie ansie è, proprio come dice la Podinmata, la crescita dell’euro-scetticismo e dell’euro-qualunquismo. Pazienza, ancora, se è quello britannico, endemico: magari, sarebbe una buona cosa se l’Unione finalmente si liberasse della palla al piede albionica, restituendo la Gran Bretagna a quello cui appartiene, lo Spazio economico europeo, a fare buona compagnia alla Norvegia e alla Svizzera.

E pazienza pure se è l’apatia per l’Ue dei croati, che entreranno nell’Unione il 1º luglio, o l’ostilità all’integrazione degli islandesi: solo un croato su quattro era andato alle urne il 14 aprile per eleggere i propri euro-deputati; e, domenica 28, gli islandesi, che, travolti dalla crisi finanziaria, avevano guardato all’Ue, hanno bocciato i partiti pro-Unione e optato per il centro-destra euroscettico.

Ma se il boomerang colpisce i paesi nucleo dell’integrazione e dell’Unione e se intacca uno spirito di solidarietà già fiaccato dagli egoismi della crisi, le larghe intese non saranno argine adeguato. Meglio il coraggio delle scelte che l’oppio dell’acquiescenza.

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