IAI
Integrazione

I costi della non difesa europea

23 Apr 2013 - Valerio Briani - Valerio Briani

Nel dicembre 2013 si riunirà il Consiglio europeo difesa, con l’obiettivo di concordare iniziative per il rilancio del processo di integrazione della difesa continentale. In vista di questo evento il Centro studi sul federalismo ha promosso, in collaborazione con lo IAI, uno studio su I costi della non-Europa della difesa che spiega in modo chiaro e sintetico quanto e perché la mancanza di una difesa continentale integrata sia un costo insopportabile, sia economicamente che strategicamente.

Obiettivo dello studio è suscitare nell’opinione pubblica una maggiore consapevolezza dell’importanza di questo tema. La speranza è contribuire a rafforzare la volontà politica di procedere sulla strada dell’integrazione: il successo del Consiglio europeo, infatti, non è scontato.

Non Europa
In realtà, calcolare precisamente quanto costa non avere una difesa europea è impossibile. I fattori da prendere in considerazione sono troppi, e molti di essi non sono calcolabili per mancanza di dati, oppure non hanno valore economico. Va inoltre notato che non esiste un modello di difesa europeo a cui fare riferimento, e che comunque la costruzione di una difesa comune imporrebbe alcuni costi che andrebbero ad intaccare, seppure marginalmente, i risparmi ottenibili dall’integrazione.

È però possibile azzardare alcune stime, con vari metodi. Il più noto è basato su un paragone tra le spese e le capacità militari degli Stati europei e degli Stati Uniti: questo metodo indicherebbe una spesa per la mancanza di una difesa continentale integrata vicina ai 120 miliardi di euro all’anno. Uno spreco spaventoso, specialmente se si considera che la spesa complessiva per la difesa dei paesi europei ammonta all’incirca a 200 miliardi l’anno.

Secondo il rapporto, i fattori che determinano questa cifra possono essere ricompresi in due macrocategorie. La prima è quella dei fattori direttamente derivanti dalla mancanza di una unica struttura militare europea. Ci si riferisce quindi alla coesistenza di 27 forze nazionali, controllate da 27 differenti strutture di comando, servite ognuna dalla propria struttura di supporto logistico e addestrativo, ed equipaggiata con armamenti, mezzi ed equipaggiamenti prodotti e manutenuti su base nazionale.

L’esistenza di tante strutture duplicate è tanto più paradossale, dal punto di vista strettamente pratico, se si pensa che le forze europee svolgono missioni e operazioni quasi sempre insieme.

La seconda categoria è quella dei costi derivanti dalla mancanza di un mercato unico europeo della difesa. Politiche para-protezionistiche nei maggiori Stati membri dell’Ue hanno contribuito a proteggere e far sbocciare una base industriale di grande rilevanza economica e industriale, oltre che ovviamente strategica.

Il permanere di ostacoli alla concorrenza europea, però, rischia di farla appassire. La crescita delle dimensioni e della competitività delle imprese di ogni Stato membro è infatti frenata dagli eccessivi e artificiali ostacoli frapposti ai mercati degli altri paesi europei. La struttura della base industriale europea soffre di frammentazione e scarsità di fondi, eccessi di produzione in alcuni segmenti e mancanza di capacità in altri.

Verso il Consiglio europeo difesa
Una maggiore integrazione della difesa europea, però, richiederebbe maggiore unità politica, o come minimo una condivisione degli obiettivi di base dell’azione esterna dell’Ue e della strategia per raggiungerli. È solo sulla base di questo, infatti,che si potrebbe immaginare ruolo, taglia e postura di uno strumento militare integrato. Purtroppo recenti episodi, non ultimo quello della Libia, fanno seriamente dubitare della capacità degli Stati di accettare che l’Europa svolga un ruolo centrale come attore di politica estera.

La morsa della crisi non lascia spazio, del resto, a velleità nazionali da grande potenza. Di fatto, nessuno degli Stati europei è oggi in grado di mantenere uno spettro completo di capacità militari, neanche i paesi di maggiore vocazione e tradizione come Francia o Gran Bretagna.

Non è ipotizzabile una inversione di tendenza nel breve o medio periodo. La scelta non è quindi tra una via europea e una nazionale, ma tra una qualche via europea e l’irrilevanza strategica. Il Consiglio di dicembre assume quindi una valenza davvero cruciale, e tutti gli attori istituzionali coinvolti (Commissione e Parlamento europeo in primis) stanno preparando le loro proposte.

L’Italia sembrava, in questa occasione, aver ritrovato la sua capacità propositiva smarrita per lunghi anni. Nel marzo 2013 il ministero della difesa e quello degli esteri hanno presentato ufficialmente il documento More Europe, sviluppato nel 2012 e già sottoposto al Consiglio Affari esteri e difesa che sembra avergli riservato una buona accoglienza.

Il documento, dal titolo espressivo, propone un approccio olistico basato sulcontestuale lavoro in campo istituzionale e politico ma anche in quello delle capacità militari, dell’industria e della tecnologia, enfatizzando la centralità dei concetti di condivisione e di un approccio omnicomprensivo.

Si tratta di una proposta sensata e articolata, che ha però la debolezza di provenire da un governo dimissionario. Ancora una volta, la scarsa stabilità politica dell’Italia rischia di compromettere ciò che di buono il paese riesce ad esprimere, e la proposta italiana rischia di restare al palo così come sembra essere successo al progetto di riforma della difesa studiato dal ministro Di Paola – un progetto certamente imperfetto ma altrettanto certamente necessario e urgente.

Altri saranno i fattori cruciali: in primo luogo la capacità del presidente Van Rompuy di portare a fattor comune le diverse iniziative bilaterali, multilaterali e comunitarie. Difficile che, senza un governo stabile, l’Italia sarà in grado di svolgere un ruolo guida nel dibattito che precederà il Consiglio di dicembre e durante il Consiglio stesso.

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