IAI
Gran Bretagna e Argentina

Strano referendum nelle Falkland-Malvinas

12 Mar 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

Il premier britannico Cameron è stato di parola. Già l’anno scorso, di fronte alle reiterate rivendicazioni argentine circa la sovranità sulle Falkland-Malvinas, aveva escluso ogni forma di trattativa, ribadendo che solo gli abitanti della colonia avrebbero potuto decidere sul futuro delle isole, in accordo con il principio universale di auto-determinazione dei popoli. Quindi, domenica 10 e lunedì 11 i kelpers, come vengono chiamati i meno di tremila abitanti del contestato arcipelago australe – dei quali circa 1.700 hanno diritto di voto – si sono recati disciplinatamente alle urne.

Sono di origine inglese, parlano inglese, vivono all’inglese, allevano pecore, bevono birra, vendono autorizzazioni ai pescherecci stranieri e soprattutto, questo era già evidente, non hanno alcuna intenzione di diventare argentini. I seggi, raggiungibili da tutte le località delle isole tramite un servizio di fuori-strada e piccoli idrovolanti, erano solamente due, nella “capitale”, Port Stanley, e nel villaggio di Goose Green.

Referendum assai strano
Il quesito, cui gli isolani si sono trovati a rispondere, con un si o con un no, era piuttosto semplice: “Vuoi che le Falkland conservino il loro status politico attuale come territorio d’oltremare del Regno Unito?”. L’esito, date le premesse, non dava adito a dubbi, tanto che Ladbrokes, la principale agenzia britannica di scommesse, non ha nemmeno accettato puntate sul risultato. Ma allora, si dirà, questo referendum è stato una farsa. Si e no, a seconda dei punti di vista. Per Londra si è trattato di un atto molto serio e importante, che, come David Cameron aveva annunciato sin dall’anno scorso, di fronte alle fastidiose rivendicazioni argentine “… dimostrerà a tutto il mondo, una volta per tutte, da quale parte stia la ragione”.

Così, il premier britannico ha guadagnato punti in casa propria concedendo, a basso costo e senza rischio, una bella soddisfazione ai sudditi di Sua Maestà. Un bell’esercizio, non c’è che dire, visto che l’anno prossimo cercherà di ripetere il colpo con il referendum sul futuro della Scozia, previsto per fine 2014. Anche in questo caso, il quesito sarà chiaro e secco: “con Londra, o da soli?”.

Ma anche Buenos Aires, che si è opposta al voto nella consapevolezza che le sarebbe stato sfavorevole, si dimostra sicura del fatto suo, opponendo motivazioni non certo peregrine. Secondo l’Argentina, il referendum non può avere alcuna rilevanza nel contesto internazionale, non è legittimo perché non richiesto e controllato dall’Onu, del quale elude diverse risoluzioni e, sopra tutto, perché “… utilizzare il diritto di auto-determinazione dei popoli per perpetuare un ordine coloniale” è un chiaro controsenso.

In ogni caso, un controllo della regolarità delle operazioni di voto è stato condotto da un gruppo di osservatori indipendenti, provenienti da paesi volonterosi quali Messico, Canada, Paraguay, Cile, Stati Uniti e Nuova Zelanda. Presenti anche una cinquantina di giornalisti, non solo inglesi. A prescindere dalle pretese, dalle ragioni e dai torti dei due contendenti, bisogna riconoscere che le isole già da anni erano state dichiarate dall’Onu “territorio conteso”, e che questo è solo uno dei 16 casi di cui tuttora si occupa il Comitato di decolonizzazione. Tra i quali, dieci casi vedono in qualche modo implicata proprio la Gran Bretagna.

Storia pasticciata
In effetti, la storia di queste isole è alquanto ingarbugliata, e piena di sotterfugi. L’Argentina aveva ereditato le isole nel 1816 con l’indipendenza dalla Spagna, dichiarandone la propria sovranità nel 1820. Vi insediò un piccolo presidio e, come primo atto, emanò una legge che cercava di regolamentare in qualche modo la caccia alle foche ed alle balene, allora praticata illegittimamente e su larga scala dalla marineria nordamericana. Fu persino sequestrato un peschereccio e l’equipaggio posto sotto processo. La risposta non si fece attendere, e fu poco diplomatica: gli yankee sbarcarono in buon numero e distrussero il distaccamento argentino, lasciando poi l’isola incustodita.

Liberi nei loro traffici, ma ancora non soddisfatti, resero le isole oggetto di scambio con gli inglesi, che vi piantarono definitivamente l’Union Jack nel 1833. Attualmente il governo locale è una forma di democrazia diretta, con larga autonomia nell’ambito del Commonwealth. È residente in loco un rappresentante della Regina con funzioni di veto sulle decisioni del governo locale, mentre Londra gestisce direttamente ogni questione relativa alla Difesa ed agli Affari esteri. Dopo la guerra del 1982, ha perfino realizzato una base militare che ospita (con costi eccessivi, secondo una minoranza parlamentare) un’aliquota di ciascuna delle tre componenti di mare, di terra ed aerea.

La querelle continua
Dal lontano 1833, sono ormai trascorsi 180 anni, l’Argentina non ha mai cessato di sollevare rivendicazioni e proteste, fino alla querelle dei giorni nostri tra la presidente Cristina Fernandez, che per prima ha risollevato una questione che sembrava ormai dormiente, e l’intransigente premier britannico Cameron. Gli argomenti forti da parte Argentina fanno riferimento ad alcune risoluzioni dell’Onu che chiedono alle parti di risolvere la disputa in maniera bilaterale, “… tenendo conto degli interessi, non dei desideri, degli abitanti delle isole”. Senza contare, sostiene Buenos Aires, che gli isolani non sono affatto popolazione con radici locali, perché “importati” dall’Inghilterra.

Patriottismo? Senz’altro si, e da entrambe le parti. Ma va anche tenuto conto del fatto che sia il premier britannico, sia la presidente argentina si trovano in un momento assai poco felice, in cui conviene distrarre il popolo dagli insuccessi del proprio mandato. Poi, e la cosa non è affatto secondaria, sembra che le prospezioni delle compagnie petrolifere britanniche per la valutazione delle riserve di gas e petrolio off-shore – immediatamente dichiarate illegali dalle Autorità argentine – da alcuni mesi stiano cominciando a dare risultati molto promettenti… Business is business!.

.