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Incertezza post-elettorale

Lo stallo politico italiano visto da Pechino

31 Mar 2013 - Eugenio Buzzetti, Alessandra Spalletta - Eugenio Buzzetti, Alessandra Spalletta

Se lo stallo politico italiano non cambia il modo in cui la Cina guarda all’Italia dal punto di vista istituzionale, la classe imprenditoriale cinese sembra sempre più lontana dall’idea di investire significativamente in Italia. “La prima impressione che viene da queste elezioni – aveva dichiarato ad AgiChina24 Luo Hongbo, direttrice del Centro per gli studi italiani dell’Accademia delle scienze sociali – è quella di un paese chiuso in se stesso, che non riesce a entrare in contatto con il mondo esterno”.

E prima che in politica, questa condizione si riflette sull’economia italiana, in piena recessione. “Rispetto a venti anni fa – dichiara ad AgiChina24 Flora Tsang, imprenditrice che lavora da vent’anni con il mercato italiano – la situazione economica è peggiorata di anno in anno, soprattutto da quando è stato introdotto l’Euro, e l’Italia ha perso competitività sui mercati mondiali”.

Incubo instabilità
Le aspettative cinesi erano per un governo di coalizione in grado di affrontare i problemi dell’economia, magari guidato dal duo Monti-Bersani, il primo più versato in ambito economico, il secondo visto più come politico di spessore. L’impossibilità apparente di creare coalizioni ha deluso le aspettative cinesi e internazionali e generato diffuso timore sui mercati.

Le alchimie di palazzo italiane – che lasciano spesso indifferente Pechino – dovranno produrre un governo per affrontare una situazione economica che gli organi di stampa cinesi davano in leggero miglioramento dopo le misure di austerità introdotte dall’esecutivo guidato da Monti. Ma la situazione non è facile. “Sono molti anni che l’Italia non è stabile – continua Flora Tsang – già negli anni novanta non riuscivo a vedere una politica a lungo termine nel settore manifatturiero. Molte compagnie italiane hanno chiuso o hanno trasferito la produzione all’estero. Conosco molti imprenditori che sono da molti anni senza lavoro”. Cosa fare allora?

La ricetta cinese per il risanamento dell’economia italiana è quella di una ripresa negli investimenti, del rinnovamento del comparto industriale, di una fiscalità meno aggressiva con le imprese e di leggi sul lavoro più flessibili. L’alternativa, sottolinea Tsang, è perdere competitività e quote nei mercati internazionali. Difficile realizzare tutti questi punti senza stabilità politica, una caratteristica della politica italiana rilevata sia dagli osservatori cinesi che dai cinesi comuni che vivono e lavorano a contatto con gli italiani.

Per vincere la sfida, i politici di casa nostra dovranno riguadagnare la fiducia dei cittadini: il voto al Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ha sancito la sconfitta sul piano della credibilità dei partiti tradizionali, una percezione chiara ormai a livello internazionale. “L’ascesa di Beppe Grillo – ha dichiarato oggi Josef Janning, analista presso il German Council of Foreign Relations in un’intervista concessa alla Xinhua – rappresenta la rabbia dei cittadini nei confronti di come è stata gestita la vita pubblica finora”.

Ma Grillo da solo non basterà a cambiare la politica italiana. Almeno non nel giudizio di Pechino, che vede nell’ex comico un personaggio inesperto e senza un valido programma per il risanamento. “Il Movimento Cinque Stelle ha il 25% dei voti – sottolinea Luo Hongbo – ma non ha raggiunto la maggioranza, quindi non è ancora un partito così importante. È nato come movimento di critica all’establishment, ma guidare un paese è più difficile che criticarlo. E non ho ancora letto un suo programma preciso. Chi lo ha votato è molto insoddisfatto della situazione attuale, ma ci vuole una soluzione per salvare il paese. Al momento, i risultati delle urne non danno questa impressione. Ci sono due, tre, quattro partiti, ma nessun progetto di governo sembra condiviso da più di una forza politica”.

Famiglia che litiga
Intanto la crisi dell’eurozona continua e l’Italia mantiene lo status non invidiabile di “osservata speciale” da parte dei 27 paesi Ue. Tutto questo proprio mentre l’Unione europea ha trovato l’accordo sul bilancio per il periodo 2014-2020, che per la prima volta mostra un bilancio inferiore a quello del settennato precedente e con tagli che colpiscono gli investimenti per la crescita.

Dove guardare allora in assenza di punti di riferimento certi? “Molti italiani credono ormai che nulla cambierà – afferma Flora Tsang – e chi è venuto qui in Cina lo ha fatto perché ritiene che sia più facile fare impresa. Berlusconi ha ottenuto molti voti in passato perché gli imprenditori si fidavano di lui e del suo programma che prometteva leggi più favorevoli alle imprese”. Ma guardare oltre i confini europei non basta. “Il nuovo governo dovrà trovare una soluzione al problema economico – afferma Dong Jinyi, ambasciatore cinese in Italia fino al 2010 –. È la sfida più grande in questo momento. La Cina può solo spingere per aumentare la cooperazione economica tra i due Paesi”.

Il risultato delle urne lascia disattesa la domanda-chiave che Pechino si pone da tempo: chi salverà l’economia italiana? In un editoriale pubblicato da Xinhua a pochi giorni dalla consultazione elettorale, l’agenzia di stampa cinese rifletteva sul ruolo chiave delle elezioni appena concluse sia per il superamento della recessione in cui versa il paese, che per la possibilità che il voto di protesta a Grillo potesse, come è successo, mutare l’assetto politico del paese.

L’incertezza politica aveva già prodotto a gennaio scorso una perdita del 10% alla borsa di Milano, come riportava il China Securites Journal, una pubblicazione di Xinhua. I dati dell’Istat che davano per il sesto trimestre consecutivo l’Italia in recessione non promettono nulla di buono. Occorreva un risultato netto, e una coalizione credibile per governare. Le urne hanno dato un altro responso. Vista dalla Cina, l’Italia è diventata come “una famiglia in cui tutti litigano – come conclude Luo Hongbo – ma nessuno sembra accorgersi di quello che accade all’esterno”.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

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