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Verso la guerra civile

Iraq alla deriva

27 Mar 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

Se Kabul piange, Bagdad non ride. Anzi, sono in molti a piangere i morti causati dalla nuova spirale di violenza che ha colpito villaggi e città in queste ultime settimane. Senza distinzione di parte. I morti non sono più gli odiati americani, ma cittadini iracheni di qualsivoglia etnia e confessione. Oppure soldati dell’esercito regolare e funzionari ministeriali, per lo più sciiti, come è accaduto nell’ultima strage vicino a Bagdad – in area sunnita – nel corso di un pesante attacco già rivendicato da al-Qaeda.

Dire che si sta creando un clima di instabilità è ormai un eufemismo: le avvisaglie sono quelle di una evidente ripresa della guerra civile, sempre latente nel dopo-Saddam, che rischia di portare il paese ad una frammentazione irreparabile. Gli effetti della “dottrina Petraeus” sembrano ormai lontanissimi nel tempo. Il precario stato di salute dell’anziano presidente Jalal Talabani, il curdo che sin dai primi giorni della sua nomina si era impegnato nella paziente opera di ricucitura delle molteplici componenti della società irachena, è solo uno degli elementi negativi che, purtroppo, certo non agevolano un raffreddamento della crisi.

Gli errori si pagano
Tutto ampiamente prevedibile, e da alcuni anche previsto. Le modalità con cui nel maggio 2010 il premier sciita Nouri al-Maliki, pur avendo perso le elezioni di stretta misura contro il partito laico, interetnico e interconfessionale di Iyad al-Allawi, era riuscito ad andare comunque al potere, già allora non lasciavano presagire nulla di buono.

Ora anche gli Stati Uniti stanno piangendo lacrime amare, visto che avevano supportato al-Maliki, l’uomo con cui avevano raggiunto l’accordo per la progressiva uscita dal paese entro il 2011, favorendo il ritiro dell’altro (anche se di poco) vincitore delle elezioni.

È dei giorni scorsi la relazione al Congresso dove si ammette non solo il fallimento politico, ma anche quello di una cooperazione economica frammentata tra troppi dicasteri, costosa, acefala, scoordinata e sprecona. Ma, soprattutto, in troppi casi non rispondente alle reali esigenze di tutti gli iracheni, ma solamente a quelle meno confessabili dei gruppi di potere che hanno orientato l’attività verso progetti ambiziosi, con ampi margini, ma non risolutivi. E spesso naufragati dopo spese ingenti, disattendendo ogni aspettativa dei cittadini. Anche dove non c’è acrimonia, oggi serpeggiano rassegnazione e sfiducia.

Contrariamente alle aspettative americane, al-Maliki non è stato in grado di portare avanti i processi di riunificazione e institution building: secondo gli analisti, l’Iraq di questi giorni somiglia sempre di più a un caleidoscopio di comunità in conflitto.

Inasprendo tensioni settarie ed etniche, il governo – autoritario, a maggioranza sciita e chiaramente filo-iraniano – ha progressivamente emarginato le comunità sunnite, rovinando quel delicato lavoro di proselitismo contro gli estremisti nazionali e stranieri di al-Qaeda che ne aveva ridotto drasticamente la presenza sul territorio. Ora al-Maliki , oltre che all’Iran, strizza l’occhio anche al regime siriano. Al nuovo Segretario di Stato Usa Kerry, che in coda alla visita dei giorni scorsi – la prima dal 2009 – gli chiedeva di sospendere i sorvoli degli aerei iraniani che trasportano armi in Siria, evitava con cura di dare assicurazioni.

Tutti contro tutti
Tradendo ogni aspettativa, come quella di arruolare parte delle milizie sunnite nell’esercito regolare e nella polizia, l’oligarchia sciita al potere si sta alienando anche le forze moderate sunnite e curde che avrebbero potuto costituire una risorsa per lo meno non apertamente ostile. Così non è stato, ed ora alcune aree, sopra tutto nel governatorato di al-Anbar (ricordiamo i sanguinosi combattimenti nelle città di Ramadi e Falluja) sono ormai totalmente off-limits persino per l’esercito regolare e la polizia.

Se le comunità sunnite sono emarginate dal potere ed ora in piena protesta, quelle sciite, frequente obiettivo degli attacchi di al-Qaeda, non sono affatto omogenee e solo alcune supportano davvero il governo, preoccupate della crescente influenza iraniana sul al-Maliki.

La stessa comunità che si riconosce nell’anziano ayatollah al-Sistani, tradizionalmente cauto e moderato, sta prendendo dal premier le debite distanze. In questa situazione caotica il giovane ayatollah Moqtada al-Sadr, il capo degli estremisti che tanto filo da torcere avevano dato al contingente italiano (ricordiamo le “ battaglie dei ponti”), sebbene inviso ai curdi, ai sunniti e agli stessi sciiti, dopo il rientro dalla città di Qom siede sulla sponda del fiume attendendo il collasso, ben sapendo che in questo caso diventerebbe arbitro della situazione.

Il suo spirito rivoluzionario non si è spento con il completamento degli studi coranici in Iran, ed ha invitato il governo centrale a non sottovalutare le sue parole e le sue forze. Sembra quasi che tra lui ed il premier sia in atto una sorta di gara su quale dei due sia in grado di accattivarsi meglio e più proficuamente la benevolenza ed il supporto degli iraniani, gli interessati vicini di casa.

Tanti costi, scarsi benefici
Nel frattempo, negli Stati Uniti l’analisi dei costi per l’avventura irachena porta alla luce cifre tali da pregiudicare ancora a lungo, assieme a quelli per l’Afghanistan, la consistenza delle casse federali. Si parla di duemila miliardi di costi vivi solo per l’Iraq, senza considerare le pensioni di guerra, di invalidità permanente ed i risarcimenti agli iracheni, stimabili nel medio-lungo termine in altri seimila miliardi di dollari.

Anche i ritorni economici stanno prendendo strade diverse. Ultimo esempio, per lo sfruttamento degli enormi giacimenti di idrocarburi sottostanti la provincia del Dhi Qar (quella di Nassiriya, presidiata a lungo dai soldati italiani), nei giorni scorsi – dopo un processo di selezione lungo, laborioso e fino all’ultimo momento messo in discussione – sono risultate qualificate sette società straniere (Russia, Cina, Giappone, India, Francia), tra le quali una sola partecipazione americana. Di ditte italiane nessuna traccia in alcun settore, come con disappunto faceva notare giorni orsono lo stesso governatore, conversando con l’inviato del Corriere della Sera.

Questioni economiche a parte, sul futuro della regione le nubi si addensano: il peggio, a sentire gli esperti, deve ancora venire. Vi sono fondati indizi, infatti, che tra Siria, Libano, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Emirati e Giordania, il teatro di un non lontano regolamento dei conti tra i mondi sciita e sunnita si stia preparando proprio sul territorio iracheno.

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