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Rivolte arabe

Insidia sciita in Arabia Saudita

28 Feb 2013 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Nel silenzio dei media internazionali, proseguono le proteste degli sciiti sauditi del governatorato di Qatif nella regione orientale, la più ricca di petrolio del paese. Dal marzo del 2011, la comunità sciita dell’Arabia Saudita – legata per genealogia e lingua ai vicini bahreiniti – è tornata con regolarità a manifestare, per rivendicare le stesse condizioni di vita, lavoro e culto della maggioranza sunnita.

Riyadh non ha finora lasciato spazio al dialogo: il timore è che le sollevazioni interne si saldino alle proteste degli sciiti in Bahrein, distante solo pochi chilometri dal blindato confine saudita. Permettendo all’Iran di guadagnare così in termini di soft power regionale.

Se le rivolte arabe del 2011 hanno contribuito – grazie alla frattura dell’arco sciita che da Beirut arriva fino a Teheran – al rafforzamento dell’egemonia saudita nel quadrante, esse hanno però riacceso l’irrisolta contrapposizione inter-confessionale fra sunniti e sciiti all’interno del regno degli al-Sa‘ud.

Lotta per l’uguaglianza
Tra il 15 e il 20% della popolazione, gli sciiti sauditi sono in prevalenza di fede duodecimana (credono dunque nell’esistenza del dodicesimo imam occultato) proprio come gli sciiti iraniani: è un argomento che il potere politico-religioso di Riyadh ha spesso utilizzato contro la comunità sciita, accusandola di essere manovrata dal rivale di Teheran.

Nel corso degli anni, gli sciiti sauditi hanno messo da parte le suggestioni khomeiniste -che anche qui avevano scaldato le folle all’indomani della rivoluzione islamica iraniana del 1979 – per rivendicare la propria arabità, nonché l’appartenenza alla nazione saudita. La sostituzione del concetto di settarismo con quello di cittadinanza ha posto la casa degli al-Sa‘ud dinnanzi alla necessità di fornire risposte di tipo politico ed economico, al di là della facile retorica confessionale.

Gli sciiti d’Arabia chiedono la fine della discriminazione settaria: nel governatorato di Qatif, sia il livello di povertà che il tasso di disoccupazione sono superiori alla media del paese; in molte aree è poi vietata la costruzione di luoghi di culto. I manifestanti chiedono inoltre il rilascio di numerosi detenuti politici, imprigionati senza che le motivazioni dell’arresto venissero rese pubbliche.

Nel luglio del 2012, l’incarcerazione del religioso sciita Nimr Baqer al-Nimr ha rinfocolato le proteste, soprattutto ad Awamiya, suo villaggio di origine: acceso contestatore del potere di Riyadh, al-Nimr ha sempre invitato i dimostranti a contestare in maniera pacifica.

Il “braccio di ferro” fra la casa regnante e la comunità sciita della regione orientale sta tuttavia provocando un irrigidimento delle rispettive posizioni. La polizia continua a reprimere i cortei, a effettuare arresti e ad accusare gli attivisti di legami con l’Iran e con gli Hezbollah libanesi; dall’altra parte, le frange radicali della protesta sciita sembrano prevalere sulle fazioni più aperte alla mediazione con il potere centrale.

Ciò che sta avvenendo nel movimento sciita Islahiyyin (Riformisti) è emblematico: la guida storica, lo shaikh Hassan al-Saffar, abituato a dialogare con Riyadh è ora incalzato dai giovani del gruppo e ha scelto quindi di alzare i toni dello scontro con il regno, additandolo apertamente di settarismo. E lo stesso al-Nimr, qualora le riforme richieste non si realizzassero, ha evocato l’ipotesi di secessione della provincia di Qatif, per dare vita a uno stato sciita.

Variabile Bahrein
La città saudita di Awamiya, insieme a Qatif uno degli epicentri della sollevazione, è ormai un territorio militarizzato: i check-point controllano chiunque si rechi nell’area, vietando l’accesso agli attivisti. Ventiquattro chilometri più in là, c’è infatti il confine con l’arcipelago del Bahrein, dove la comunità sciita – che rappresenta circa il 70% della popolazione – protesta da due anni contro la monarchia sunnita degli al-Khalifa, domandando la fine della discriminazione su base confessionale.

La mobilitazione degli sciiti di Manama e quella della regione orientale saudita – nonostante parte del movimento bahreinita chieda in più un’evoluzione in senso costituzionale della monarchia – hanno motivazioni comuni, ovvero la richiesta di diritti e di opportunità. Inoltre, gli sciiti del Bahrein, che appartengono quasi tutti al ceppo degli arabi baharnah, hanno legami di parentela con gli sciiti sauditi del governatorato orientale di al-Ahsa; i due gruppi parlano persino lo stesso dialetto arabo.

L’Arabia Saudita teme pertanto la persistenza delle manifestazioni popolari in Bahrein: data la contiguità geografica e socio-culturale, la crisi politica di Manama diviene allora -agli occhi degli al-Sa‘ud – una questione di sicurezza nazionale, in bilico tra il foro esterno e quello interno. Da anni, il regno saudita sta incoraggiando la naturalizzazione di numerosi immigrati sunniti (soprattutto yemeniti e pachistani) da parte della monarchia del Bahrein: l’obiettivo è riequilibrare i rapporti di forza inter-confessionali. E nei registri elettorali del piccolo arcipelago sono apparsi i nomi di molti sauditi, ovviamente sunniti, con improbabili discendenze bahreinite.

Denunciando il “complotto iraniano” che si celerebbe dietro alle proteste degli sciiti in Arabia Saudita e in Bahrein, le due monarchie hanno acuito la connotazione settaria dello scontro, innescando una pericolosa propaganda mediatica che allontana le possibilità di ricomposizione del conflitto. Non esistono finora evidenze in merito a un appoggio economico-militare di Teheran ai movimenti sciiti di contestazione (al di là di un sostegno di tipo politico e simbolico).

Non basta l’esercito
Nel marzo del 2011, l’intervento della Peninsula Shield Force – il braccio militare del Consiglio di cooperazione del golfo (Ccg) – ha sedato la rivolta su richiesta del governo degli al-Khalifa, senza però riuscire a spegnerla; allo stesso modo, la repressione operata dalla polizia saudita nei confronti della contestazione interna non riesce a soffocare le manifestazioni.

Intervenendo con la forza in Bahrein (uno stato membro), il Ccg ha tradito – di fatto – la propria natura di alleanza difensiva in chiave anti-iraniana, oltre che i principi della stessa carta fondamentale. La rivolta degli sciiti nella penisola arabica non può essere ridotta a semplice questione di “ordine pubblico regionale”, come invece Riyadh ha fin qui tentato di fare. E probabilmente, neppure le classiche misure economiche di tipo redistributivo potrebbero placare una protesta che ha assunto ormai significati politici forti.

In questo quadro di instabilità strisciante, gli Stati Uniti starebbero progettando il trasferimento della V flotta della Marina – ora dislocata in Bahrein – nel vicino Kuwait, dove Washington dispone già di collaudate basi militari. Sono proprio gli statunitensi a spingere per una progressiva unificazione dei comandi di difesa dei paesi membri del Ccg. Se i cambiamenti del sistema politico regionale, innescati dalle cosiddette primavere arabe, hanno rafforzato lo status egemonico di Riyadh nel quadrante, essi hanno però riaperto questioni politico-identitarie mai risolte, come il rapporto con gli sciiti. Così, mentre i margini di manovra dell’Arabia Saudita in Medio Oriente si fanno più ampi, quelli interni paiono ora ridursi insidiosamente.

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