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Nuovo governo

Il futuro di Finmeccanica

23 Feb 2013 - Michele Nones - Michele Nones

Dopo quella che è stata la più brutta e difficile settimana nella storia di Finmeccanica, ci si deve necessariamente interrogare sul suo futuro. Le conseguenze di quanto avvenuto rischiano, infatti, di ripercuotersi pesantemente sul gruppo in termini di affidabilità e credibilità. Difficile dire quanto influiranno a livello di investitori finanziari e di clienti, ma di sicuro ci vorranno anni per ricostruire un’immagine che corrisponda alla vera Finmeccanica e non a quella che è stata presentata nell’ultimo anno e mezzo.

Indispensabile chiarire al più presto la vicenda giudiziaria della commessa indiana che, per la prima volta, ha coinvolto non solo singoli dirigenti, ma lo stesso Gruppo. Ma ancora più indispensabile è che il nuovo governo si faccia subito carico delle sorti di questo asset nazionale. Finmeccanica non è solo un’impresa di cui lo Stato è l’azionista di riferimento (ruolo che sembra essere stato dimenticato soprattutto da quando, esattamente un anno, fa è cominciata questa inchiesta).

È anche il maggiore gruppo italiano nel settore delle alte tecnologie, con 70 mila dipendenti e una presenza importante nel Regno Unito e negli Stati Uniti, paesi dove non si scherza con il tema della correttezza etica, oltre che giuridica. È rimasto praticamente l’unico dopo l’abbandono di telecomunicazioni, energia nucleare, chimica, informatica, farmaceutica. Per questo l’Italia non può permettersi il lusso di perdere queste capacità tecnologiche e industriali.

Due sono i nodi sul tappeto su cui il governo dovrà dare le sue indicazioni.

Priorità strategiche
Innanzi tutto, Finmeccanica è presente in troppi settori. Nello scorso decennio è cresciuta rapidamente, utilizzando le risorse finanziarie assegnatele in dote dallo Stato al momento della privatizzazione e indebitandosi poiché non riusciva a raggiungere adeguati profitti, soprattutto a causa di alcune aree di perdita. Adesso non può più né seguire adeguatamente né sostenere tutte le sue società.

A parte Agusta Westland (sempre che la vicenda indiana non la indebolisca troppo), solo alcune società partecipate non danno problemi: Mbda, Thales Alenia Space, Ansaldo Sts. Le altre grandi stanno vivendo un profondo processo di ristrutturazione (Alenia Aermacchi e Selex Es) o, come Ansaldo Energia; hanno bisogno di trovare soci con le spalle larghe per affrontare un nuovo ciclo di investimenti. Quelle di dimensione inferiore (Oto Melara, Wass e Telespazio) sono troppo piccole per restare da sole su un mercato sempre più globalizzato o sono da sempre dei buchi neri (AnsaldoBreda).

All’inizio dello scorso anno Finmeccanica aveva deciso di uscire da energia e trasporti per concentrarsi su aerospazio, sicurezza e difesa. La scelta era stata approvata dal suo Consiglio di amministrazione, dove lo Stato ha la maggioranza dei componenti. Se il nuovo governo ha opinioni diverse, deve chiarirlo subito, tenendo conto che ogni diversa strategia comporterà l’abbandono di qualche altro settore perché Finmeccanica è troppo piccola per affrontare ovunque la sfida del mercato globale.

L’obiettivo non è solo e tanto quello di ridurre il suo indebitamento, quanto quello di assicurare alle sue società gli investimenti necessari e il supporto sui mercati internazionali, oltre che quello di una efficiente gestione finanziaria e strategia di internazionalizzazione. Tutto questo anche per evitare che la capo-gruppo, a partire dal vertice, debba disperdere le sue energie su troppi fronti, col risultato di non coprirne adeguatamente nessuno.

Meno Stato
In secondo luogo, un decennio di vita “semi-privata” ha confermato che è meglio per tutti se lo Stato fa un passo indietro e riduce la sua partecipazione in Finmeccanica. È però difficile che questo possa avvenire senza svendere Finmeccanica e, comunque, la situazione del mercato finanziario non sembra incoraggiare la sua trasformazione in una public company. Il rischio è l’acquisto da parte di un gruppo estero o di qualche strano investitore privato che, in un settore così delicato, potrebbe rappresentare un rischio inaccettabile.

Poiché Finmeccanica ha anche un problema di dimensione internazionale, una soluzione che potrebbe essere perseguita è quella dell’integrazione con un altro gruppo estero o dell’autonomizzazione di gran parte delle sue attività operative attraverso una joint-venture internazionale. In ogni caso lo Stato diluirebbe la sua presenza e si allontanerebbe da ogni tentazione, rafforzando nello stesso tempo il gruppo.

A partire dallo scorso anno l’Italia si è data una legislazione molto avanzata per il controllo degli investimenti esteri nelle attività strategiche: ciascuna delle due ipotesi potrebbe, quindi, avvalersi di un accordo col governo che tuteli il mantenimento delle tecnologie e capacità produttive nazionali anche all’interno di un gruppo più internazionalizzato. Questa maggiore proiezione sul mercato è, nello stesso tempo, il migliore antidoto contro gli appetiti politici interni e anche contro il suo saccheggio esterno.

Ma, per perseguire ambedue gli obiettivi l’indispensabile presupposto è un vertice aziendale credibile e affidabile, fortemente supportato dal governo. Da sempre Finmeccanica ha una struttura di vertice anomala e da quasi sempre troppo verticistica. Bisogna tornare alla normalità, seguendo i modelli organizzativi tipici dei grandi gruppi: in primo luogo, preparazione e competenza dei consiglieri di amministrazione e un vertice coeso, scelto sulla base di dimostrabili competenze professionali e adeguatamente strutturato; in secondo luogo, coordinamento e coinvolgimento dei vertici delle principali aziende in modo da superare le divisioni settoriali e creare un vero spirito di gruppo.

Prima di tutto il governo dovrà, però, chiarire i suoi orientamenti sulla strategia da perseguire e, poi, individuare le persone che meglio possono realizzarla, garantendo loro il necessario e continuo sostegno.

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