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Verso le elezioni

All’Europa pensiamo domani

8 Feb 2013 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

A tutti i capi coalizione e candidati premier l’Istituto affari internazionali e Centro studi sul federalismo hanno inviato un semplice questionario sul presente e futuro dell’Unione europea. Ci sembra che questo sia il momento per fornire risposte puntuali a un’agenda europea che tanto ha contraddistinto le sorti politiche ed economiche del nostro paese in questi ultimi difficili anni.

Le domande, cui rimandiamo nell’ allegato, riguardano il rafforzamento dell’euro, l’integrazione del fiscal compact nel trattato di Lisbona, un’Unione europea a due velocità a partire dall’Eurozona, le proposte concrete per un piano europeo di crescita, l’uso di un bilancio aggiuntivo per i paesi membri dell’euro, una politica di difesa comune anche senza la Gran Bretagna, l’elezione di candidati alla presidenza della Commissione e il ruolo del Parlamento per la redazione di un nuovo trattato.

Tali questioni possono forse apparire troppo tecniche e poco attraenti per un’opinione pubblica diffusamente delusa, se non scettica, nei confronti di Bruxelles. La realtà è che qualsiasi governo emergerà dalle ormai imminenti elezioni dovrà dare risposte precise e immediate a queste poche domande e a molte altre che ci siamo tenuti nella penna.

L’Unione europea non svanirà all’indomani delle elezioni e non lascerà neppure del tempo al nuovo governo, ma pretenderà immediatamente scelte strategiche e decisioni operative.

Un solo paragrafo per l’Unione europea
Abbiamo anche esaminato i programmi dei partiti, valutandone contenuti e proposte sull’Unione europea. Un tratto abbastanza comune a tutti è che l’Europa finisce per essere il preambolo, o quasi, alle sezioni più specifiche che seguono l’articolazione delle proposte.

L’attenzione sull’Unione si concentra tutta in un unico paragrafo e scompare quasi completamente in quelli successivi. Le parti relative a lavoro, ambiente, istruzione, riforma istituzionale e burocratica e così via guardano solo alle soluzioni interne, senza affrontare il problema della loro compatibilità e dipendenza dalle politiche che vengono decise a Bruxelles.

Dovrebbe essere invece chiaro a tutti che la nostra partecipazione all’Unione non è più una questione di politica estera, ma riguarda l’intera gamma delle nostre decisioni interne, dalla riforma delle pensioni agli investimenti in agricoltura. Quello che manca nei programmi dei partiti è una “espansione” del tema europeo in tutti i settori della nostra vita economica e sociale.

Retorica europeista o antieuropeista
Continua a prevalere il vecchio atteggiamento culturale di considerare l’Unione europea come un tema esterno al nostro operare quotidiano. Questa deformazione di prospettiva porta ad una seconda conseguenza. L’Unione viene trattata con un’alta dose di retorica sia da chi la appoggia che da chi la respinge sdegnosamente. Questo è evidente nei programmi di Rivoluzione civile o del Movimento cinque stelle che proprio non ne parla.

Sembra ancora una volta di ricadere nell’antico vizio nazionale di dichiararci europeisti, o oggi anche antieuropeisti, fino al midollo senza scendere nei dettagli. Perfino partiti nei fatti euroscettici come la Lega nord, appaiono nelle loro dichiarazioni come dei ferventi federalisti: accelerazione delle quattro unioni (politica, economica, bancaria e fiscale), elezione popolare diretta del presidente della Commissione e Banca centrale europea come prestatore di ultima istanza.

Anche formazioni come Scelta civica o partiti dichiaratamente europei come il Partito democratico non sfuggono a questa logica di estremizzazione degli obiettivi politici dell’Unione europea, trascurando la difficoltà dei passaggi intermedi in mancanza dei quali si rischia di non arrivare mai all’unione politica.

L’Europa il vero ago della bilancia
Più in generale, con le dovute limitate eccezioni (Sinistra ecologia e libertà dedica un ampio capitolo all’Unione), il tema europeo rimane circoscritto e in qualche modo marginalizzato rispetto a tutto il resto. Il fatto è in sé piuttosto paradossale se si pensa che il governo Berlusconi è caduto sull’Europa, mentre quello Monti si è largamente retto sull’Europa. Eppure la campagna elettorale è desolatamente priva di Europa. Come sempre, si dirà.

Questa volta però vi è una differenza sostanziale: sarà l’Europa a giudicare il nostro prossimo governo, come mai è accaduto in passato. Prepararcisi meglio era responsabilità delle forze politiche italiane.

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