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Verso le elezioni di maggio

Terrorismo all’attacco del Pakistan

22 Gen 2013 - Daniele Grassi - Daniele Grassi

Il progressivo aumento degli attentati di matrice settaria e la recente recrudescenza delle tensioni con l’India lasciano presagire mesi molto convulsi in Pakistan, anche in vista delle elezioni di maggio. Tra tentazioni populiste e paradigmi strategici difficili da superare, il Pakistan si prepara a vivere un periodo estremamente delicato, il cui esito sarà decisivo per la sopravvivenza delle istituzioni e per il posizionamento del paese nello scacchiere internazionale.

Deterioramento
All’inizio di gennaio, nella località di Quetta (Belucistan), due attentati hanno provocato 81 morti e 112 feriti, in gran parte membri della comunità sciita degli hazara. Il duplice attentato rappresenta solo l’ultimo degli episodi di violenza che negli anni hanno colpito questa comunità.

Sebbene nel 2012 si sia, infatti, registrata una complessiva diminuzione delle vittime del terrorismo rispetto all’anno precedente, l’incremento degli attacchi di matrice settaria è stato significativo (173 rispetto ai 30 del 2011, con un bilancio di 507 morti). L’inizio del 2013 sembrerebbe prospettare un ulteriore aggravamento, con ricadute a livello di coesione nazionale.

Attualmente, in Pakistan, gli hazara (il cui nome deriva dalla regione di origine dell’Afghanistan, l’Hazarajat) sono circa mezzo milione. Le condizioni di vita di questa minoranza sono andate progressivamente peggiorando, tanto da ridurla in una condizione di sostanziale emarginazione rispetto al resto della popolazione.

La gravità degli attentati di gennaio ha provocato una dura reazione della comunità hazara, che ha posticipato la sepoltura delle vittime sino all’annuncio, da parte del primo ministro Raja Pervez Ashraf (13 gennaio), della destituzione del governo locale, con il conseguente passaggio dei poteri al governatore provinciale. Già nei mesi scorsi, la Corte Suprema aveva più volte denunciato l’incapacità del governo del Belucistan di garantire la sicurezza della popolazione locale, mettendone in forte discussione l’autorità.

L’intervento del governo è stato accolto con favore dagli hazara, ma sembra difficile che simili misure possano produrre un cambiamento sostanziale della situazione. Tale pessimismo deriva da una serie di fattori, tra cui le scarse capacità sinora mostrate dalle forze di sicurezza e dalla magistratura di contrastare il fenomeno terroristico in senso lato (la percentuale dei sospetti terroristi che riceve una condanna è stata, nel 2012, del 4%), e la difficoltà, da parte delle autorità civili, di scardinare meccanismi cristallizzatisi nei decenni.

Identità nazionale
La debolezza dell’identità nazionale pakistana è alla base di gran parte dei mali che affliggono il paese. L’ostilità che caratterizza i rapporti con l’India deriva, in primo luogo, dalla necessità di autodeterminarsi, più che da una disputa territoriale in senso stretto.

Allo stesso modo, la minoranza sciita (circa il 20% della popolazione) inficia la rappresentazione di sé creata in seguito alla partizione del 1947, ed è per questo motivo obiettivo di attacchi e violenze da parte di vari gruppi terroristici sunniti (tra cui Lashkar-e-Jhangvi, che ha rivendicato i due attacchi del 10 gennaio), ai quali viene consentito di agire impunemente, in quanto ritenuti una preziosa risorsa da utilizzare in funzione anti-indiana.

Nel corso dei decenni, l’establishment militare ha strumentalizzato il timore nei confronti di quella che tuttora viene percepita come la principale minaccia all’esistenza nazionale, l’India, per conquistare posizioni di preminenza sul resto degli attori statali, governo civile in primis.

Nel nuovo manuale pakistano di dottrina militare, è stato per la prima volta inserito un capitolo intitolato “sub-conventional warfare”, in cui si fa riferimento a “dinamiche interne” che costituiscono un elemento di reale minaccia per la sopravvivenza statale. Si tratta di un importante passo in avanti, se è vero che l’individuazione e l’ammissione di un problema costituiscono la fase essenziale per l’eventuale risoluzione dello stesso, ma i recenti scontri a fuoco registrati lungo la Linea dei Controllo (LoC) nel Jammu e Kashmir, in cui un soldato pakistano e due militari indiani hanno perso la vita, danno la misura di quanta strada ci sia ancora da fare prima di giungere a una efficace dottrina strategica nazionale focalizzata sulle reali minacce e sugli interessi del paese, piuttosto che di una ristretta cerchia di persone.

La gravità dell’episodio ha prodotto un significativo aumento delle tensioni tra i due paesi, impegnati, dal febbraio 2012, in un difficile processo di pace che aveva consentito la riapertura di alcuni valichi di frontiera a scopo commerciale e l’ammorbidimento delle condizioni per la concessione dei visti per alcune categorie di cittadini.

A preoccupare maggiormente è il presunto aumento dei tentativi di infiltrazione denunciati negli ultimi mesi dalle autorità di frontiera indiane. Tale fenomeno, infatti, confermerebbe la presenza, all’interno dell’apparato di sicurezza pakistano, di una frangia ostile al dialogo con Nuova Delhi e pronta a usare tutti i mezzi a sua disposizione per farlo deragliare.

Rischio escalation
Il 2013 sarà quasi certamente un anno decisivo per il futuro del Pakistan. Con l’approssimarsi delle elezioni (maggio), esiste il rischio concreto che gli attori politici in campo assumano posizione populiste in grado di attirare consensi, ma incapaci di dettare una linea utile da seguire per un’eventuale ripresa.

É a questo proposito esemplificativa l’apertura del governo alla recente offerta di negoziati avanzata dal Tehrik-i-Taliban (TTP), che tra le condizioni per eventuali negoziati ha posto l’adozione della sharia e la rottura dei rapporti con India e Stati Uniti. In passato, simili accordi si erano spesso tradotti in una sostanziale consegna della sovranità di alcune aree del paese ai terroristi, con ricadute molto negative a livello di immagine internazionale e di credibilità istituzionale.

Si prospettano, dunque, mesi molto difficili per il Pakistan, con il rischio che l’accelerazione del ritiro dall’Afghanistan delle truppe americane spinga le autorità di Islamabad a stringersi in un abbraccio ancora più stretto con i terroristi, nel tentativo di accrescere la propria capacità di influenza su Kabul. Le possibilità di un cambio di rotta appaiono, al momento, ridotte, tanto più alla luce del ripiegamento vissuto dai principali attori internazionali a causa dell’attuale crisi economica.

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