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Terrorismo

Rischio contagio tra Mali e Algeria

23 Gen 2013 - Giovan Battista Verderame - Giovan Battista Verderame

Chi abbia dimestichezza anche solo superficiale con i sistemi di sicurezza in Algeria che circondano i siti di esplorazione petrolifere o di gas, non può non stupirsi per l’apparente facilità con la quale il gruppo di terroristi che ha condotto l’azione di In Amenas ha raggiunto il proprio obiettivo, prendendo il controllo della struttura e delle persone che vi lavoravano.

Non si è infatti trattato di operazioni “kamikaze” che, pur richiedendo un’accurata programmazione, dipendono più che altro dalla disponibilità di “mano d’opera” e di materia prima. Bensì, di una vera e propria azione militare condotta contro un bersaglio che certamente non mancava delle predisposizioni necessarie a far fronte alla minaccia.

Lunga premeditazione
Se ne ricava che siamo di fronte ad un salto di qualità nelle capacità offensive della galassia dei gruppi terroristici che operano nella zona del Sahel e di cui si è avuto testimonianza da ultimo nelle vicende del Mali. Salto facilitato anche dalla conclusione della crisi libica, che non solo ha “liberato” un’ingente quantità di armi, ma ha anche “messo sul mercato” uomini in grado di condurre operazioni che richiedono un elevato impegno logistico ed una buona capacità strategica e di pianificazione.

Circostanze, per inciso, che fanno dubitare che si sia trattato di una reazione diretta all’intervento militare francese in Mali, e fanno propendere piuttosto per l’ipotesi di una operazione lungamente preparata e venuta a coincidere, amplificandosi, con i più recenti sviluppi della crisi maliana.

Un altro dubbio che sta emergendo in queste ore è che un’azione così complessa possa essere stata condotta senza la possibilità per il commando terrorista di contare su complicità locali. Dubbio che apre a scenari ancora più preoccupanti circa gli appoggi, anche se indiretti e talvolta forzati, di cui i terroristi possono godere nelle varie realtà locali.

Di fronte a questi dati che sembrano emergere dalla vicenda di In Amenas, la reazione dell’esercito algerino, con le sue tragiche conseguenze per la vita degli ostaggi, assume un valore emblematico.

Non vi è dubbio che l’Algeria, che per anni ha nutrito un estremismo islamico particolarmente sanguinario e determinato, ha molto da temere da quanto avviene ai suoi confini. Il peso degli anni del terrorismo che ha insanguinato il paese è ancora troppo forte per non condizionarlo profondamente. Di fronte a qualsiasi evento che possa scatenare la reazione dell’estremismo islamico, l’Algeria reagisce innanzitutto – e comprensibilmente – cercando di depotenziarne gli effetti destabilizzanti.

In questa ottica che può essere letta la circostanza che fra i paesi del Maghreb, l’Algeria sia stato il solo (per il Marocco occorrerebbe un discorso a parte) a non essere stato direttamente ed attivamente coinvolto nelle c.d. “primavere arabe”. Vi ha molto influito un assetto istituzionale più avanzato di altri, la capacità del sistema politico di controllare e indirizzare la vita del paese e, infine, i benefici provenienti dai ricavi delle esplorazioni di idrocarburi. Ma ha giocato un ruolo determinante anche l’attitudine complessiva dell’opinione pubblica algerina ad evitare che si ripetesse la tragedia del terrorismo che l’ha profondamente segnata.

Riconciliazione
Non stupiscono allora i tentativi dei governanti algerini di creare, attraverso la politica di “riconciliazione nazionale”, un quadro politico che consenta di riassorbire – per quanto possibile – le pulsioni estremiste.

Queste, infatti, si agitano ancora sotto la superficie di un paese dotato di strutture relativamente democratiche e con potenzialità di sviluppo economico. Nel quale, tuttavia, i disequilibri sociali sono ancora forti, e sul piano esterno la cautela, quando non l’aperta ostilità, verso operazioni, come quella che ha condotto alla caduta di Gheddafi in Libia, rischiano di aprire la strada a contraccolpi ingovernabili.

Anche l’atteggiamento nei confronti della crisi maliana risente di questa impostazione di fondo, con l’originaria cautela del governo verso iniziative intempestive e soprattutto non coordinate a livello africano (è nota l’ostinazione con la quale l’Algeria sostiene la competenza prioritaria dell’Unione africana ad intervenire, laddove necessario, nel continente) solo in parte e presumibilmente mitigata dalla concessione dello spazio aereo all’aviazione francese per le sue operazioni in Mali.

La forte reazione dell’esercito algerino all’attacco terrorista di In Amenas non è in contraddizione con questo orientamento di fondo. Chi ha avuto modo di constatare di persona quanto radicata sia, nell’opinione pubblica algerina, la determinazione ad opporsi all’integralismo islamico che è stato ad un passo dall’ impadronirsi del paese, questa reazione conferma che le élites algerine sono disposte a contrastare il terrorismo anche al prezzo di gravissimi “danni collaterali”.

Certo, taluni aspetti dell’intervento possono lasciare sconcertati. Specie se dovessero essere confermate le prime indicazioni secondo cui una colonna di automezzi che lasciavano il sito sarebbe stata bombardata nonostante il prevedibile rischio che a bordo si trovassero anche degli ostaggi. E tuttavia è difficile attribuire l’elevato prezzo dell’operazione in termine di vite umane all’imperizia di forze armate e di sicurezza che combattono da decenni contro il terrorismo.

Nuovo dialogo
L’Algeria rimane, in questo come in altri aspetti, un interlocutore imprescindibile per l’Occidente. È probabile che la tragica vicenda di Id Amenas riapra il dibattito sul grado di fermezza necessario nella lotta contro il terrorismo. C’è da sperare che da esso si possa prendere spunto anche per perfezionare gli strumenti della concertazione internazionale anche in questa materia.

Per l’Europa si tratta di una ulteriore conferma di quanto cruciali siano le relazioni con i paesi della sponda sud del Mediterraneo e di quanto sia ormai urgente un aggiornamento dei meccanismi di dialogo e collaborazione con l’area. Esigenza tanto più pressante per l’Italia, se si considera la dipendenza dal gas algerino e l’entità degli interessi non solo nel campo energetico in Libia ed in Egitto.

Il tempo in cui si poteva guardare ai paesi della sponda sud del Mediterraneo in un quadro di stabilità sono finiti con le primavere arabe. Come gli eventi di questi ultimi giorni dimostrano, gli esiti della crisi libica hanno introdotto forti fattori di destabilizzazione della regione e di rafforzamento anche dell’estremismo islamico.

Vi si intrecciano tensioni indipendentiste (i tuareg nel nord del Mali), strumentalizzazioni geopolitiche di difficile lettura, interessi economici tutt’altro che limpidi, il tutto amplificato da richiami religiosi che si nutrono a loro volta di nodi politici e socio economici irrisolti.

Si tratta di una sfida che l’Europa e l’Italia in primo luogo, deve saper accogliere. In una visione rinnovata del rapporto con i paesi della sponda sud del Mediterraneo fondato sull’impegno comune a consolidare assetti democratici che consentano, attraverso la partecipazione, la rappresentanza più ampia possibile delle tendenze e delle rivendicazioni che agitano quelle società.

Con un’apertura anche ai rapporti umani e culturali e al comune interesse a raggiungere la soluzione di nodi politici. A partire dal conflitto israelo-palestinese, che costituisce tuttora un elemento dal quale l’estremismo islamico, nelle sue forme più esasperate, trae alimento e pretesa giustificazione per le sue azioni criminali.

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