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Investimenti esteri e Avio

L’integrazione industriale che premia l’Italia

1 Gen 2013 - Michele Nones - Michele Nones

General Electric (GE), uno dei più grandi gruppi transnazionali di base negli Stati Uniti, ha acquisito il controllo di Avio, il principale gruppo italiano nel settore della propulsione aeronautica civile e militare, oltre che spaziale, erede della centenaria tradizione di Fiat in questo settore.

Avio fattura oggi più di due miliardi di euro, di cui il 90% esportato, con circa 5200 dipendenti, quasi tutti in Italia, ma con una piccola presenza anche in Europa e Sud America. Per la terza volta in meno di dieci anni Avio subisce così un cambiamento di proprietà: dopo un fondo americano e uno inglese, arriverà finalmente un partner industriale in una logica non più finanziaria, ma di strategia globale.

Potrebbe sembrare l’ennesima sconfitta italiana nel mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali, ma la realtà è invece molto diversa. Avio diventa parte di un grande attore mondiale, rispetto al quale svolgerà una sua precisa missione. Il programma presentato da GE è molto ambizioso e accattivante: se sarà rispettato, Avio risulterà rafforzata dalla nuova collocazione. Continuerà, infatti, le sue attuali attività, ma diventerà anche un centro di eccellenza internazionale dell’intero gruppo GE, oltre che la sua base nell’Unione europea.

Predatori e prede
Il vero fatto nuovo è che, per la prima volta, il governo sembra essere riuscito a coniugare le esigenze dell’impresa (rafforzare la sua base tecnologica e industriale) e degli attuali azionisti (valorizzare l’investimento) con quella del paese (tutelare gli interessi nazionali mantenendo le capacità strategiche).

In questo caso era, per altro, difficile rincorrere utopistici progetti “nazionali”, a meno di non far intervenire il Fondo strategico italiano della Cassa depositi e prestiti, che, però, può acquisire solo partecipazioni minoritarie. E in Italia, ancora una volta, non si sono visti “capitani coraggiosi”, capaci e determinati ad affrontare i rischi di impresa. Né ci si poteva inventare un’altra ammucchiata di investitori interessati solo ad acquisire benevolenze governative o a mantenere i propri contratti di fornitura: due recenti esempi (uno realizzato, per Alitalia, e uno proposto, per Ansaldo Energia) che, sul piano industriale, risultano deboli e non risolutivi.

Non ci si dovrebbe, infatti, dimenticare che anche imprese efficienti rischiano di perdere la sfida della globalizzazione se non raggiungono le dimensioni critiche necessarie per confrontarsi con i competitori nello specifico settore. E nel campo delle alte tecnologie e dei sistemi complessi queste dimensioni sono ormai incompatibili con quelle dei singoli mercati europei.

L’integrazione industriale su base europea ed internazionale è, quindi, una strada obbligata. Al di là di un comprensibile “tifo” nazionale, non bisogna cadere nell’illusione che si possa essere sempre e solo “predatori”, come, invece, anche qualche autorevole commentatore ha suggerito in questa occasione: a volte si deve accettare di essere “prede”, ma quello che è importante è essere integrati e non divorati. Questo dipende dalla strategia industriale che sta alla base dell’operazione e dall’azione del paese in cui si realizza.

A questo fine, sulla base della nuova normativa sulla “golden power” approvata recentemente, il governo ha fissato una serie di impegni che GE ha formalmente accettato: mantenimento della produzione e manutenzione dei motori militari; protezione degli investimenti pubblici nella ricerca e sviluppo; tutela delle informazioni classificate; nessun cambiamento di proprietà senza autorizzazione; etc. Ottenute queste garanzie, la scommessa è che gli impegni siano mantenuti: è in questo campo che il governo, e in particolare il ministero della difesa, dovranno costruire nuove specifiche capacità di sorveglianza, in linea con un moderno paese industriale.

Attività strategiche
Nello stesso tempo, ma solo secondariamente, è stato previsto lo scorporo della parte spaziale, che continuerà a mantenere, per ora, la stessa struttura proprietaria (il fondo inglese Cinven con l’85% e Finmeccanica col 15%). Si potranno studiare differenti ipotesi in ambito europeo, non dimenticando che il principale programma è quello del lanciatore Vega, finanziato dall’Esa per completare la famiglia dei lanciatori europei nella fascia inferiore, e che l’intero settore dei lanciatori europei richiede da tempo una razionalizzazione e un efficientamento anche attraverso la riorganizzazione della sua governance.

L’aver riconosciuto che le attività di Avio sono considerate strategiche e, quindi, vanno particolarmente tutelate non può, comunque, limitarsi a considerare l’assetto proprietario. La “strategicità” deve riflettersi in azioni di sostegno dell’innovazione di prodotto e di processo, della partecipazione ai programmi internazionali (e, in particolare, quello del motore F135 del JSF), della manutenzione e supporto logistico, delle esportazioni. In un mercato globalizzato sono soprattutto questi i fattori che garantiscono il mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali sul territorio nazionale.

Dalla nuova normativa sul controllo degli investimenti nei settori chiave potrà svilupparsi una strategia complessiva per rafforzare il sistema della difesa, concentrando le risorse umane e finanziarie sulle aree di eccellenza tecnologica e industriale e rimanendo, così, un player nel mercato internazionale della difesa.

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