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Nomine e politica estera

L’inquieto sguardo degli Usa sull’Ue

14 Gen 2013 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Ora ci si aspetta la riscoperta dell’Europa. I segnali più citati sono tre: le nomine del nuovo Segretario di stato e del nuovo Segretario della difesa Usa, nelle persone rispettivamente di John Kerry e di Chuck Hagel, e un briefing dell’Assistant Secretary of State responsabile per l’Europa, Philip Gordon, che prevedeva conseguenze negative per la Gran Bretagna, anche nei suoi rapporti con gli Usa, se David Cameron sceglierà di allentare e forse tagliare i rapporti del suo paese con l’Ue.

Fare la differenza
Che Kerry e Hagel siano due convinti sostenitori della comunità atlantica tra Europa e America e condividano un pregiudizio favorevole nei confronti dell’Ue non c’è dubbio. Anche più significativo è il chiaro interesse espresso dall’amministrazione Obama per la conclusione di un grande accordo di libero scambio transatlantico, tra Usa e Ue (i due maggiori centri commerciali al mondo). Tuttavia sarebbe ingenuo sottovalutare le grandi difficoltà e i problemi che questa “nuova” politica comporta.

Finito il sogno neo-conservatore degli Usa egemoni del nuovo ordine mondiale, le guerre in Iraq e in Afghanistan, le crisi in Medio Oriente e in Africa, le crescenti incertezze sulle ambizioni e il ruolo internazionale della Cina e delle altre potenze emergenti e, naturalmente, l’impatto devastante della crisi economica, hanno convinto il governo americano della assoluta necessità di avere il solido appoggio di alleati in grado di assumersi responsabilità di governo del sistema internazionale e disponibili a farlo. Non ce ne sono molti disponibili e l’Europa è certamente il più importante e anche quello che, se realmente disponibile, potrebbe fare tutta la differenza.

Il problema però è se questa prospettiva potrà realizzarsi pienamente e durare il tempo necessario. Ad oggi, gli europei hanno svolto il loro ruolo, operando però a scartamento ridotto, con risorse limitate e spesso in contrasto tra loro. Il perdurare della crisi economica sta progressivamente riducendo le risorse disponibili e alimenta l’opposizione interna all’assunzione di nuovi impegni internazionali. Per questo gli Usa dimostrano sempre minore comprensione per le resistenze nazionaliste che dividono l’Ue e ne diminuiscono il ruolo e l’efficacia. L’avvertimento lanciato ai conservatori britannici potrebbe essere indirizzato, con poche modifiche, anche a molti altri governi europei.

Anche la eventuale realizzazione di una grande area transatlantica di libero scambio, d’altro canto, richiederà una forte leadership comune europea in grado di negoziare ed approvare importanti modifiche, ad esempio, alla politica agricola comune e ad una larga serie di barriere non tariffarie. Altrettanto dovranno fare gli Stati Uniti, e non sarà certo un percorso facile, ma esso diverrebbe sicuramente impossibile senza la prova di una chiara disponibilità europea ad incontrarsi a metà strada.

Aggirare l’ostacolo
Analogo discorso vale per la politica estera, di sicurezza e di difesa. Nella impossibilità concreta di accrescere significativamente i bilanci nazionali in questi settori, l’unica strada percorribile è quella di una molto più avanzata integrazione europea. Ma per questo bisognerà riuscire a superare in primo luogo le resistenze dei maggiori paesi europei: quelli senza i quali sarebbe inutile andare avanti, ma anche quelli che sono più riluttanti ad accettare nuove cessioni di sovranità.

Gli Stati Uniti quindi sono più disponibili ed attenti nei confronti dell’Europa, ma questo è tutt’altro che sufficiente per assicurare il successo di un nuovo grande accordo transatlantico, politico ed economico. D’altro canto non è neanche vero che, se l’Europa non dovesse essere all’altezza della sfida, gli Usa avrebbero altre alternative.

Robin Niblett, direttore del prestigioso centro studi britannico Chatham House, ricorda al governo britannico quanto disse il Segretario della difesa americano Donald Rumsfeld, quando gli inglesi erano ancora incerti se partecipare o meno alla guerra in Iraq, come gli chiedeva George W. Bush. Se avessero deciso per il no, disse Rumsfeld, gli Usa avrebbero potuto sempre “do a work around” (aggirare l’ostacolo e fare altrimenti, con tanti saluti alle “relazioni speciali”). Questo è ancora oggi probabilmente vero per quel che riguarda il ruolo della sola Gran Bretagna (o di ogni altro singolo paese europeo), e ciò giustifica l’importanza dell’avvertimento lanciato da Phil Gordon, ma non è applicabile all’intera Ue.

In assenza o insufficienza dell’alleato europeo, gli Usa non potranno aggirare l’ostacolo, ma dovranno ridimensionare le loro ambizioni e rivedere le loro priorità. Un processo certamente doloroso e che Washington preferirebbe evitare. Ma che sarà pagato a tanto più alto prezzo in primo luogo dagli europei.

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