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Verso le elezioni: Economia

Le priorità del nuovo governo

27 Gen 2013 - Marcello Messori - Marcello Messori

Se non cambieranno gli orientamenti europei, il prossimo governo italiano non avrà molte opzioni di politica economica. Sarà infatti costretto a proseguire sulla via del consolidamento del bilancio pubblico per soddisfare i vincoli imposti dalla rapida integrazione fiscale nell’Unione Economica e Monetaria Europea (Uem). Il nuovo governo dovrà anche attuare riforme strutturali e disegnare interventi efficaci per le imprese competitive al fine di fronteggiare gli irreversibili processi europei di integrazione macroeconomica.

Margini ridotti
Per garantire la coesione di un tessuto sociale sempre più sofferente, il governo dovrà infine razionalizzare e rafforzare il sistema di welfare. Tali linee guida andranno per giunta realizzate senza esacerbare le tensioni tra questi tre obiettivi e senza dissipare la reputazione riconquistata nell’Unione europea durante gli ultimi quattordici mesi.

Per non trovarsi ingabbiato in vincoli troppo stringenti, il nuovo esecutivo punterà probabilmente su un allentamento delle politiche recessive europee, ossia sull’effettivo varo di iniziative per la crescita e per l’occupazione che affianchino il fiscal compact e le nuove proposte di più stringenti vincoli ex ante alle politiche fiscali nazionali. Tuttavia esso avrà anche, se non soprattutto, il compito di crearsi spazi nazionali di policy nell’ambito delle linee guida imposte dall’Uem.

Il nuovo governo potrà fare leva su due fattori: gli elevati stock di ricchezza finanziaria che, nonostante la pluriennale caduta del potere di acquisto, sono ancora detenuti dalle famiglie italiane e la riduzione nel costo del lavoro per unità di prodotto e i positivi saldi delle nostre partite correnti. Questi recenti cambiamenti sono stati innescati dai pesanti processi di selezione e di ristrutturazione, imposti dalla crisi dei settori industriale e terziario italiani aperti alla concorrenza internazionale.

Gli spazi alle policy nazionali che sono lasciati aperti dalla crescente integrazione europea, sono limitati. Tre esempi sottolineano, però, che le iniziative nazionali possono massimizzare i benefici e circoscrivere gli effetti indesiderati di tale integrazione.

Tre piste
In primo luogo, a regime vigente, il peso del debito pubblico obbligherà l’Italia a realizzare elevati, anche se decrescenti, avanzi primari di bilancio per più di un ventennio. La conseguente rigidità della spesa pubblica ostacolerà l’attuazione di qualsiasi efficiente politica – orizzontale o verticale – volta ad accompagnare e rafforzare i processi di ristrutturazione dell’apparato produttivo e la costruzione di un più efficace sistema di welfare.

Per proseguire nel consolidamento del bilancio pubblico senza abdicare a politiche nazionali di sostegno al cambiamento e allo sviluppo, il nuovo governo italiano dovrebbe quindi effettuare operazioni straordinarie sullo stock di debito pubblico. Essenziale è che queste operazioni non sfocino in imposizioni fiscali una tantum, evitino la costruzione di “carrozzoni“ pubblici, siano conformi alle regole di mercato, poggino su un ampio spettro di strumenti e si pongano obiettivi realistici e graduali.

In secondo luogo, è probabile che la recente dura selezione delle imprese italiane stia determinando incrementi nella produttività del lavoro e rafforzando i già positivi tassi di crescita delle esportazioni nazionali. Per evitare che ciò si traduca in distorti ed eccessivi restringimenti dell’apparato produttivo e sfoci in ulteriori compressioni salariali, anziché in innovazioni organizzative, bisogna però migliorare l’ambiente economico e prosciugare l’area delle rendite in modo da spingere le imprese di successo a salti dimensionali.

Il nuovo governo è perciò chiamato a portare a compimento quella lunga lista di riforme strutturali e di liberalizzazioni che sono state più volte avviate senza grandi esiti. Esso dovrà tuttavia anche regolamentare nuovamente e disegnare una moderna politica industriale per evitare che i processi di “distruzione creatrice” si traducano in “fallimenti” del mercato.

In quest’ottica, se promuovesse accordi di “produttività programmata” fra le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori, il prossimo esecutivo potrebbe raccogliere consenso per le riforme strutturali, spingere verso innovazioni organizzative delle imprese e creare spazi per recuperi salariali e per il conseguente sostegno della domanda interna.

In terzo luogo, va considerato che tali possibili iniziative governative comporterebbero incrementi di spesa. Oltre ad avere limitati costi diretti, le riforme strutturali e la “produttività programmata” spingono per l’apertura della società italiana al cambiamento e, specie in una fase di recessione come quella attuale, i mutamenti suscitano resistenze perché rappresentano una minaccia sia per le posizioni di rendita, sia per le fasce più deboli della popolazione.

Per cambiare e accrescere l’equità sociale, il nuovo governo dovrà quindi riformare il welfare. Si pensi, ad esempio, alla necessità di accompagnare le riforme strutturali e il sostegno alle ristrutturazioni aziendali con la costruzione di una rete universale di ammortizzatori sociali.

Il prossimo governo italiano non dovrà cadere in un pericoloso circolo vizioso. Le operazioni straordinarie sul debito pubblico non devono sfociare in incrementi della spesa pubblica totale che lederebbero il consolidamento del bilancio pubblico e ci renderebbero più indifesi. Pertanto, l’attuazione di riforme strutturali e il ridisegno del sistema di welfare devono essere realizzati mediante una più efficiente allocazione della spesa pubblica che potrebbe essere facilitata da una più efficiente distribuzione della ricchezza privata.

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