IAI
Riforme e sicurezza

L’anno cruciale dello Yemen

24 Gen 2013 - Eleonora Ardemagni - Eleonora Ardemagni

Per lo Yemen si è aperto un anno chiave. Un arco di tempo che permetterà di comprendere se la rivolta anti-governativa del 2011 ha davvero inciso sugli equilibri di fondo del paese. Oppure se -come fin qui appare probabile – il “modello-Saleh” riuscirà a mostrare, anche dopo la caduta del presidente, la propria resilienza. Le modifiche alla costituzione (la cui formulazione spetta al foro di dialogo nazionale) e la riforma del settore militare sono i due impervi terreni sui quali si misurerà la discontinuità con il passato del governo di unità nazionale presieduto da Abdu Rabu Mansur Hadi, già vice di Saleh.

Sullo sfondo, gli Stati Uniti osservano con attenzione le mosse di Sana’a. Perché lo Yemen, approdo regionale di al-Qa‘eda, è ormai divenuto centrale nelle politiche di sicurezza di Washington nella penisola arabica.

Dialogo nazionale
Sull’evoluzione del dialogo nazionale si addensano ancora molte incognite. Non è infatti scontato che tutti gli attori politici partecipino alla sessione di revisione costituzionale; e i criteri di selezione dei delegati non sono finora stati resi pubblici.

È in forse l’adesione del movimento sciita zaidita degli al-Shabab al-Muminim (Giovani credenti), i seguaci del religioso dissidente Husayn al-Huthi. Essi si scontrano da anni con l’esercito governativo, nonché con gruppi salafiti, nel governatorato settentrionale di Saada e in altre zone limitrofe.

Anche la formazione di al-Hiraak al-Janubi (Movimento meridionale), che lotta per l’autonomia dello Yemen del sud dalle autorità centrali, potrebbe rifiutare di prendere parte al dialogo sulla nuova costituzione. Senza la presenza degli huthi e di al-Hiraak al tavolo dei negoziati, qualsiasi accordo di riforma sarebbe debole, perché privo di legittimità politica.

Alle divergenze tra i partiti si aggiunge poi la complessità interna ai singoli movimenti politici, incapaci di proporre un’idea condivisa sul futuro del paese. – il partito islamista che più di tutti è riuscito a guadagnare da una rivolta popolare della quale si è appropriato – punta a un paese islamico e unitario; ma al suo interno, l’ala salafita che fa capo al controverso shaikh Abd al-Majeed al-Zindani pone un accento maggiore sul concetto di shari’a rispetto alla componente vicina alla Fratellanza musulmana. L’esatto opposto di al-Hiraak, che immagina invece uno stato socialista, laico e federale; anche se, all’interno del Movimento meridionale, sembrano prevalere quanti auspicano la secessione.

In questo scenario il General People’s Congress (Gpc), partito-contenitore dell’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, prova a giocare il ruolo della vittima. Penalizzato dallo spoil system messo in atto dall’Islah negli apparati burocratici e militari, il Gpc tenta di presentarsi (nonostante Saleh ne sia ancora la guida riconosciuta) come la nuova opposizione, voce critica di un governo d’emergenza che proprio i suoi precedenti fallimenti hanno contribuito a creare. E tutto ciò a un anno dalle elezioni generali del febbraio 2014.

Sicurezza
Ripristinare la sicurezza in Yemen è un imperativo cui il governo Hadi non può sottrarsi: dalle misure di contrasto alle minacce sul territorio (tra cui quella terroristica nel sud) dipendono – oltre alla credibilità dell’esecutivo – gli aiuti dei donors internazionali, in primo luogo degli Stati Uniti. E l’esercizio della sovranità statuale passa anche attraverso la riforma del settore militare.

A riguardo, lo scorso 19 dicembre il capo dello stato Hadi ha promulgato tre decreti. Il primo provvedimento dichiara lo scioglimento della Guardia repubblicana, capeggiata dal figlio dell’ex presidente (nonché suo successore designato) Ahmed Ali Saleh; il secondo destituisce il nipote di Saleh, Yahya, da capo dell’intelligence e il terzo abolisce la Prima divisione armata ancora guidata dal generale Ali Muhsin, fedelissimo del regime fino a pochi mesi fa.

La posizione di Hadi è delicatissima e la riforma del settore militare gli consente di mostrarsi autonomo rispetto ai protagonisti della recente storia yemenita: i Saleh, gli al-Ahmar (che sostengono Islah) e il generale Muhsin, uomo forte dei sauditi, già ricompensato con un alto incarico al ministero della difesa. Il presidente ha però bisogno dell’appoggio di tutti per poter governare.

Sana’a è ancora una città militarizzata, dove – nonostante le violenze siano diminuite – la battaglia politica è simbolicamente cristallizzata nella spartizione topografica della capitale: la Guardia repubblicana fedele a Saleh è tutt’oggi dispiegata nella zona meridionale (dove si trova il palazzo presidenziale), le milizie tribali legate alla famiglia al-Ahmar – che capeggia la confederazione tribale degli Hashid – controllano il settore nord-orientale, mentre la Prima divisione armata del generale Muhsin è schierata, insieme a uomini dell’Islah, a difesa dell’area nord-occidentale (Change Square e Università di Sana’a).

Resilienza?
Un insieme concomitante di fattori ha costretto Ali Abdullah Saleh a lasciare il potere nel novembre 2011. La drastica riduzione della rendita petrolifera, in corso dal 2009, ha reso sempre più insostenibile quella rete clientelare di tipo neo-patrimoniale su cui Sana’a si regge, in quanto rentier-state. La spinta emotiva e ideale delle cosiddette “primavere arabe” ha contribuito a ingrossare le fila della contestazione popolare contro il regime.

Due fattori hanno poi accelerato la caduta del presidente yemenita: l’inasprimento della conflittualità negli archi di crisi già aperti (la ribellione huthi nel nord, i secessionisti e le infiltrazioni jihadiste e/o qaediste a sud), insieme alla mediazione politica del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), dove l’Arabia Saudita ha definito sia i tempi che i modi dell’uscita di scena di Saleh.

Se a scatenare la capitolazione del regime pluri-ventennale è stato l’abbandono della causa da parte di tre protagonisti-chiave della scena pubblica yemenita, ovvero la famiglia al-Ahmar, lo shaikh al-Zindani e il generale Muhsin, il sistema-Saleh potrebbe però rivelarsi ancora vitale. L’autoritarismo pluralizzato che ha caratterizzato lo Yemen post-unificazione è infatti riuscito a penetrare e a consolidarsi in ogni ambito della società, cooptando le più disparate istanze tribali, religiose, partitiche all’interno di istituzioni formalmente democratiche.

L’introduzione di luoghi e di pratiche tipiche della democrazia ha perciò irrobustito i legami clanico-tribali, dunque la conformazione verticistica del potere. L’addio di Saleh potrebbe allora somigliare a un limitato esercizio di “potatura” del sistema, che lascia tuttavia inalterato l’impianto strutturale del paese. Solo il contenuto delle riforme consentirà, oppure no, di trasformare la rivolta del 2011 in un’autentica rivoluzione. È questa la difficilissima sfida della transizione in Yemen.

.