IAI
Conflitto in Mali

La Francia è di nuovo in guerra

14 Gen 2013 - Mario Arpino - Mario Arpino

Tanto tuonò che piovve. La guerra in Mali ormai è incominciata, con morti e feriti, ed è bene che ci apprestiamo a convivere con la sua cronaca per un tempo non breve. Per l’ennesima volta – diversi commentatori lo hanno già fatto notare – la Francia ha anticipato il gioco, spiazzando tutti con una solitaria fuga in avanti. Lo ha fatto, è vero, dopo mesi di preparazione dell’opinione pubblica internazionale, incassando diverse risoluzioni del Consiglio di sicurezza (le ultime sono la 2071 del 12 ottobre 2012 e la 2085 del 20 dicembre 2012) e riuscendo anche ad ottenere un mezzo impegno – peraltro assai cauto – da parte della recalcitrante Unione europea. Ma con Lady Ashton al timone della politica estera europea non c’era da aspettarsi molto di più.

Scontati sono invece il supporto morale della Gran Bretagna, annunciato a chiare lettere da Cameron, della Germania e, sembrerebbe, anche degli Stati Uniti. From behind, si intende, solamente aiuti e niente uomini. Si sa che Londra, per esempio, fornirà due aerei da trasporto, ma nulla di più. Per il momento, il tentativo di mobilitare un’esasperante Unione africana (Ua) e quello di pungolare una neghittosa Algeria è riuscito solamente a parole. Ma non sarà un nuovo Afghanistan, è il giudizio comune, né l’Algeria intende trasformarsi in un nuovo Pakistan. Speriamo sia davvero così, perché il contrario sarebbe ben triste anche per noi.

Previsioni
Oltre al Mali, già all’opera con le sue truppe, gli uomini li metteranno il Senegal, il Niger e pochi altri, ma ancora non c è nulla di certo. Pur essendo stato raggiunto un accordo in sede Ua, per il momento abbiamo registrato solo smentite o blande promesse. I francesi comunque erano già sul territorio da tempo, almeno con gli uomini del servizio segreto esterno (Dgse) ed un’aliquota di truppe metropolitane, che nell’Africa francofona assommerebbero a circa 3.500 uomini, mentre sostanziosi incrementi stanno affluendo proprio in questi giorni.

Sono una parte di questi, con un supporto dell’Armée de l’Aire, che nei giorni scorsi hanno consentito di fermare l’avanzata da nord verso sud dei ribelli qaedisti, fornendo un sostanzioso supporto alle malconce truppe maliane. L’Onu, come al solito, spinge per accordi di pace, ed è importante – prima di arrivare a soluzioni di compromesso in grado solo di perpetuare la crisi – vincere decisamente e con rapidità sia le battaglie che la guerra.

Se sarà così, dovremo ai francesi eterna riconoscenza. Se, viceversa, qualcuno riuscirà ad imporre una tregua prematura – ma i francesi si spera rifiuteranno ed andranno fino in fondo – allora c’è il pericolo che con il tempo si verifichino anche qui migrazioni islamiste in grado di creare, come già in Iraq, in Libia ed in Siria, una sorta di “brigate internazionali” della jihad e del terrorismo.

Nuovo Afghanistan?
In questo caso, i pochi che preconizzano nel Sahel un nuovo Afghanistan potrebbero anche trovare conferma della loro ragione. Le varie organizzazioni estremiste convenzionalmente note come “al-Qaeda in Maghreb” (Aqim) sono già presenti a macchia di leopardo in tutto il Sahel, ma hanno trovato il loro santuario nella parte nord del Mali, ormai considerato – a causa della precaria situazione politica – l’anello più debole di tutta la fascia sub-sahariana.

Il sistema internazionale sta reagendo molto lentamente, e la Francia, nonostante il vecchio concetto degaulliano di Francafrique sia da tempo morto e sepolto, considerati i legami storico-sociali, linguistici ed economici sta ancora giocando nella regione un ruolo di fondamentale importanza. Ciò, in definitiva, è un presidio sicuro anche per l’Europa. L’area è economicamente appetibile – anche l’attenta Cina, l’onnipresente Qatar e la silente Arabia Saudita lo sanno – ma la Francia la considera ancora come esclusivo “cortile di casa”.

Interessi nazionali
In definitiva, il fatto che, anticipando i tempi, i francesi siano intervenuti unilateralmente – sia pure dopo essersi assicurati una sorta di legittimità a 360 gradi – nel caso del Mali è assai più comprensibile che in Libia e, spiace doverlo ammettere a denti stretti, sperabilmente positivo. Fa certo parte di una politica spregiudicata, ma che è la loro politica.

Del resto, Le Livre Blanche sullo stato e gli obiettivi della sicurezza e difesa testualmente recita che “i problemi dell’Africa hanno un impatto diretto sugli interessi nazionali”, e non ne fa mistero. Li elenca tutti, e non sono solo economici. La presenza nell’area di risorse naturali quali fosfati, oro, ferro e stagno è già di per sé significativa. Se poi si considera che l’uranio per le centrali elettriche francesi (e per altro) proviene dal Mali e dal Niger (qualcuno ancora ricorderà la lunga lotta tra la Libia di Gheddafi e la Francia per il possesso della fascia di Auzou) e che le prospezioni per il petrolio stanno dando esiti positivi, allora si deve affermare che i francesi sanno fare molto bene ciò che loro conviene. Non hanno mai abbandonato l’Africa francofona al proprio destino – gli interventi armati indipendenti in epoca post-coloniale sono stati numerosi – dimostrandosi motivati e coraggiosi.

Anche senza scomodare il concetto di grandeur, ovvero la radicata convinzione – trasversale rispetto a secoli, imperatori e presidenti – che la propria politica estera debba essere in grado di influenzare il corso degli eventi a livello globale – si deve convenire sul fatto che la Francia sia una grande nazione. Fatte le debite proporzioni, assomiglia all’America. Entrambe, quando si tratta di proteggere i propri interessi non badano a remore, né hanno riguardi. Per nessuno. Sembrano proprio nate per comandare, ed in ciò pare che la loro vocazione non abbia limiti.

È per questo che tutto il mondo le ammira, ma difficilmente le ama.