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Dopo il Congresso

Il partito in uniforme della nuova Cina

1 Gen 2013 - Federica Cedro - Federica Cedro

Il XVIII Congresso del Partito comunista cinese ha aperto un nuovo capitolo nella storia della Repubblica popolare cinese (Rpc): dopo la transizione economica avviata da Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta si assiste oggi ad una mutazione dell’intero impianto politico cinese. Vera transizione o rivisitazione della vecchia guardia?

Xi Jinping, designato nuovo segretario del Partito e futuro presidente della Rpc, è il nuovo volto del paese: uomo apparentemente austero ma dotato di un’aura di mistero che non lascia trapelare indiscrezioni sul futuro del gigante asiatico. Figlio della generazione maoista, Xi dovrebbe rappresentare una chiave di volta nella politica cinese, come naturale portatore di quella mutazione intra-sistemica avvenuta col passaggio della Cina maoista a quella post-denghista. Ma ad insospettire gli analisti occidentali non è tanto il nuovo leader quanto le dinamiche sottese alla transizione.

Ombre cinesi
Al centro del dibattito in corso aleggia una figura quasi mitologica: Jiang Zemin. Chi pensava che l’ex presidente fosse ormai lontano dalle stanze del potere si sbagliava. Il famoso tecnocrate è infatti riuscito a condizionare profondamente la classe dirigente uscente, facendo leva sulle contrapposizioni interne per estromettere di fatto l’uscente presidente Hu Jintao.

Lasciando nelle mani di Xi Jinping la presidenza della Commissione militare centrale (Cmc), il presidente Hu ha posto fine alla sua permanenza politica nel gruppo dirigente favorendo i fedelissimi del presidente Jiang Zemin, di cui Xi è la massima espressione. La cessione della presidenza del più importante organo istituzionale cinese non fa che confermare le preoccupazione di coloro che da tempo paventano la predominanza dell’apparato militare su quello politico.

La compenetrazione tra il partito e l’esercito è sempre stata fonte di controversie all’interno del sistema istituzionale cinese. I conflitti si sono incentrati sul ruolo affidato al People’s Liberation Army (Pla) e sulla sua autonomia dal partito. Sebbene rimanga un senso di ambiguità su questo legame, in parte dovuta alla complessità del sistema politico cinese, la supremazia del partito sull’esercito e sullo Stato rimane indiscussa.

Simbiosi
Il Pcc rappresenta infatti l’unica fonte di potere legittimo in grado di influenzare gli altri apparati. Il processo di professionalizzazione ha portato tuttavia l’esercito ad acquisire un’autonomia sempre maggiore, trasformandolo in un importante protagonista nel processo decisionale del paese, una sorta di “Partito in uniforme”, come lo definisce lo studioso Perlmutter.

Le trasformazioni dell’assetto istituzionale, l’inserimento del Pla in un quadro normativo definito e la sua crescente professionalizzazione, avevano lo scopo di creare una politicizzazione dell’apparato militare che garantisse l’allineamento dell’esercito al partito. Il Pla, dal 1949, non fu considerato dalla dirigenza del Pcc come un organo separato, bensì come una sua “appendice”. Le Forze armate oltre ad assicurare la protezione dell’integrità territoriale dovevano garantire l’assoluta inviolabilità della supremazia del partito.

Le relazioni civili-militari in Cina si caratterizzarono sin da subito per il loro carattere simbiotico. Un “simbiotismo” dovuto alla natura stessa del sistema comunista, dove il potere politico, come sosteneva Mao Zedong, “nasce dalla canna del fucile”. È all’interno di questa naturale simbiosi che si colloca la logica della professionalizzazione, espressione dei cambiamenti avvenuti all’interno sia dell’apparato partitico, che di quello statale e militare.

Rapporti di forza
La naturale propensione delle Forze armate ad intervenire su temi quali le dispute territoriali, la sicurezza nazionale e l’ammodernamento tecnologico spingerà sempre più le élite militari nel processo decisionale, con particolare riguardo a questioni di politica estera. Un processo, dunque, di mutamento intra-sistemico che porterà il Pla a considerarsi come ultimo garante degli interessi nazionali del paese. Il Pcc sarà dunque costretto a riconsiderare i rapporti di forza all’interno dei quadri dirigenziali a causa del continuo conflitto di interessi e di vedute.

Per tali motivazioni, la linea dettata da Jiang Zemin durante il XVIII Congresso rappresenta una naturale prosecuzione del processo avviato durante la sua presidenza: la necessità di avere un controllo pervasivo dell’apparato militare per limitare gli attacchi provenienti dall’interno del partito. Solo attraverso il controllo del “partito in uniforme” si assicura la fluidità politica. Pertanto ancora oggi quel “simbiotismo” partito-esercito rappresenta l’unica fonte di legittimazione del potere politico.

Xi Jinping attraverso il controllo dei due organi più importanti del sistema istituzione cinese (Pcc e Cmc) garantirà l’inviolabilità della sua legittimazione politica e permetterà alla nuova leadership di dettare le sorti del nuovo scenario politico-economico mondiale. Una militarizzazione che avrà profonde ripercussioni sul futuro profilo internazionale del gigante asiatico.

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