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Intervento militare francese

Hollande al battesimo del fuoco in Mali

16 Gen 2013 - Jean-Pierre Darnis - Jean-Pierre Darnis

L’intervento militare della Francia in Mali rappresenta il primo caso di uso della forza in uno scenario internazionale da parte della presidenza di Francois Hollande. L’iniziativa evidenzia la continuità della politica francese, ma pone anche una serie di problemi. In quanto ex colonia (una volta chiamato Sudan francese), il Mali rientra nella sfera di influenza francese in Africa.

Parigi segue da vicino le vicissitudini di Bamako, come quelle delle varie capitali della zona. Il discutibile connubio fra affari e politica francese in Africa, la così detta “Francafrique”, e stato rigettato dagli due ultimi presidenti francesi. Per Sarkozy si è trattato di un tema di campagna elettorale, smentito poi da una gestione diretta da parte della presidenza della Repubblica delle relazioni con l’Africa e alcuni suoi leader.

Contraddizioni
Hollande rivendica invece una presidenza “normale”, sciogliendo la “cellula diplomatica” dell’Eliseo e trasferendone le competenze per l’Africa al ministero degli esteri e dello sviluppo. Questa linea è testimoniata dalla nomina dell’attivista Pascal Canfin al ministero dello sviluppo e nel tono misurato adottato da Hollande a Dakar, nel corso della sua prima visita nel continente, in cui ha esaltato la trasparenza e la promozione della democrazia. Dopo questa fase di annunci, la presidenza di Hollande si misura in Mali con la sua prima esperienza di gestione di crisi nel continente.

Il Mali raffigura un intreccio di interessi e percezioni per la Francia. Il primo elemento riguarda le problematiche di sicurezza regionale e internazionale. Il connubio fra tuareg e islamisti quaedisti nel Nord del Mali rappresenta una minaccia per l’insieme dei paesi occidentali, creando una potenziale zona franca terroristica nel retroterra del Mediterraneo. Questa analisi è largamente condivisa dagli alleati della Francia, a partire dagli Stati Uniti molto sensibili al tema in seguito all’assassinio dell’ambasciatore Stevens a Benghasi.

La Francia si considera la potenza occidentale dell’area e vuole mantenere l’iniziativa, anche per non apparire seconda a Washington. Il probabile contributo americano alla missione, con la condivisione dell’intelligence e l’uso dei droni di base in Burkina Faso, nonché l’aiuto logistico inglese (trasporto di mezzi e truppe con aeri C 17) conferma il consenso occidentale nei confronti dell’operazione.

La Francia vuole quindi apparire al vertice della gestione internazionale della questione Mali. Alcuni interessi prevalentemente nazionali rafforzano questa decisione. La Francia vuole rimanere credibile in Africa e quindi mostrare la capacità di indirizzare e proteggere regimi amici come quello del presidente maliano Dioncounda Traore. Inoltre nel vicino Niger la società francese Areva sfrutta miniere di uranio, il che rafforza l’importanza strategica della stabilità della zona.

L’accelerazione dei tempi di intervento è un altro indicatore della volontà di leadership francese. Da mesi vari attori stavano lavorando a una soluzione diplomatica per il nord Mali, prendendo anche in considerazioni le rivendicazioni tuareg, i problemi di sottosviluppo e l’insoddisfazione della popolazione verso i barcollanti governi di Bamako. Questo approccio comprensivo mirava a tessere un consenso interno ed esterno per migliorare la situazione del nord Mali, prendendo in considerazione le posizioni degli attori regionali, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) e Algeria in testa.

Per la Francia si trattava di un esercizio contraddittorio. Da un lato lo sforzo diplomatico ben si allineava con la volontà di una politica normale e democratica promossa da Hollande, che fino a poche settimane fa sembrava poco incline ad intervenire da solo, privilegiando invece un’azione collettiva sotto mandato delle Nazione Unite. D’altro canto nel governo francese trapelavano le insofferenze per la lentezza del processo multilaterale rispetto all’accrescersi della minaccia quaedista. Alla fine, di fronte all’attacco sferrato dalle milizie del Nord a Konna, località chiave sulla strada del sud, ha prevalso il riflesso interventista, che richiama un passato lontano (i paracadusti della legione straniera che saltano su Kolwezi nel ‘78) e recente (l’intervento in Libia del 2011).

Sicurezza regionale
Come molti dei suoi predecessori, anche Hollande si scopre così capo militare in Africa. Bisogna ricordare anche l’azione di Nicolas Sarkozy, sia in Libia che in Costa d’Avorio, quando la Francia si è dimostrata pronta ad impugnare le armi per condizionare l’evoluzione del quadro politico e di sicurezza locale. Si tratta quindi di un aspetto di grande continuità nella politica francese, come confermato dal consenso politico registrato intorno all’intervento in Mali.

L’operazione militare è stata decisa inoltre mentre a Parigi si stava preparando una grande manifestazione per criticare il sostegno del governo ai matrimoni omosessuali. La notizia dell’entrata in azioni dei Mirage ha contrastato l’effetto mediatico della mobilizzazione di piazza, ma sarebbe fantasioso pensare che la coincidenza sa sia stata programmata, Adesso, però, si pone la questione del dopo. Le problematiche sociali e politiche che costituivano le sabbie mobili del Mali non spariranno affatto dopo il bombardamento di alcuni bersagli terroristici.

Va ristabilita la governabilità del sud-Mali e va cercata una soluzione politica ai problemi del nord, dando anche voce alle velleità di indipendenza dei Tuareg. Sarebbe pericolosamente ingenuo pensare che si può tornare a un Mali unito come se niente fosse successo. Ed è lì la sfida per la presidenza Hollande: saper impegnare la forza propulsiva derivante dalle armi per una soluzione comprensiva di stabilizzazione della la zona.

Se invece l’intervento rimane un colpo di bacchetta, allora si corre poi il rischio di accrescere il consenso anti-francese, e quindi anti occidentale, di popolazioni che si sentono emarginate, avvicinandosi ai movimenti terroristici. Il Mali richiede dunque una forte dialettica fra i partner occidentali, anche italiani. Va preso atto del gesto militare di Hollande, un atteggiamento nazionale che spesso irrita i partner europei e fa discutere. Superate queste valutazioni di stile, bisogna adesso contribuire con pragmatismo al miglioramento della sicurezza nella zona.

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