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Verso le nuove elezioni

Referendum sul futuro dell’Egitto

29 Dic 2012 - Silvia Colombo - Silvia Colombo

L’Egitto è in preda alla peggiore crisi politica dalla deposizione di Hosni Mubarak di due anni fa. La polarizzazione tra la maggior parte degli islamisti, che sostengono il presidente Morsi e hanno votato a favore della costituzione nel referendum del 15 e 22 dicembre, e l’opposizione delle cosiddette forze civiche, nell’ultimo mese è andata assumendo toni sempre più aspri.

Violenti scontri di piazza tra i sostenitori e gli oppositori del presidente hanno già provocato la morte di una decina di persone, oltre a centinaia di feriti. Come sottolineato in un recente articolo, l’attuale crisi ha origini lontane, è rimasta in incubazione nei passati sei mesi e ora è esplosa in tutta la sua gravità.

Dopo la vittoria del fronte del sì con circa il 64 per cento dei voti, ma la partecipazione soltanto del 30 per cento degli aventi diritto, e nonostante la proclamazione della nuova Costituzione il 25 dicembre, continuano le proteste, i sit-in e gli scioperi dell’opposizione. Ma ci si prepara già al prossimo appuntamento delle elezioni parlamentari.

Un’altra ricorrenza d’importanza simbolica cadrà il 25 gennaio in occasione dei due anni dall’inizio della rivoluzione di Piazza Tahrir. Per quell’occasione il Fronte di El-Baradei sta già organizzando una protesta pacifica contro la Costituzione, segno che una parte del paese non è ancora pronta a voltare pagina.

Le mosse del presidente
Il cessate il fuoco a Gaza annunciato da Morsi il 20 novembre, un giorno dopo l’incontro con l’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton, ha rappresentato un grande trionfo diplomatico per la giovane amministrazione del presidente islamista, contribuendo a riaccreditare l’Egitto quale attore fondamentale per la stabilità regionale. Contemporaneamente, sul fronte interno, la crisi latente si avvicinava a un punto di non ritorno.

Il decreto presidenziale del 22 novembre attribuiva, tra le altre cose, poteri pressoché assoluti a Morsi fino alla promulgazione della nuova costituzione egiziana, prima della ritrattazione dell’8 dicembre scorso di fronte all’escalation delle proteste scoppiate in tutto il paese.

Con la decisione di affrettare l’approvazione della costituzione da parte dell’Assemblea costituente, di fatto, il conflitto legato all’identità dello stato egiziano del dopo-Mubarak e alla distribuzione dei poteri è divenuto uno scontro sui modi di promulgazione, prima ancora che sui contenuti, della nuova costituzione. Una degna conclusione del convulso processo di transizione iniziato nel marzo 2011 con il primo referendum costituzionale voluto dal Consiglio supremo delle forze armate.

Le mosse di Morsi hanno segnato una rottura netta rispetto alla cautela mostrata dallo stesso presidente fin dai primi giorni dalla sua elezione a presidente dell’Egitto. Sono state dettate in larga parte dalla paralisi lamentata dall’amministrazione Morsi di fronte a larghi segmenti del cosiddetto ‘stato profondo’, ancora per lo più fuori dal suo potere.

In privato, i consulenti del presidente si erano lamentati dello scarso controllo esercitato su alcuni ministeri chiave, tra cui quelli dell’Interno e delle Finanze, e su una magistratura considerata al soldo del vecchio regime. In effetti, i continui scioperi dei giudici e una certa irrequietezza da parte del personale diplomatico indicano l’esistenza di una sorta di ‘corporativismo burocratico’ ribelle che, secondo il presidente e i suoi consiglieri, starebbe ostacolando la transizione.

La decisione di non rimandare il referendum sulla costituzione, nonostante le timide aperture nei confronti dell’opposizione di inizio dicembre, ha contribuito a radicalizzare ulteriormente le posizioni del fronte del no in vista del referendum sui 236 articoli della bozza costituzionale. Il fatto che la maggior parte degli egiziani abbia avuto a mala pena la possibilità di leggere il documento prima del primo turno referendario del 15 dicembre, rappresentava una delle motivazioni principali di chi chiedeva di posticipare il voto.

Dall’altra parte della barricata
Il fronte del no è composto da un’alleanza che si potrebbe definire ‘di convenienza’ tra una vasta gamma di partiti e gruppi liberali, di sinistra e islamisti moderati – molti dei quali avevano sostenuto Morsi alle elezioni presidenziali di giugno – oltre alle forze rimaste orfane del regime di Mubarak. Questa alleanza ha dato vita al Fronte di salvezza nazionale, guidato da Mohamed El-Baradei, ex direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).

Nonostante la sua natura eterogenea, il Fronte è riuscito ad articolare due richieste condivise: la revoca del decreto presidenziale del 22 novembre – obiettivo in parte raggiunto – e il rinvio del referendum per consentire un vero e proprio negoziato sul contenuto della costituzione. La creazione di questa Alleanza rappresenta una novità significativa nel panorama politico egiziano, anche se la sua reale forza e capacità di mobilitazione dovranno essere valutate in occasione della prossima campagna per le elezioni parlamentari, la cui data verrà decisa dopo il referendum.

Tra i due contendenti, l’esercito sembra intenzionato a mantenere la propria neutralità politica “nell’interesse del popolo”, secondo alcune dichiarazioni criptiche rilasciate da alcuni suoi esponenti di spicco. Questo atteggiamento contrasta con il protagonismo acuto svolto dai generali fino all’agosto 2012, quando la decisione di Morsi di estromettere i vertici del Consiglio supremo delle forze armate ha segnato una più marcata divisione dei compiti tra militari e civili nella gestione della cosa pubblica.

Anche nelle fasi più acute dello scontro sulla costituzione, l’esercito ha espresso la preferenza per una risoluzione pacifica del conflitto che eviti un suo diretto ingresso in campo. Vi è molta incertezza invece sulla posizione dei militari sulla costituzione, anche se le concessioni di autonomia a loro favore presenti nel testo lasciano immaginare un sostegno, almeno da parte della nuove alte gerarchie.

Timori occidentali
L’ipotesi di un conflitto sempre più radicalizzato è abbastanza concreta. A confrontarsi sono un’opposizione rinvigorita ma incattivita e una leadership finora incapace di ricercare il consenso e avviata su una linea di contrasto quasi paranoico verso le forze civiche. La transizione egiziana sembra così destinata ad una nuova stagione di incertezza e conflittualità, che molti avrebbero voluto evitare.

I partner stranieri del paese, sorpresi dalla velocità e intensità degli sviluppi, hanno espresso forte preoccupazione sull’andamento della situazione e non hanno lesinato pressioni sulla presidenza egiziana per la ricerca del dialogo tra le parti. Allo stesso tempo, tuttavia, Stati Uniti e paesi europei sono stati riluttanti a prendere posizioni, visto l’impatto negativo che potrebbe avere un’interferenza esterna a favore di una parte o dell’altra. Per questo opzioni come il ritardo degli aiuti bilaterali o il pacchetto da 4,8 miliardi negoziato dal paese con il Fondo monetario internazionale non sono sul tavolo, nonostante gli aiuti europei siano espressamente subordinati alla prosecuzione delle riforme e della pacificazione nazionale.

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