IAI
Priorità e ambizioni

L’Unione europea nel 2013

20 Dic 2012 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

L’anno europeo si è chiuso con una modestissima riunione del Consiglio dei capi di stato e di governo. Unico risultato raggiunto è stato un ulteriore piccolo passo verso l’unione bancaria, con il varo del meccanismo di supervisione, ma limitato ai grandi o grandissimi istituti di credito che hanno un bilancio superiore ai 30 miliardi di Euro o al 20% del Pil nazionale. Dalla sorveglianza si sottraggono, dunque, una miriade di banche e casse di risparmio che rimarranno sotto il controllo degli istituti centrali di ciascun paese.

Vista corta
Qui ci si ferma, e come è tradizione in questi vertici poco concludenti, tutto il resto dell’ambiziosa e più che mai necessaria roadmap verso una “genuina” unione economica e monetaria è stato rinviato al Consiglio europeo di giugno 2013. C’è da scommettere che anche quel vertice si concluderà con un ulteriore rinvio, per il semplice fatto che la cancelliera tedesca Angela Merkel sarà alla vigilia della sua (probabile) rielezione a settembre. Ancora una volta è prevalsa la “vista corta”, per riprendere i concetti di Tommaso PadoaSchioppa, in un momento in cui, invece, servirebbe più che mai quella “lunga”.

Il Consiglio europeo di fine anno aveva, in effetti, un compito ben più ambizioso: tracciare il cammino del completamento dell’Unione economica ben al di là del Fiscal Compact sulla disciplina di bilancio, che si limita, come è noto, ad un solo aspetto delle politiche dell’unione,quello della stabilità finanziaria. Le vere sfide sono oggi la crescita e il lavoro, cui si può solo rispondere con una politica fiscale e di investimenti comuni.

Ma al di là degli auspici generici, nulla di concreto è emerso. Eppure al Consiglio europeo era stato indirizzato il rapporto dei quattro presidenti (Van Rompuy, Barroso, Junker e Draghi) dal titolo Towards a genuine economic and monetary union, anticipato da un soprassalto di coraggio da parte dello stesso presidente della Commissione Barroso, che si era finalmente deciso a redigere una argomentata ed ampia comunicazione sullo stesso argomento, fino a prefigurare l’obiettivo dell’Unione politica.

Alibi Gran Bretagna
Il clima politico nell’Unione non è davvero dei migliori. La furiosa battaglia e il conseguente rinvio del bilancio comune 2014-20 ha lasciato il segno nei rapporti fra gli stati membri: l’insidioso meccanismo di composizione del bilancio dell’Unione, basato più sui contributi nazionali che sulle risorse proprie, “obbliga” i governi a ragionare in termini di costi e benefici, tante uscite/tante entrate. Su queste basi, mettere d’accordo le esigenze di 27 stati membri diventa un esercizio politico quasi impossibile.

Proprio su questo fronte si profila poi un altro elemento di precarietà: il futuro della Gran Bretagna nell’Ue. Se sul bilancio continua a gravare la tradizionale ipoteca della “restituzione” a Londra, vera fonte della filosofia costi/benefici, il problema oggi è ben più serio. Ormai si parla apertamente di una possibile uscita (volontaria) di quel paese dall’Ue e la prospettiva di un referendum nazionale al riguardo sembra sempre più concreta.

D’altronde Londra è fuori per propria scelta da quasi tutto: Euro, Schengen, Carta sociale, Fiscal Compact ed è evidente che in questa situazione qualsiasi avanzamento sul terreno di una maggiore integrazione deve ogni volta passare per le forche caudine delle obiezioni e dei veti inglesi. In parte, quindi, si spiegano anche le difficoltà del resto dell’Unione a procedere in modo più spedito. Tuttavia non può essere questo l’alibi per continuare a non porsi apertamente il tema del futuro dell’Ue.

Percorso di montagna
Da questo punto di vista una roadmap per il 2013 va in ogni caso tracciata, magari limitandola ad alcuni grandi temi/eventi ormai sul tappeto.

Il primo riguarda l’avvio del Fiscal Compact il 1° di gennaio. Bisognerebbe riuscire a dimostrare quale vantaggio ci porterà questo ulteriore indurimento della disciplina di bilancio, rispetto ai dettati più permissivi del Trattato di Lisbona. Se cioè esso ci potrà davvero aprire la strada versol’attuazione anche di strumenti operativi comuni per la crescita e gli investimenti, senza i quali sarà difficile contrastare il profondo malessere in alcuni paesi dell’Euro.

Ma più in generale sarà importante valutare se sulla base di un trattato extra comunitario, come si configura il Fiscal Compact, non sia possibile immaginare un futuro nucleo di paesi pronti a procedere come avanguardia verso il traguardo dell’Unione politica, lasciando ai margini altri membri dell’Ue, come la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca, che non lo hanno sottoscritto.

Il secondo tema è quello della difesa europea o, in subordine, della cooperazione strutturata permanente prevista dal Trattato di Lisbona. Diciamo “in subordine” per significare anche l’eventualità di avviare un processo di integrazione nel campo della difesa senza la partecipazione della Gran Bretagna: una specie di Defence Compact al di fuori degli attuali Trattati, per evitare un’altra possibile opposizione di Londra.

È infatti necessario superare il tabù secondo cui una difesa europea non sia credibile senza il contributo inglese. Basti pensare che senza gli inglesi si è fatto l’Euro (malgrado le ironie della City sull’irrilevanza della moneta comune senza di loro) e molte altre utili cose. È meglio rimanere senza difesa europea o, piuttosto, consolidare il progetto lasciando le porte aperte ad una successiva partecipazione britannica? Il tema verrà in ogni caso affrontato nel Consiglio europeo del dicembre 2013 e vi è quindi il tempo per impostarlo apertamente fin da subito.

All’orizzonte si profilano infine le elezioni del Parlamento europeo del 2014. Va affrontato di nuovo il tema del suo ruolo e, più in generale, della democrazia dell’Ue. Anche in questo caso dovranno essere prese decisioni importanti. La prima, che ormai sembra acquisita, è quella di spingere i partiti europei ad indicare all’atto delle elezioni il futuro candidato a ricoprire il ruolo di Presidente della Commissione (per chi vuole approfondire si rimanda al Quaderno IAI).

Ma di fronte a questa “politicizzazione” delle elezioni e della figura del presidente della Commissione, il Parlamento europeo deve “sburocratizzare” la propria immagine eliminando la deleteria prassi di uno scambio di presidenze fra maggioranza ed opposizione a metà legislatura.

Fra le questioni chiave della futura campagna elettorale dovranno però trovare spazio altre proposte: dalle politiche comuni per la crescita, al varo di un bilancio comunitario basato su risorse proprie (carbon tax o Tobintax), dalla nomina di un “Commissario al Tesoro” direttamente responsabile di fronte al Parlamento europeo, alla partecipazione di quest’ultimo nel processo di nomina del Presidente del Consiglio europeo e dell’Alto rappresentate per la politica estera e di difesa. E, in conclusione, l’indicazione di una più stringente roadmap verso l’Unione politica.

Il 2013 sarà un anno cruciale. In cui, tuttavia, la responsabilità degli obiettivi da perseguire non potrà ricadere soltanto sui governi nazionali, bensì, e forse soprattutto, sulle scelte delle principali famiglie politiche dell’Unione.

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