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Romano prodi inviato dell’Onu

Verso l’intervento militare in Mali

14 Nov 2012 - Alessandro Casarotti - Alessandro Casarotti

L’intervento militare in Mali sembra un’opzione sempre più realistica. Il neonato governo di unità nazionale guidato da Modibo Diarra ha infatti avanzato una richiesta ufficiale di aiuto alla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cesao) e alle Nazioni Unite (Onu), cui sono seguite una risoluzione del Consiglio di sicurezza (2071) e i primi riposizionamenti militari nell’area.

Dallo scorso aprile l’Azawad, regione settentrionale del Mali, è in ostaggio di gruppi estremisti salafiti collegati ad Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi). In un primo tempo i Tuareg avevano guidato la ribellione nella loro terra, rivendicata dal periodo post-coloniale. Subito dopo la dichiarazione unilaterale d’indipendenza, le loro aspirazioni sono state soffocate dalle frange fondamentaliste di Ansar Dine (Ad) e del Movimento per l’Unità e la Jihad nell’Africa Occidentale (Mujao). La situazione a livello umanitario non è più sostenibile e non intervenire creerebbe un precedente troppo ingombrante.

Attivismo dell’Onu
L’Onu ha atteso che si formasse un governo di unità nazionale in Mali, come richiesto nella risoluzione 2056. Scelta dovuta alle critiche ricevute dopo gli interventi in Libia e Costa d’Avorio, dove l’Onu sembrava aver seguito un percorso meno lineare. Tutti gli attori occidentali chiedono ancora delle elezioni democratiche per legittimare il nuovo governo, coscienti però dell’insostenibilità di questa pretesa in un paese per due terzi ostaggio di movimenti estremisti.

Per questo gli occidentali hanno risposto attivamente alla richiesta ufficiale di intervento da parte del presidente maliano ad interim, Dioncunda Traoré. L’ex primo ministro italiano Romano Prodi è stato nominato inviato speciale del Segretario generale dell’Onu e sta cercando di muoversi in modo parzialmente diverso dai precedenti interventi internazionali dell’Onu. Quest’ultimo si porrà infatti come coordinatore dei vari attori locali, regionali e partner del Mali, per stabilire un piano di intervento entro inizio dicembre. La prima riunione del gruppo di Supporto e Controllo del Mali tenutasi a Bamako il 19 ottobre ha dato avvio ad un processo che deve trovare un punto d’incontro tra posizioni ancora molto distanti tra loro.

Dilemma africano
La risoluzione 2071 dell’Onu richiede esplicitamente che la leadership del contingente militare internazionale sia africana. L’Onu vuole evitare di essere percepito dalla popolazione locale come un altro “invasore”, il che aiuterebbe solo la strategia di “guerriglia improvvisata” di Al-Qaeda e alleati. Dopo l’esperienza afghana, l’idea di lasciare la leadership della missione al Mali stesso riscuote un certo consenso, anche se non sarebbe priva di problemi: difficilmente infatti le truppe internazionali riuscirebbero ad integrarsi nell’esercito maliano prima di aprile 2013.

Nella stessa data si vorrebbero anche far svolgere le elezioni per legittimare il nuovo governo di unità nazionale, transitorio e ancora collegato alla giunta militare. Gli stati confinanti non vogliono perdere altro tempo, visto il rischio di ricadute sul loro territorio: la Costa d’Avorio è presidente di turno del Cesao; la Nigeria è anch’essa sotto attacco islamista, la Guinea è da sempre favorevole all’intervento, non considerando possibile trattare coi terroristi e Niger e Burkina Faso hanno già predisposto truppe lungo il loro confine.

Diamini-Zuma, presidente di turno dell’Unione africana, continua a sperare nel negoziato. I ribelli Tuareg hanno già lasciato cadere ogni richiesta sull’Azawad e chiesto più volte di instaurare trattative, però il governo maliano si è sempre rifiutato, sostenendo che gli estremisti salafiti siano oramai infiltrati tra la popolazione locale.

L’Unione europea, che aveva già avviato una missione civile a giugno, ha stanziato 200 uomini per addestrare l’esercito. In generale, nessun attore occidentale avrà un ruolo di prima linea: la Francia ha promosso la risoluzione all’Onu e con la Gran Bretagna darà supporto logistico, la Germania potrebbe inviare dei droni.

Rimane da capire la portata del coinvolgimento statunitense. La considerazione verso la crisi in Mali è cambiata d’improvviso dopo i tragici eventi di Bengasi: ora sia Panetta, Segretario alla Difesa, sia Clinton, Segretario di Stato, vedono nell’Azawad la nuova base di Al-Qaeda, però escludono un coinvolgimento diretto statunitense. Bisognerà vedere se Panetta e Clinton verranno confermati nella nuova amministrazione Usa o se questi potranno cambiare linea. Insieme alla Francia, hanno già cominciato il riposizionamento delle truppe nella regione, soprattutto in Mauritania. Insieme all’Algeria hanno avviato operazioni di intelligence, primo alleato e ricettore di fondi nella lotta guerra al terrorismo.

Ruolo chiave dell’Algeria
L’Algeria, come la Mauritania, non è nel Cesao e, dopo la caduta del regime di Gheddafi in Libia, rimane l’attore regionale più rilevante, sia per l’importanza strategica nella lotta al terrorismo, sia per la posizione geografica tra Libia e Mali. L’Algeria è dunque il cardine della soluzione alla crisi in Sahel: negli ultimi giorni i ministri degli esteri statunitensi e francesi sono stati in visita dal presidente algerino Bouteflika per ottenere la sua collaborazione in caso di intervento. Per ora, la strategia politica algerina rimane ambigua: se intervenisse, Algeri correrebbe il rischio di diventare il nuovo bersaglio degli estremisti islamici, finendo nella spirale insurrezionalista araba; d’altro canto, il governo ogni giorno promuove attività d’intelligence mirate ai confini con il Mali.

Al Qaeda e i suoi affiliati stanno cominciando a avvertire la pressione. Sono state rilasciate numerose dichiarazioni di minaccia d’attentati contro le truppe di “invasione” del Mali. Per ricompattare i diversi gruppi sotto l’egemonia di Aqmi, c’è stato un cambiamento ai vertici dell’organizzazione: Mokhtar Ben Mokhtar, il fondatore, è stato destituito ed è entrato nelle file di Mujao, al suo posto c’è El Hamman, già emiro di Timbouctu. Stupisce che Mujao, gruppo di origine mauritana, abbia perfino scalzato i fondamentalisti maliani di Ad in certe zone dell’Azawad.

L’internazionalizzazione della causa jihadista, sta portando in Mali anche altri militanti di origine straniera, soprattutto sudanesi e sahraui, come avvenuto per i mujaheddin afghani. Mentre Ad avrebbe inviato emissari ad Algeri e Ouagadougou per negoziare una possibile soluzione pacifica.

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