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Guerra civile

Siria e Libano sul piano inclinato

7 Nov 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

Ogni qualvolta ci si accinga a parlare di accadimenti in Medioriente, quella parte del mondo in cui niente è come sembra, ci si rende conto dell’estrema complessità del tema. Siria e Libano, ad esempio, sono paesi dove la realtà statuale è emersa abbastanza di recente – risale a una novantina d’anni fa – i cui confini politici sono stati disegnati a tavolino dalla Società delle Nazioni, o comunque dall’Occidente, con stecca, squadra e tratti di inchiostro a china.

Così come in tutta la regione, dall’Arabia Saudita al Kuwait, dall’Oman alla Giordania. Ora si dice che il conflitto in Siria stia contagiando il Libano. Ma stiamo davvero assistendo a qualcosa di nuovo? Chi può avere interesse a farlo? Solo la storia può venire in soccorso.

Un popolo in due Stati
La distinzione tra Siria e Libano una volta non c’era. L’hanno creata gli occidentali negli anni venti, nell’ansia di spartirsi la torta dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Alla fine della prima guerra mondiale, dopo Versailles, la Società delle Nazioni (SdN) affidò la Grande Siria – bilad al-Sham – che comprendeva le cinque province che ora costituiscono il Libano, al mandato francese.

La conferenza di Sanremo nel 1920 ne definì limiti e compiti ed il tutto venne poi sancito, sempre dalla SdN, nel luglio del 1922. Ma già prima, nel settembre 1920 la Francia, con uno di quei suoi colpi a sorpresa che tendono a creare situazioni di fatto, all’interno del proprio mandato e senza sentire nessuno aveva autonomamente stabilito lo Stato del Grande Libano, area prima inclusa nell’indifferenziata – e geopoliticamente indifferenziabile – amalgama dei territori di al-Sham.

Controllare attraverso il nuovo Libano i mercati a est del Mediterraneo, anche in antagonismo all’Italia che aveva messo il cappello sulle isole dell’Egeo, le era sembrata cosa buona e giusta. Tutto ciò che nell’area è accaduto dopo, altro non è che una sorta di nemesi storica o, meglio, una naturale ed ineluttabile tendenza a ritornare alle condizioni iniziali.

L’asse del pendolo tra Siria e Libano cerca invano la quiete, ma da novant’anni è condannato a continuare le oscillazioni. Questo accade perché sono state artificialmente separate due entità omogenee per cultura, tradizioni, orografia, risorse e cocktail di religioni, queste ultime distribuite a macchia di leopardo. Non deve quindi meravigliare se, ancora oggi, i due paesi continuano a interagire. Nel bene e nel male.

Confini incerti e contestati
La situazione è stata magistralmente esemplificata da Bernardo Valli, su La Repubblica, quando ha spiegato che il confine segue un tracciato differente sulle carte geografiche di ciascuno dei due paesi. Mentre gran parte dei libanesi preferirebbero delimitarlo con precisione, ai siriani va bene così: una frontiera vaga, superabile, quasi a significare l’antica origine comune di quelle popolazioni. Situazione che, tra l’altro, ha reso inefficace il paragrafo della risoluzione 1701/2006 che prevede il controllo stretto del traffico di armi da parte dell’esercito libanese.

È, in particolare, una sorta di “diritto di ingerenza” siriano, visto che per circa trent’anni – fino ai noti eventi dell’aprile 2005 – 14 mila dei suoi 340 mila soldati son rimasti stanziali in Libano. D’altro canto nel paese – anch’esso plurietnico e pluriconfessionale – sono presenti tutte le comunità sociali e religiose che in questo momento si stanno confrontando in Siria.

Solo che la situazione, oggi, si sta capovolgendo: sono le province nord-libanesi, a maggioranza sunnita, che offrono alimento, supporto e profondità territoriale alle milizie anti-Assad, mentre una parte dei libanesi del centro e del sud, prevalentemente sciiti e cristiani (ortodossi e maroniti) parteggiano per il rais siriano. Il quale, incalzato dalla guerriglia, si difende come può, tanto da essere accusato di aver reintrodotto in Libano la tecnica delle autobombe.

Ingerenza e autobombe
Cosa verosimile, anche se al momento non dimostrata, visto che una delle vittime – nel 2005 era già toccato al premier sunnita Rafik Hariri – il 19 ottobre scorso è stato ancora una volta un sunnita, il capo dell’intelligence libanese Wissam al-Hassan, considerato uomo favorevole all’insurrezione contro Assad e proprietario delle prove dell’ingerenza siriana nell’omicidio Hariri.

Che però, quale ulteriore complicazione in cose già complicate, agiva nell’ambito di un governo a maggioranza sciita caratterizzato dalla presenza di Hezbollah, e quindi orientato a favore della Siria. Assieme a una parte dei cristiani del nord, quella guidata dal ex-presidente generale Aoun. Tutto ciò porterebbe a concludere che l’attentato sia stato originato dalla componente sciita, presi gli ordini dai siriani.

Ma è troppo facile: altri commentatori, probabilmente a ragione, sono convinti che Hezbollah non abbia alcun interesse a destabilizzare il Libano, e stia ormai prendendo le distanze da un Bashar al-Assad sul viale del tramonto.

La “pax siriana” intervenuta con l’occupazione del Libano al tempo della lunga guerra civile (1975-1990) – che si dice legittimata dagli Stati Uniti a seguito della partecipazione della Siria alla guerra del Golfo contro Saddam – non è in alcun modo ripetibile, ma l’ingerenza, come si è visto, continua con le autobombe. Ventisei sono quelle esplose a partire dall’inizio del 2005, tutte contro personalità politiche, militari ed intellettuali libanesi, che con il loro impegno avevano in vario grado lavorato contro gli interessi del regime siriano in Libano.

Una tracimazione naturale, ma…
Non vi è dubbio che la tracimazione in Libano della situazione in Siria porti ad un’accentuarsi dell’instabilità anche nel paese dei Cedri. Cosa vuole la Siria in Libano? Questa è la domanda che corre attraverso tutta la storia tra Beirut e Damasco, a cominciare dalla fine dell’Impero Ottomano.

Il fatto è che lo smembramento della Grande Siria, voluto da inglesi e francesi, a parte gli entusiasmi dei giovani del movimento “14 marzo”, non si è mai davvero compiuto nell’anima della totalità del popolo. Paradossalmente, sono proprio problemi creati dalle divisioni plurietniche e religiose di popolazioni identiche – divisioni che superano linee di confine mai accettate in modo convinto – che lo hanno impedito, e, favorendo la contaminazione, continueranno ad impedirlo.

Il rischio oggi non è questo. È invece che agli Ottomani possano succedere le forze radicali senza frontiere dell’estremismo sunnita, insipientemente corteggiate ed alimentate dall’Occidente e dai suoi attuali, ma innaturali, compagni di viaggio.

Ciò nonostante, è improbabile che il conflitto si allarghi: possono averne qualche interesse sia al-Assad che le monarchie del Golfo, ma non certo i libanesi, compresi quelli del Partito di Dio. E nemmeno sciiti e cristiani, i quali assieme ora hanno la maggioranza e la forza, ma alla distanza potrebbero perdere tutto in favore dei sunniti. Infatti è stato proprio l’Esercito, con l’acquiescenza di Hezbollah, a porre fine ai disordini scoppiati dopo l’assassinio di al-Hassan. E, questa volta, lo ha fatto con inusitata fermezza.

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