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Salafiti e Fratelli musulmani

Ondata islamista sull’Egitto

3 Nov 2012 - Silvia Colombo - Silvia Colombo

Il bilancio dei primi cento giorni dell’Egitto sotto la presidenza di Mohammad Morsi presenta più ombre che luci. Certamente la situazione socio-economica lasciata in eredità dal precedente regime e il tasso di conflittualità sociale avrebbero reso il compito di governare difficile per qualsiasi forza politica. Per la maggior parte degli egiziani, che pur in base ai risultati delle elezioni parlamentari di inizio 2012 avevano voluto dare fiducia ai partiti islamisti, tuttavia, ciò non rappresenta una valida giustificazione di fronte all’incapacità di porre rimedio al deteriorarsi della situazione economica, all’estensione della povertà al 25% della popolazione e alla mancanza dei servizi essenziali.

Braccio di ferro
Ciò sembrerebbe contraddire le valutazioni del governo che ha recentemente parlato di un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione del Cairo grazie agli sforzi compiuti per ripulire le strade dai cumuli di spazzatura, risolvere l’annoso problema del traffico, garantire la sicurezza e aumentare la qualità dei beni di prima necessità consumati dalle famiglie egiziane.

Pronunciato in occasione della commemorazione della guerra del 1973 il 6 ottobre scorso, il discorso del presidente della Repubblica è suonato come il goffo tentativo di difendere il proprio operato e quello del governo di fronte al montare delle critiche, all’intensificarsi degli scioperi e delle proteste e, in generale, al venire meno delle speranze di cambiamento suscitate dalla caduta del regime di Hosni Mubarak.

All’ombra di una situazione socio-economica drammatica, i partiti islamisti – in particolare il Libertà e giustizia della Fratellanza musulmana e il Partito Al-Nour dei salafiti – appaiono oggi impegnati ad occupare posizioni di potere e a condurre la propria battaglia per definire l’identità del nuovo stato egiziano in maniera coerente con i principi religiosi.

La partecipazione alla vita politica di quelli che fino a meno di due anni fa erano semplicemente movimenti, illegali ma tollerati, dediti al proselitismo e alla fornitura di servizi essenziali ai propri adepti, sta anche mettendo in luce crescenti divisioni e contrasti all’interno dei partiti islamisti. Tali divisioni rischiano oggi di frammentare il consenso ottenuto da questi partiti indebolendoli.

Allo stesso tempo, tuttavia, le altre formazioni politiche continuano ad essere inconsistenti, scarsamente organizzate e soprattutto incapaci di offrire un’alternativa concreta che vada oltre slogan e proclami.

Rischio seconda ondata
La principale linea di divisione all’interno della società egiziana, che si riflette anche sul sistema politico, è rappresentata dallo scontro tra islamisti, più o meno moderati e pragmatici o radicali, da una parte, e i cosiddetti gruppi civili, dall’altra. Questi ultimi comprendono una galassia di movimenti e partiti, più o meno strutturati, liberali, di sinistra, nonché ciò che rimane delle organizzazioni giovanili che hanno animato la stagione delle rivolte di piazza Tahrir.

I secondi accusano i primi, che detenevano più del 70% dei seggi nel Parlamento disciolto a metà giugno, di aver preso in ostaggio la ‘rivoluzione’ e del tentativo di dirottarla verso la costruzione di uno Stato autoritario su basi religiose. Il processo di graduale Ikhwanizzazione (da Ikhwan, il nome in arabo della Fratellanza) a livello della società e delle istituzioni dello Stato appare, a detta dei gruppi non islamisti, ormai inarrestabile.

La stesura della nuova costituzione rappresenta il terreno per eccellenza di questo scontro. Anche se da quanto trapela delle successive bozze non ancora discusse e approvate dall’Assemblea generale della costituente a metà ottobre, il compromesso raggiunto avrebbe dato vita a un testo confuso, che presenta numerose contraddizioni e soprattutto che poco si discosta dalla precedente costituzione del 1971, emendata nel 1980.

In questo senso i salafiti hanno espresso la propria insoddisfazione nei confronti del ‘tradimento’ del partito Libertà e giustizia e alcuni gruppi estremisti hanno dichiarato lecito il ricorso alla violenza pur di ottenere una costituzione che rispetti la Shari’a senza possibilità di scappatoie.

Intanto continuano e si moltiplicano le proteste e gli scioperi e c’è chi sostiene che il paese si stia avvicinando a una nuova stagione di rivolte. Se la distanza tra il partito della Fratellanza musulmana e i salafiti è in aumento, con il rischio di una crescente radicalizzazione di questi ultimi, la distanza tra gli islamisti e i gruppi civili è anch’essa cresciuta con il continuo moltiplicarsi delle manifestazioni di malcontento.

In particolare, quello che non è piaciuto ai rappresentanti della sinistra e ai liberali sono state le dure parole di condanna e d’insulto che alcuni islamisti hanno rivolto alle persone che manifestavano o scioperavano. Gli islamisti stanno mostrando di non essere in grado di dialogare e di negoziare con l’opposizione. Il voler governare senza accettare l’aiuto o il consiglio di altre forze politiche li espone ad accuse di arroganza e a paragoni con la precedente classe dirigente autoritaria.

Lacerazioni
Allo stesso tempo la situazione all’intero dei partiti del campo islamista non si presenta tranquilla. Non soltanto i primi mesi di governo hanno mostrato la totale mancanza di esperienza e di visione, necessarie per risolvere i drammatici problemi socio-economici che affliggono il paese, delle “nuove elite con la barba”, ma sono anche sorti profondi contrasti e spaccature interne alla leadership islamista.

Il partito Libertà e giustizia si è trovato a dover fare i conti con la politicizzazione dello scontro generazionale che già da alcuni anni lacerava la Fratellanza musulmana e con accuse di assenza di democrazia nella gestione del partito rivolte dai più giovani ai più anziani.

Il Partito Al-Nour si sta spaccando in modo sempre più evidente in due correnti, attorno alle questioni dell’organizzazione interna e dei rapporti con l’organizzazione madre, quella dei salafiti. L’idea che il passaggio da movimento religioso a partito potesse essere una semplice procedura amministrativa che richiedeva poco più che buona volontà è risultata un’utopia. Molti leader salafiti stanno imparando a proprie spese che la sopravvivenza in politica non spetta ai più pii ma ai più adatti.

Alla lotta politica dei prossimi mesi sopravvivranno soltanto quei partiti che riusciranno a intercettare il forte malcontento popolare senza farsi travolgere. I gravi problemi socio-economici dell’Egitto richiedono risposte coraggiose e nuove politiche, cosa che finora gli islamisti al potere non sono stati in grado di offrire. La loro agenda economica non si è discostata dalle politiche neo-liberiste, la cui attuazione sotto Mubarak aveva prodotto povertà, disoccupazione, disuguaglianza e corruzione. Una voce fuori dal coro è sorta con il nuovo partito del Popolo d’impostazione salafita, che unisce al conservatorismo religioso un’ideologia economica di stampo socialista.

Le proposte avanzate sulla via della costruzione di questo nuovo soggetto politico parlano di welfare redistributivo, di diritto allo sciopero, di redistribuzione della terra ai contadini e di giustizia sociale. Tutto ciò potrebbe facilmente essere bollato come populismo economico, ma soltanto le prossime elezioni potranno dire qualcosa circa il successo del nuovo partito salafita.

Nel frattempo, quel che è certo è che l’essere più o meno conservatore dal punto di vista ideologico non sarà più l’unico metro di valutazione della scena islamista egiziana. Anche la filosofia e le ricette economiche rischiano di divenire sempre più terreno di confronto e di scontro politico.

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