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Difesa comune

Le priorità di Obama e la sicurezza dell’Ue

23 Nov 2012 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

Non si è ancora posata la polvere sulla battaglia per la riconquista della Casa Bianca che, in tema di sicurezza e difesa, Obama si trova già a dover affrontare una situazione che più complessa non si potrebbe immaginare.

Ci sono problemi contingenti, serissimi, ma in ogni caso affrontabili, primo fra tutti la sostituzione di David Petreus al vertice della Cia e il difficile, ma non impossibile, negoziato con un Congresso politicamente non amico (almeno per quanto attiene alla Camera dei Rappresentanti), per evitare che il bilancio federale subisca deleteri tagli lineari. Provvedimento che anche in Italia è stato sperimentato con ferite che non si sono rimarginate.

Rifocalizzazione
Ma ci sono anche problemi di carattere più strutturale, per affrontare i quali bisogna compiere scelte strategiche ed è necessaria una visione di lungo termine,di cui le leadership occidentali sembrano avere perso la capacità: sul fronte interno, un indispensabile chiarimento su ruoli e rapporti reciproci fra le diverse agenzie che a vario titolo si occupano di sicurezza (Cia ed Fbi in primis, ma non solo) e una gestione più incisiva dei rapporti tra le tre (quattro con i Marines) forze armate. La cui endemica competizione intestina verrà sicuramente acuita dai prossimi invitabili tagli e dalla rifocalizzazione della strategia globale.

Ma è sul fronte esterno che è bene che si tengano gli occhi bene aperti. Perché è ormai chiaro che, anche se gli Usa hanno e manterranno nel futuro una capacità di azione militare su tutto il globo, le risorse disponibili, la capacità di reazione dei potenziali avversari, la ormai scontata asimmetricità di qualsiasi situazione conflittuale non consentiranno a Washington di mantenere il dichiarato livello di ambizione. Sarà dunque fatale l’orientamento verso un minore numero di teatri operativi, con un impegno ridotto di risorse, soprattutto quelle terrestri.

Da qui la necessità di scegliere e rifocalizzare l’attenzione, sfruttando anche l’evoluzione di talune situazioni di mercato, prima fra tutte la ormai prossima autosufficienza energetica. La quale ridurrà inevitabilmente l’interesse verso aree come il Medio Oriente ed il Golfo Persico, una volta considerate prioritarie, a favore di quel Pacifico che presenta, per gli interessi americani, le sfide più insidiose. Paradossalmente, solo l’esistenza di Israele e l’imperativo categorico per gli Usa di salvaguardarne sicurezza ed integrità, hanno imposto e presumibilmente imporranno nel prossimo futuro a Washington di non abbandonare il Mediterraneo e l’Europa al proprio destino.

Responsabilità europee
Ma per gli europei il problema in ogni caso si pone: non possiamo più cullarci nell’illusione che, nelle crisi in atto e in quelle che si genereranno sulla nostra soglia di casa, gli Stati Uniti siano pronti a intervenire con la loro potenza militare, e neppure che siano disponibili a supportarci ‘from behind’, come fecero per l’operazione UnifiedProtector in Libia. Ne consegue che dovremo cavarcela da soli, se vorremo cercare di proiettare un po’ della necessaria stabilità nelle aree a noi prossime. Da qui l’esigenza di affrontare il tema della capacità militare comune (non chiamiamola ‘difesa’, per non causare sobbalzi fra coloro che persistono ad illudersi che il concetto di sovranità nazionale abbia ancora, per qualsiasi paese europeo, un contenuto concreto).

Sarebbe dunque necessario coordinare dismissioni e acquisizioni, collaborare senza remore nei progetti di maggiori dimensioni, che nessuno è in grado di portare avanti da solo, addestrare insieme reparti e unità, domani più ancora che oggi.

Nel momento attuale, infatti, grazie soprattutto alla missione Isaf in Afghanistan, i militari europei hanno imparato a conoscersi, ad operare insieme, a combattere fianco a fianco. Ma domani, quando il ritiro dall’Afghanistan sarà compiuto, le lezioni apprese verranno presto dimenticate, il personale sarà soggetto alle naturali rotazioni ed avvicendamenti. Nel giro di tre anni quella che oggi è una comunità di operatori coesa non esisterà più e ricreare l’amalgama necessaria a condurre con efficacia una missione militare internazionale costerà un’enorme fatica. Almeno se non si riusciranno a rivedere i criteri e le modalità di addestramento, che dovranno necessariamente essere prevalentemente internazionali (e quindi costose).

Tutto ciò non dipende dalla vittoria di Obama. Anzi, se la Casa Bianca fosse stata conquistata dai Repubblicani, storicamente di tendenze isolazioniste, il problema si sarebbe posto in termini ancora più stringenti.

La consapevolezza che i tempi sono maturi e che il punto di non ritorno è già stato superato sembra farsi strada fra i nostri reggitori. Se le decisioni che dovranno essere prese indurranno qualcuno degli stati membri dell’Ue ad un passo indietro (il Regno Unito, ad oggi, sta considerando concretamente l’ipotesi di uscire dall’Agenzia europea della difesa) occorrerà farsene una ragione e salutare con favore una chiarezza che finora è mancata.

Il processo di armonizzazione finora impostato secondo modalità ‘bottom up’, ha ormai esaurito le sue potenzialità. Non si potranno conseguire in futuro ulteriori significativi progressi, anche per le inevitabili resistenze delle burocrazie, se non ci sarà una pressione determinante dall’alto. Per questo è giusto riporre aspettative nella sessione incentrata sui temi della sicurezza comune che prossimamente terrà il Consiglio europeo: sarà una buona occasione. Auguriamoci che venga adeguatamente sfruttata.

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