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Secondo mandato Obama

La rivoluzione energetica che allontana Usa e Ue

22 Nov 2012 - Alberto Clò - Alberto Clò

Per capire cosa potrà significare la rielezione di Obama in tema di energia – da sempre priorità e ossessione degli inquilini della Casa Bianca – è utile rileggere quanto accaduto nel suo primo mandato. Da poco eletto, propone al Congresso un “New Energy Plan” teso a garantire all’America un’impossibile “indipendenza energetica” e a combattere i cambiamenti climatici, tema centrale della sua campagna elettorale, per evitare il rischio, ebbe a dire, di un’“irreversibile catastrofe” per le generazioni future.

Periodo straordinario
Da qui, la scelta di puntare sulla green economy con la promessa di creare cinque milioni di nuovi posti di lavoro. Le cose non sono andate così: per i morsi della recessione e per l’opposizione del Senato ad ogni proposta (come l’introduzione di un sistema di cap&trade per ridurre le emissioni di CO2) che impegnasse gli Stati Uniti sul piano internazionale e che gravasse sull’economia americana. “Green economy, brown economy” era lo slogan degli oppositori.

La speranza che la crisi costituisse una straordinaria opportunità per riconvertire l’economia in tale direzione – ciò di cui l’Europa continua a dirsi convinta – si è dimostrata illusoria, nonostante i 67 miliardi dollari di aiuti erogati con l’American Recovery ad Reinvestment Act ai clean energy investments e il balzo delle produzioni elettriche da eolico e solare. Anche a fronte di un bilancio non molto esaltante, il primo mandato di Obama sarà, comunque, rammentato come un periodo straordinario nella storia energetica americana.

Non tanto per le virtuose politiche pubbliche ma per la vitalità di un capitalismo che in pochi anni, sulla spinta degli alti prezzi del petrolio, ha avviato una grande rivoluzione tecnologica nell’estrazione del gas e del petrolio non convenzionale utilizzando le tecniche della fratturazione idraulica (fracking) e della perforazione orizzontale con l’iniezione di fluidi ad alta pressione. I risultati sono stati straordinari. Dopo anni di declino, le riserve di metano sono aumentate del 70% sul livello di un decennio fa, mentre quelle di petrolio hanno ripreso a crescere.

Difficoltà europee
Nel 2011, per la prima volta dal 1949, gli Stati Uniti sono divenuti esportatori netti di prodotti raffinati, mentre la dipendenza dalle importazioni di petrolio greggio ha conosciuto un’inattesa inversione, scendendo in cinque anni dal 60% al 42%, grazie all’aumento della produzione (20% dal 2008) e al declino dei consumi dopo il ‘picco’ toccato nel 2007.

L’aumento della produzione di shale gas, salita al 40% della complessiva offerta, ha reso il paese sostanzialmente indipendente, creando oltre un milione di posti di lavoro e generando un surplus d’offerta che ha fatto crollare i prezzi interni del metano a livelli 3-4 volte inferiori a quelli del 2008 e a quelli oggi praticati in Europa.

Il chiudersi del mercato americano, combinato al crollo dei consumi europei, a causa di recessione e crescita delle rinnovabili, ha generato un eccesso di offerta di metano anche sul mercato europeo, mettendo in crisi il ruolo dominante dei suoi grandi fornitori, ad iniziare dalla Russia. Uno tsunami che ha drasticamente modificato stato e prospettive del mercato mondiale del metano. Ne hanno tratto vantaggio competitivo le industrie statunitensi a scapito di quelle europee.

Dei miglioramenti dei conti energetici del paese, Barack Obama non poteva non farsi vanto nel pur fiacco dibattito elettorale in materia, mentre nel suo secondo mandato non potrà disattendere le ulteriori potenzialità della shale devolution, anche se si troverà a fronteggiate maggiori opposizioni ambientaliste, specie dopo la prossima uscita del film di Matt Damon sui pericoli delle sue tecniche di estrazione.

Ritorno al futuro
Guardando al futuro vi è un ampio consenso sulla possibilità che non solo gli Stati Uniti ma l’intero Emisfero occidentale possa divenire quasi indipendente dalle importazione di petrolio dall’Emisfero orientale, tornando alla situazione degli anni Quaranta del secolo scorso. La produzione americana di greggio è prevista aumentare entro il 2020 da 9,0 sino a quasi 16,0 milioni barili/giorno e quella di gas metano da 575 sino a 709 miliardi metri cubi nel 2030. Citigroup ne stima il complessivo impatto incrementale sulla ricchezza americana nell’ordine di 2-3 punti percentuali, con un drastico taglio dell’energy bill con l’estero, che conta per oltre la metà delle complessive importazioni; un ulteriore rafforzamento del dollaro; forte crescita dell’industria e dell’occupazione.

All’impatto macroeconomico si accompagnerebbe quello geopolitico. Medio Oriente e Africa diverrebbero sempre meno determinanti per gli Stati Uniti, così motivando un loro ulteriore disimpegno da quelle aree, mentre la maggior autosufficienza li renderebbe meno garanti di quell’ordine petrolifero internazionale su cui dal dopoguerra ha fatto perno l’equilibrio del mercato internazionale. L’Europa, a quel punto, dovrebbe provvedervi da sé, in una prospettiva, opposta a quella americana, di dipendenza sempre più massiccia da quelle aree col rischio di collisione col crescente ruolo che la Cina va assumendovi.

Le dinamiche dischiuse dalla shale devolution consentiranno per altro ad Obama maggiori gradi di libertà per intraprendere, si legge nel suo sito, “un’azione senza precedenti per porre le basi di un’economia dell’energia pulita, affrontare il tema dei cambiamenti climatici e proteggere il nostro ambiente”. Quanto più il mercato del gas e del petrolio miglioreranno la situazione energetica del paese, tanto più Obama potrà sostenere lo sviluppo delle clean Energy, mentre carbone e nucleare manterranno (con non poche difficoltà) i loro livelli produttivi.

Una strategia che il rieletto presidente ha denominato “All of the Above”: ovvero puntare sullo sviluppo di tutte le risorse energetiche americane. Il suo secondo mandato potrebbe così consolidare scenari molto diversi da quelli del passato: con un’America energeticamente più indipendente, economicamente meno vulnerabile, politicamente più isolazionista e un’Europa in condizioni esattamente opposte e molto più perigliose.

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