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Verso il voto all'Onu

Israele e Hamas dopo Gaza

25 Nov 2012 - Lapo Pistelli - Lapo Pistelli

A pochi giorni dalla firma della tregua su Gaza, il bilancio politico pare abbastanza netto: è stato ribaltato il rapporto di forza fra le fazioni palestinesi a vantaggio di Hamas e, all’interno di questo, ha trovato un rinnovato protagonismo Khaled Meshal, leader dell’ufficio politico dell’organizzazione, ospitato a Doha dopo l’abbandono di Damasco; inoltre, è stato archiviato “sine die” quel processo di pace, da tempo in stallo, che era convenzionalmente ancorato al principio “due popoli, due Stati”.

Senza riaprire la discussione sulla catena delle responsabilità dell’escalation militare e sull’uso che il governo israeliano di Benjamin Netanyahu pratica del principio di legittima difesa, è indispensabile chiedersi quale sia stata l’analisi preventiva delle conseguenze compiuta da Gerusalemme e se il risultato ottenuto corrisponda alle ambizioni.

Consesso sunnita
Fino a venti giorni fa, non esisteva alcuna trattativa di pace, ufficiale o riservata, fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese (Anp). Anche la riconciliazione tra Fatah e Hamas era bloccata, mediata dall’Egitto, firmata a denti stretti e carica di promesse di finanziamento dal Qatar in caso di attuazione. Dentro Hamas, era altissimo lo scontro fra l’ex primo ministro dell’Anp (2006-2007) Ismail Haniyeh, a Gaza e Khaled Meshal, a Doha.

In sintesi, sia Israele che le fazioni palestinesi erano rimaste spiazzate dal terremoto degli equilibri prodotto dalla primavera araba: il primo si era chiuso in sé stesso, non aveva mai scommesso su questo cambiamento, rivendicando di essere l’unica democrazia regionale e rimproverando semmai l’Occidente di non capire la vera e minacciosa natura della Fratellanza musulmana al potere; i secondi avevano sperato che la questione palestinese tornasse al centro dell’agenda ed erano rimasti delusi dal ripiegamento dei nuovi governi sulle proprie complicate transizioni.

In una settimana di combattimenti, Hamas è riuscita a incassare l’intelligente protezione dell’Egitto, le visite nella Striscia dei ministri tunisino e turco e dell’emiro del Qatar, cancellando così la tradizionale condizione di isolamento politico e rientrando da protagonista nel consesso sunnita, senza nemmeno perdere le proprie relazioni con gli sciiti di Teheran e di Beirut.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva eliminato, all’inizio della crisi di Gaza, il capo dell’ala militare di Hamas, Al Jabaari – lo stesso con il quale aveva negoziato però lo scambio fra il caporale Shalit e 1200 detenuti palestinesi – ha firmato un accordo con un’organizzazione da sempre additata come minaccia terrorista.

Battaglia all’Onu
Nelle prime interviste del dopo tregua, Meshal non è certo stato reticente: per avviare un negoziato di pace, Israele dovrebbe ritirarsi interamente nei confini del 1967, smantellare gli insediamenti, demilitarizzare la Cisgiordania, rilasciare tutti i prigionieri, sconfessare l’annessione di Gerusalemme e permettere a “milioni di rifugiati” di tornare a casa.

Si tratta di condizioni nemmeno lontanamente ricevibili, che rendono verosimile l’analisi di Elliott Abrams, già vice consigliere per la sicurezza nazionale di George W.Bush: “si potrà tornare a negoziare solo per discutere, dopo le elezioni israeliane, alcuni dettagli che rendano più vivibile la situazione in Cisgiordania e più duratura la tregua”. La pace e lo Stato palestinese sembrano dunque sfumare nel libro dei sogni impossibili.

Una spinta ulteriore, se non definitiva, alla marginalizzazione di Fatah e del presidente dell’Anp Abu Mazen potrebbe arrivare fra pochi giorni dal Palazzo di Vetro a New York. Nel 2010, Barack Obama e il Quartetto promisero ad Abu Mazen che da lì a un anno la Palestina sarebbe stata riconosciuta nell’Assemblea generale come membro non statuale, visti i buoni risultati di “statualità in prova” del governo di Abu Fayyad. L’anno scorso, dopo una lunga estate di intifadah diplomatica palestinese, l’istruttoria del Consiglio di sicurezza fece prendere atto dell’impraticabilità politica di quella promessa ma ad Abu Mazen fu suggerito di accontentarsi dello status di paese osservatore.

E proprio in queste settimane, mentre si combatteva e si negoziava con Hamas, l’Anp veniva consigliata di rinviare ancora per non compromettere l’atmosfera di un possibile negoziato. Così, a New York, questa richiesta potrebbe essere magari votata da una larga maggioranza di paesi che non comprende né gli Stati Uniti né i membri dell’Unione europea, i primi contrari, i secondi alla ricerca di una faticosa unità, raggiunta magari sull’astensione.

Conviene a Israele il fallimento politico sul campo dei moderati palestinesi? Il riconoscimento simbolico da parte di un numero significativo di paesi, non però politicamente significativi, e l’imbarazzo euro-americano? Molto probabilmente no.

Latitanza dell’Ue
A questo punto, inoltre, sarebbe lecito chiedersi se la comunità internazionale, ma soprattutto Ue e Stati Uniti, credano ancora sinceramente nella praticabilità del processo ventennale iniziato a Oslo o se – dismessa l’armatura retorica e “politicamente corretta” che l’accompagna – essi stiano in realtà volgendo lo sguardo verso altre crisi, altre minacce alla stabilità. Rimettendo invece al mero rapporto di forza fra le parti il compito di trovare una convivenza de facto.

Per gli Stati Uniti, questo lento disimpegno dal Medioriente sarebbe coerente con una strategia oramai avviata, che individua nel Pacifico il futuro prossimo venturo, ricerca un’indipendenza energetica e cerca semmai fornitori politicamente meno controversi. E, infine, che ha testato nel “leading from behind” in occasione del conflitto in Libia un nuovo paradigma di relazioni con l’Ue.

Quest’ultima, invece, non solo dovrebbe ma dovrà assumersi maggiori responsabilità a breve. Nella crisi di Gaza ha trionfato un imbarazzante silenzio. A New York potremmo registrare un’astensione difensiva. Segnali tutt’altro che incoraggianti.

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