IAI
Rapporti Usa-Ue

Il pilastro europeo della strategia Obama

14 Nov 2012 - Antonio Puri Purini - Antonio Puri Purini

In occasione della scomparsa dell’Amb. Puri Purini, grande e appassionato diplomatico e membro del direttivo dello Iai, pubblichiamo questo articolo recentemente scritto per la nostra rivista.

Va intanto tirato un respiro di sollievo per la sconfitta di Mitt Romney alle elezioni presidenziali americane. Non abbiamo proprio bisogno di un ritorno alle vedute messianiche e imperiali degli Stati Uniti sul mondo.

Quale direzione di marcia, quali obiettivi dobbiamo aspettarci nei rapporti fra Stati Uniti e Unione europea nel secondo mandato di Barack Obama? Una cosa è certa: bisognerà rimboccarsi le maniche. Sulle due sponde dell’Atlantico, gli ultimi anni sono stati contrassegnati da un ritorno alla normalità dopo la spericolata presidenza (in politica estera ed economica) di George Bush, ma anche da mancanza di visione complessiva nei confronti dell’Unione europea.

Nuova stagione
Il presidente si è concentrato sull’Europa a partire dall’aggravamento della crisi dei debiti sovrani e delle inquietudini, espresse spesso sopra le righe, da settori influenti del mondo anglosassone sulla sopravvivenza della moneta unica. Non facciamoci illusioni: la Casa Bianca temeva l’impatto della crisi dell’eurozona sull’economia statunitense. L’appoggio al processo d’integrazione europea era secondario. Tuttavia, la crisi dell’euro ha smosso qualcosa.

Di Europa si parlerà poco nello Iowa ma molto a New York e a Washington. L’imponente sforzo europeo di rimettere a posto i propri bilanci non può essere passato inosservato. Gli americani sono concreti: basti pensare al rispetto conquistato dalla Banca centrale europea e alla stima ammirata per Mario Draghi, per non parlare dell’autorevolezza della Commissione che i grandi gruppi americani conoscono fin troppo bene (General Electric, Microsoft, Google ecc).

Malgrado l’assenza dell’Europa dalla campagna elettorale e dai dibattiti presidenziali (ma neanche la guerra in Afghanistan ha scaldato gli animi), è inevitabile che Washington avverta il rapporto con l’Europa in maniera più matura rispetto al passato. Forse si è anche accorta che la nostra Unione è qualcosa di più di una semplice alleanza di Stati. Questo dovrebbe fare bene sperare per l’avvenire.

Il mondo attraversa una profonda trasformazione geopolitica ed economica. Si parla soprattutto di Asia. La Cina si avvia a diventare il primo interlocutore strategico degli Stati Uniti. Nessuno sa se la Repubblica popolare sarà, a medio termine, un partner o un avversario. È diffuso l’interrogativo se l’America sostituirà, in termini di priorità, l’Europa con l’Asia. Non è però detto che la sfida cinese alla supremazia americana debba avvenire a scapito del vecchio continente.

L’Europa non è solo l’alleato storico degli Stati Uniti. È il secondo pilastro dell’Occidente. E l’unità dell’Occidente rimane una chiave essenziale del sistema internazionale. Al tempo stesso appare evidente che, senza addentrarsi in speculazioni fantasiose sul declino americano, i legami euro-statunitensi devono ritrovare, anche di fronte al mondo, slancio e dinamismo. Ci vuole uno scatto. Si leggono commenti, a volte stucchevoli, sul disinteresse americano nei confronti dell’Europa. Ma in che misura la disaffezione dipende anche dalla nostra incapacità di dimostrare che l’Europa ha una visione?

Reciprocità
La centralità del rapporto euro-americano può sopravvivere alle incomprensioni ma richiede anche reciproca chiarezza sugli interessi e le responsabilità comuni. Non si può vivere solo sugli allori e sulla suggestiva retorica del passato. La memoria, anche quella più nobile (gli interventi militari statunitensi in Europa per garantirne la libertà) va vissuta con una grinta nuova. In un mondo diventato più problematico per le democrazie che non incantano come una volta, Usa (con il Canada) ed Europa rimangono il nucleo fondante delle democrazie avanzate in una realtà internazionale dove l’autoritarismo gode di consensi importanti.

Questi ha dimostrato che il benessere può essere raggiunto senza economia di mercato e libertà. La solidarietà delle grandi democrazie deve quindi crescere. Diventa un valore strategico. Consolida un vincolo indissolubile. Costituisce il principale collante che tiene insieme l’alleanza, politico-militare e di civiltà, fra Europa e Stati Uniti.

Gli interessi politici, strategici, economici comuni sono anche il risultato di una consuetudine pratica e ideale priva di riscontro nella comunità internazionale. Non ci sarebbe un fiorente mercato transatlantico se questi non venisse sostenuto da interessi profondamente complementari che alimentano un flusso ininterrotto d’iniziative nelle due direzioni. Non so se questa consapevolezza sia vissuta con preveggenza e responsabilità sulle due sponde dell’Atlantico. Va invece esibita al mondo. Non ci si può attendere che Obama, concentrato quasi esclusivamente sull’agenda economica e finanziaria (il cosiddetto “fiscal cliff”), coltivi un progetto per l’Europa.

Il progetto dobbiamo averlo in testa noi. Non c’è tempo da perdere. Di fronte alla rilevanza crescente dell’Asia (visibile nell’economia, nella demografia, nella presenza studentesca nelle università) per l’America, gli europei dovrebbero concentrarsi su una strategia che esalti l’indispensabilità dell’Europa per gli Stati Uniti. Sta a noi convincerli che la locomotiva europea si è rimessa in movimento e che le prossime scadenze (unione bancaria, governance comune dell’eurozona) spianeranno la strada alla formazione di un’Unione politica autorevole e responsabile.

Leadership
Agli europei l’onere della prova che un’Europa federale sarà attiva nel mondo e non si trasformerà in una grande, placida Svizzera. In settori cruciali – Afghanistan, Siria, Israele-Palestina, primavera araba, Russia, Iran – gli Stati Uniti sono partner strategico dell’Europa e viceversa. Soprattutto in materia di sicurezza e difesa, l’Europa deve assumersi nuovi compiti (certamente nella ridefinizione del suo impegno nell’Alleanza Atlantica), non sottovalutando che l’Unione è tutt’altro che inerte (il contrasto alla pirateria nell’Oceano indiano, le operazioni di stabilizzazione in Africa). Anche queste iniziative avranno tutt’altro valore quando l’Europa si farà finalmente sentire con una propria voce unitaria.

Se l’Unione europea saprà far emergere, nell’ambito di un rapporto di collaborazione paritaria, una capacità di leadership sul piano strategico-politico anche gli Stati Uniti si sentiranno meno soli. Potrebbe persino darsi che il XXI secolo rimanga contrassegnato da una pax americana realizzata grazie al contributo originale e propositivo dell’Europa. Una scommessa difficile ma non impossibile.