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Industria della difesa

Governo e Finmeccanica: il convitato di pietra

5 Nov 2012 - Michele Nones, Stefano Silvestri - Michele Nones, Stefano Silvestri

Se non interverranno fatti nuovi, il 2012 sarà probabilmente destinato ad essere ricordato come uno degli anni più difficili nella storia della Finmeccanica, nonostante abbia conseguito due importanti risultati sul mercato internazionale: la realizzazione, insieme all’americana Northrop Grumman, di un sistema di comunicazioni sicure fra una cinquantina di sedi Nato sparse in ventotto paesi e la vendita di trenta addestratori M 346 ad Israele, uno dei più esigenti clienti al mondo.

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Diversi i fattori negativi che stanno mettendo in difficoltà il più grande gruppo italiano impegnato nell’area delle tecnologie avanzate. Alcuni fattori hanno cause esogene e colpiscono egualmente anche i competitori. La crisi economica e finanziaria, soprattutto europea, sta portando a significativi tagli degli investimenti nel settore della sicurezza e difesa e, più in generale, in tutti i settori a prevalente domanda pubblica (come lo spazio) o nelle attività supportate come la ricerca tecnologica.

Per l’Italia si profila un’ulteriore riduzione e diluizione di alcuni importanti programmi di acquisizione, soprattutto se, a causa delle resistenze politiche, la riorganizzazione dello strumento militare proposta dal ministro della difesa Giampaolo Di Paola dovesse subire dei ritardi.

Nel frattempo si sta verificando una totale assenza di nuovi programmi di collaborazione europea o l’avvio di programmi esclusivi fra i maggiori paesi, che colpiscono particolarmente l’Italia dove è più difficile avviare programmi alternativi nazionali o bilaterali per la limitazione dei fondi disponibili (ovviamente proporzionali al numero dei partecipanti) e dove solo la valenza politica di un programma “europeo” potrebbe consentire di raschiare il fondo del barile del bilancio statale.

Per altro, non va sottovalutato un certo rigurgito “autarchico” (per ragioni sociali e politico-elettorali) in molti paesi industrializzati, Stati Uniti in primis, che riduce ulteriormente il già difficile accesso ai loro mercati. A livello internazionale, la crisi economica sta spingendo anche alcuni potenziali clienti a rinviare o diluire i previsti programmi di ammodernamento. La competizione si è, quindi, fatta più feroce in un mercato sempre poco trasparente, in cui tutti i mezzi sono utilizzati per acquisire nuove commesse.

Nuovo ciclo
Unico aspetto positivo in quest’anno sfortunato è stato il fallimento della tentata fusione Eads-Bae Systems. In caso contrario Finmeccanica avrebbe rischiato di essere marginalizzata nel mercato europeo. Ma la nuova finestra di opportunità non potrà durare a lungo. L’equilibrio che ha caratterizzato l’industria mondiale del settore si è rotto dopo un decennio di sostanziale stabilità.

Come la dissoluzione del blocco sovietico e la conseguente riduzione della spesa per armamenti hanno portato alla concentrazione dell’industria americana nella prima metà degli anni novanta e a quella dell’industria europea a cavallo del duemila, l’attuale crisi economica è destinata ad aprire un nuovo ciclo di ristrutturazione industriale. Nel caso Bae Systems tentasse un accordo transatlantico o si arrivasse alla costituzione di un nuovo grande gruppo fra Thales, Dassault e Safran (ancora più “francese” di Eads) o, comunque, la struttura industriale europea si gerarchizzasse ulteriormente, Finmeccanica finirebbe in un angolo. A meno che non riesca a consolidare rapidamente una strategia di alleanze internazionali che la metta in sicurezza, anche se, forse, al prezzo di una minore autonomia.

Questo obiettivo potrebbe essere meglio perseguito puntando ad integrazioni settoriali che non tocchino gli assetti proprietari dei gruppi coinvolti. Ed eviterebbe di cadere nella trappola delle sovrapposizioni di business e di prodotto che si verificherebbero puntando ad integrazioni a livello di gruppo.

In ogni ipotesi di consolidamento di Finmeccanica si dovrà accettare una perdita di autonomia, parziale o settoriale. Ma, grazie alla legge 56, voluta dall’attuale governo, si potrà comunque assicurare il mantenimento sul territorio nazionale delle capacità tecnologiche e industriali italiane (una volta che saranno completati gli adempimenti previsti).

Non è, però, una scelta delegabile alla sola Finmeccanica, perché è in gioco il futuro dell’intero paese nel delicato comparto dell’aerospazio, sicurezza e difesa. Dovrà, quindi, esserci un diretto coinvolgimento del governo che, insieme a Finmeccanica, verifichi le diverse ipotesi perseguibili e costruisca le condizioni politiche, giuridiche, economiche ed industriali per adottare quella prescelta.

Razionalizzazione
Altri fattori negativi hanno cause endogene e colpiscono solo Finmeccanica. Molti nodi sono ormai venuti al pettine: contratti internazionali assunti in perdita nello scorso decennio, forte indebitamento dovuto sostanzialmente ad un’espansione troppo ottimista, eccessivo numero di settori in cui il gruppo è impegnato (alcuni come energia e trasporti completamente separati dal core-business dell’aerospazio, sicurezza e difesa), scarsa efficacia delle soluzioni adottate per il vertice aziendale dal socio di riferimento (il governo) da ormai più di un decennio, insufficiente o ritardata razionalizzazione della struttura industriale (soprattutto a causa dei condizionamenti politici).

A questo si è cercato di porre rimedio con la strategia adottata dal nuovo vertice aziendale, scelto dal precedente governo e confermato da quello attuale: pulizia dei conti, riduzione del debito attraverso la dismissione dei settori non-core, concentrazione delle attività elettroniche in una sola società, internazionalizzazione dei settori non in grado di reggere autonomamente la competizione internazionale.

Finmeccanica attraversa, di conseguenza, una delicatissima fase in cui bisogna superare gli inevitabili ostacoli politici e sociali e le altrettanto inevitabili resistenze interne alla riorganizzazione del gruppo, mantenere la fiducia del mercato finanziario, cercare nuovi mercati di sbocco a livello internazionale (soprattutto trovando partner industriali locali e vincendo concorrenti agguerriti e fortemente sostenuti dai rispettivi governi), mettere in atto una strategia di consolidamento e razionalizzazione internazionale.

Mai come in questo momento sarebbe stata richiesta, di conseguenza, una forte concentrazione di attenzione e credibilità esterna del vertice aziendale, oltre che uno stretto rapporto col governo e un suo forte supporto. In questo stesso periodo si sono, invece, aperte diverse indagini giudiziarie e ciascuna di esse si è estesa in più direzioni, come avviene quando comincia a rompersi una lastra di ghiaccio. Solo nei mesi futuri si vedrà quanto sono fondate, ma, nel frattempo, l’intero gruppo è stato coinvolto, soprattutto nella sua immagine sul mercato internazionale e presso l’opinione pubblica italiana.

Queste indagini sono state, infatti, amplificate dai mezzi di comunicazione che, in alcuni casi, hanno presentato le esportazioni del gruppo come se fossero tutte coinvolte in attività di corruzione internazionale e nazionale. Come a dire che politici e militari dei nostri più importanti clienti, che sono anche paesi amici, sono o sono stati corrotti. Trattandosi di vicende così delicate, sarebbe stata, come minimo, auspicabile maggiore prudenza. Sarebbe bastato non fare circolare così tante informazioni durante le indagini ed aspettarne la conclusione. Ma, evidentemente, sono in gioco altri e diversi interessi.

Momento delle scelte
Il governo ha, comunque, le sue responsabilità. Finmeccanica è una società di cui lo Stato, tramite il ministero dell’Economia, è il socio di riferimento: designa la maggioranza dei consiglieri di amministrazione (alcuni sono dirigenti ministeriali) e i vertici aziendali. Eventuali attività di corruzione internazionale sarebbero, quindi, motivo di gravissimo imbarazzo. Abbiamo un sistema di controllo delle esportazioni militari che viene presentato come “il migliore al mondo” e che impone alle imprese di dichiarare eventuali “compensi di intermediazione”: se, nei casi contestati, è stato fatto e se si dimostrerà che vi sono nascosti pagamenti illeciti, significa che il nostro sistema di controllo richiede una profonda riorganizzazione.

Abbiamo un servizio di intelligence che avrebbe potuto aiutare il governo a capire tempestivamente se sono state effettuate attività illecite: in questo caso, prima ancora della conclusione delle indagini, si doveva e poteva intervenire per mettere in sicurezza Finmeccanica, le sue controllate e i suoi dipendenti (che non devono avere dubbi né sulla serietà della loro impresa, né sull’attenzione e il sostegno verso quello che è un asset del paese).

Nessuno, a parte la società, sembra accorgersi che tutto questo rischia di penalizzare fortemente le nostre possibilità di esportazione proprio verso i più importanti potenziali clienti di questo decennio: India, Brasile, Indonesia, Singapore, Russia.

Il supporto dato da governo, Forze armate, diplomazia e amministrazioni pubbliche a Finmeccanica nelle sue campagne promozionali e i conseguenti accordi intergovernativi, rischiano così di risultare inutili o, peggio, coinvolgere ancora più direttamente il nostro paese. E, indipendentemente dall’esito delle indagini, è stato creato un clima di sospetto intorno alle decisioni di questi paesi che potrebbe restare a lungo sullo sfondo dei nostri rapporti con loro. Imprevedibili sono, infine, i possibili effetti negativi sui potenziali partner industriali di Finmeccanica e sul nostro principale alleato, gli Stati Uniti.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’anno. È tempo che il governo affronti la situazione, considerando attentamente le implicazioni di ogni possibile decisione. È tempo di aiutare Finmeccanica a sviluppare la sua strategia di razionalizzazione e internazionalizzazione e di rassicurare il mercato finanziario e il mercato internazionale della difesa che l’Italia continuerà a rimanere un attore nel settore dell’aerospazio, sicurezza e difesa.

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