IAI
Nuove minacce

Risposta Ue al terrorismo

29 Ott 2012 - Davide Casale - Davide Casale

La vicenda del giovane estremista Mohammed Merah che lo scorso marzo ha causato la morte di tre soldati francesi, un insegnante e tre bambini ebrei nel sud della Francia, e conclusasi con la morte dello stesso attentatore, costituisce solo l’ultimo tra gli episodi più eclatanti che testimoniano il riaffiorare di diverse forme di minaccia terroristica in Europa.

Il continente ha, infatti, una lunga tradizione di lotta a gruppi terroristici che ne hanno messo in pericolo per decenni la sicurezza. Per dare una dimensione al fenomeno, basti ricordare che l’agenzia europea Europol riporta 174 attacchi terroristici negli Stati membri dell’Ue e 484 persone arrestate per reati connessi nel solo 2011 (dati EU Terrorism and Situation Trend Report, TE – SAT 2012).

Azione comune
Se nel passato erano soprattutto gruppi di matrice nazionale (Rote Armé Fraktion, Brigate Rosse, IRA ed ETA) a compiere azioni terroristiche, gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno evidenziato l’esistenza di una minaccia di portata globale che richiede una risposta altrettanto globale. Alla luce di quegli eventi, ed ancor più in seguito agli attentati del marzo 2004 a Madrid e del luglio 2005 a Londra, gli Stati membri dell’Unione europea (Ue) hanno sviluppato una serie di politiche e misure volte a dare una risposta comune ad una minaccia che non conosce frontiere.

L’azione dell’Europa non è si è limitata alle espressioni di solidarietà atlantica verso gli Stati Uniti. Si è tradotta, piuttosto, nella costruzione di un incisivo apparato politico-giuridico volto a rafforzare il coordinamento delle azioni degli Stati membri nel mantenimento della sicurezza al loro interno ed esteso fino alla proiezione della lotta al terrorismo verso Stati terzi.

Se è vero, infatti, che la responsabilità primaria della lotta al terrorismo resta una competenza degli stati nazionali, l’Ue ha tuttavia creato un quadro istituzionale e legislativo che intende facilitare l’azione delle autorità dei paesi membri attraverso, ad esempio, misure di coordinamento giudiziario e di intelligence in grado di rendere più efficaci la prevenzione e la reazione ad attacchi terroristici. Nel dicembre 2005 l’Ue si è così dotata di una Strategia antiterrorista che fissa priorità ed obiettivi del contrasto al terrorismo che poggiano su quattro pilastri: prevenire, perseguire, proteggere e rispondere.

All’interno delle quattro aree di azione la Strategia indica una serie di misure da attuare al fine di combattere i fenomeni terroristici sottolineando tuttavia la necessità di rispettare e promuovere la democrazia e lo Stato di diritto. Con la decisione quadro del 13 giugno 2002 (2002/475/GAI), l’Unione ha inoltre adottato, prima organizzazione internazionale a farlo, una definizione comune del reato di terrorismo. Un risultato, quest’ultimo, tanto più notevole se si considera che il mancato accordo sulla fattispecie criminale di terrorismo continua ad essere, da decenni, il vero ostacolo all’adozione di una convenzione universale in materia di lotta al terrorismo in ambito Onu.

Dal punto di vista legislativo, è stata poi di particolare rilievo l’introduzione nel 2002 del mandato d’arresto europeo, che ha sostituito le procedure di estradizione tra gli stati membri rendendo più veloce ed efficace la cooperazione tra le magistrature dei vari paesi, quasi ormai agissero in un unico spazio di giustizia (basti pensare a complessità, lunghezza e difficoltà delle estradizioni per comprendere la portata di questo strumento). Ad esso si affianca da tempi più recenti il mandato europeo di ricerca delle prove, anch’esso volto a facilitare la cooperazione giudiziaria penale.

Nuove missioni
All’adozione di questi (ed altri) strumenti legislativi si è affiancata un’opera di rafforzamento istituzionale, in particolare delle agenzie, come Europol ed Eurojust, la cui missione è di favorire la cooperazione tra le autorità nazionali giudiziarie (Eurojust) e di law enforcement (Europol), in particolare attraverso lo scambio di informazioni investigative e di intelligence. Nuova è invece l’istituzione della figura del Coordinatore europeo antiterrorismo, il cui mandato è proprio quello di coordinare l’azione delle varie istituzioni Ue protagoniste della lotta al terrorismo così come il monitoraggio dell’attuazione delle politiche settoriali dell’Unione.

Alla dimensione interna, quasi “nazionale” diremmo, del coordinamento delle attività investigative e giudiziarie, si affianca poi una dimensione esterna, più propriamente politico-diplomatica, che riguarda l’azione svolta dall’Ue al di fuori dei suoi confini, in aree di particolare interesse dove l’instabilità e la presenza terroristica (soprattutto di matrice qaedista) minacciano direttamente ed indirettamente la sicurezza dell’Europa. È d’altra parte la stessa Strategia del 2005 a fissare l’obiettivo di proteggere i cittadini dell’Unione combattendo la minaccia terroristica “su scala mondiale”.

Questa crescente attenzione alla dimensione esterna si concentra oggi in particolare verso le minacce provenienti da paesi ed aree particolarmente esposte come Afghanistan, Pakistan, Yemen o la regione del Sahel in cui l’Ue vuole contribuire attivamente alla prevenzione e repressione del fenomeno terrorista.

Proprio la crescita esponenziale dei rischi provenienti dalla fascia del Sahel ha indotto l’Unione a lanciare, lo scorso luglio, una nuova missione Psdc, Eucap Sahel. La missione mira a sostenere il Niger e possibilmente anche Mali e Mauritania, nel contrasto alle molteplici organizzazioni terroristiche (tra cui Al-Qaeda nel Maghreb Islamico – Aqmi – in cui è confluito il gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento già attivo in Algeria negli anni novanta ed altri gruppi affiliati come Mujao e Ansar Dine).

L’obiettivo sarà essenzialmente quello di supportare le autorità locali nel rafforzamento delle loro capacità di prevenzione e lotta al terrorismo e contribuire allo sviluppo di strategie e misure nazionali di contrasto alle minacce.

L’esigenza dell’Ue di preparare una tale missione indica anche la presa di coscienza di un nesso sempre più profondo tra la sicurezza interna ed esterna, soprattutto di fronte ad una minaccia asimmetrica come il terrorismo. Da qui la necessità di coordinare politiche di sicurezza in una visione più estesa. Per cui una missione di assistenza alla lotta al terrorismo in Niger diventa strumento di promozione della sicurezza anche dei cittadini dell’Ue, perché previene le possibili minacce asimmetriche che potranno provenire da quell’area.

In una prospettiva più ampia, la missione Eucap Sahel sarà anche un nuovo banco di prova per vedere se l’Unione riuscirà a contribuire agli obiettivi di pace e sicurezza, democrazia e solidarietà nelle relazioni internazionali sanciti dal Trattato di Lisbona.

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